A Vicenza polemica estiva sulle “panchine antibivacco”: Rifondazione accusa Possamai di «violenza sociale istituzionalizzata»

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Nel mirino le nuove panchine antibivacco installate dal Comune. Rifondazione Comunista: “Una città vetrina che espelle gli ultimi. Il decoro non è repressione”

Nel cuore dell’estate vicentina, quando il caldo e la distrazione agostana sembrano attutire anche il dibattito politico, esplode una nuova polemica destinata a infiammare la “debole” discussione civica (leggi “Panchine antibivacco a Vicenza: la retorica fine a sé stessa trova sempre un argomento“): nel mirino sono finite le cosiddette panchine antibivacco, installate recentemente in alcune zone della città dall’amministrazione comunale guidata dal sindaco Giacomo Possamai. A sollevare il caso è il circolo vicentino di Rifondazione Comunista, che attacca senza mezzi termini: «Panchine contro i poveri: l’ennesima vergogna di Possamai».

Secondo il comunicato diffuso dalla segreteria provinciale del partito, le nuove sedute pubbliche, dotate di braccioli centrali metallici, avrebbero un obiettivo preciso: impedire a chi non ha una casa – in primis senzatetto, persone fragili, marginalizzate – di potersi sdraiare, riposare o trovare refrigerio in piena estate. «Una scelta meschina, classista e disumana – si legge nella nota – che colpisce chi già non ha nulla».

Il bersaglio polemico non è soltanto l’amministrazione in sé, ma soprattutto la retorica che, secondo Rifondazione, accompagna provvedimenti di questo tipo: quella del “decoro” che però «criminalizza la povertà», e della sicurezza usata come leva per escludere invece che includere. «Si preferisce la logica dello sceriffo – scrive il partito –: reprimere invece di capire, escludere invece di includere. La città diventa vetrina per i benpensanti e prigione a cielo aperto per gli ultimi».

Il tema delle “panchine antibivacco” non è nuovo nel dibattito urbanistico e politico italiano. Da Milano a Firenze, passando per Roma e Bologna, interventi simili sono stati spesso al centro di aspre critiche da parte di associazioni, movimenti e forze della sinistra sociale, che li definiscono “dispositivi di architettura ostile”: elementi pensati non per accogliere, ma per respingere le presenze considerate scomode o indecorose. Proprio su questo punto, un recente editoriale di ViPiu.it (consultabile qui) ha sottolineato l’incongruenza tra i proclami contro il degrado e l’effettiva capacità di affrontare le cause strutturali della marginalità.

Rifondazione rilancia allora la questione: chi definisce cos’è il decoro? E chi ha davvero “diritto alla città”? «Chi oggi dorme su una panchina ha più diritto a quella panchina di mille proclami sul degrado. Il decoro si costruisce con servizi sociali, non con braccioli in ferro», accusa il partito, che denuncia l’adozione da parte del centrosinistra cittadino di «una deriva schifosa da salotto buono».

La conclusione della nota è inequivocabile: «Questa non è sicurezza. È solo violenza sociale istituzionalizzata. E noi la combatteremo, sempre».

In attesa di una replica del sindaco Possamai o dell’assessorato competente, la polemica sembra destinata a proseguire, alimentando un dibattito che intreccia urbanistica, inclusione sociale e visioni profondamente diverse della città.