Genitorialità fragile, bambini invisibili: Vicenza specchio di un sistema nazionale che arretra. Ma l’Emilia Romagna è un modello

250
Genitorialità fragile, bambini invisibili (foto di Yuleisy Cruz Lezcano)
Genitorialità fragile, bambini invisibili (foto di Yuleisy Cruz Lezcano)

La situazione dei servizi per l’infanzia e la genitorialità fragile a Vicenza non è un’anomalia locale, ma uno specchio fedele di quanto avviene in gran parte d’Italia. Tempi di attesa eccessivi, interventi frammentati, scarsità di supporto specialistico precoce: queste difficoltà, documentate dai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e dal Ministero della Salute, riflettono un sistema che continua a considerare la tutela dell’infanzia più come funzione emergenziale che strutturale.

A Vicenza, come altrove, i servizi esistono sulla carta, ma incidono poco sulle traiettorie di vita dei bambini più vulnerabili. La presa in carico delle famiglie avviene spesso quando il danno è già consolidato: trascuratezza e trauma hanno già lasciato segni profondi sullo sviluppo emotivo e relazionale. La valutazione della genitorialità fragile, che richiederebbe tempo, continuità e competenze specialistiche, è compressa in pochi passaggi burocratici, con il rischio di ridurre la complessità a etichette standard.

Questa fragilità non è confinata al Veneto: attraversa l’intero sistema sanitario e socio-assistenziale nazionale. Tuttavia, le differenze regionali sono evidenti. L’Emilia Romagna rappresenta oggi un modello avanzato: qui i servizi per l’età evolutiva sono più diffusi, i progetti pubblici per la genitorialità fragile numerosi, e l’integrazione tra servizi sanitari, sociali ed educativi è reale. La psicoterapia per bambini e genitori è strutturata nel servizio pubblico, e l’intervento precoce sulle relazioni genitore-bambino è riconosciuto come parte integrante della tutela della salute.

Il confronto mette in luce il ritardo di Vicenza, dove l’offerta pubblica di psicoterapia resta limitata, disomogenea e spesso affidata a progetti temporanei o a convenzioni insufficienti. La conseguenza è una privatizzazione di fatto dell’accesso alle cure: chi può, si rivolge al mercato; chi non può, resta in lista d’attesa o escluso. Così, la protezione dell’infanzia diventa una questione di reddito e non un diritto garantito.

Oggi Vicenza resiste grazie alla professionalità degli operatori, non per la solidità del sistema. La carenza di psicoterapeuti nel pubblico, l’assenza di percorsi continuativi riconosciuti nei LEA e la prevalenza di interventi riparativi tardivi rendono difficile un lavoro realmente preventivo. Segnalazioni e reclami arrivano spesso troppo tardi, quando il disagio è esploso: non incidenti isolati, ma il risultato prevedibile di un sistema sottofinanziato.

I miglioramenti non possono passare da una semplice riorganizzazione dell’esistente, ormai insufficiente. Serve un aumento reale e vincolato delle risorse destinate all’infanzia, con investimenti strutturali: finanziare stabilmente la psicoterapia pubblica, assumere professionisti formati sul trauma e sull’attaccamento, garantire tempi lunghi di presa in carico e riconoscere la cura delle relazioni come parte integrante della sanità, non come servizio accessorio.

Finché la genitorialità fragile sarà considerata marginale e non un indicatore di salute collettiva, Vicenza continuerà a riflettere un’Italia che interviene tardi, spende poco e chiede ai bambini di adattarsi a un sistema che non li vede. Rendere visibili questi bambini non è questione di buone intenzioni, ma di scelte politiche concrete, bilanci e priorità chiare. Oggi, questo specchio restituisce un’immagine che non possiamo più ignorare.

Un aspetto cruciale ancora poco sviluppato riguarda la formazione continua degli operatori: pediatri, psicologi, assistenti sociali e insegnanti spesso non ricevono aggiornamenti sistematici su trauma infantile e genitorialità fragile, limitando la capacità di intercettare segnali precoci. Inoltre, la raccolta dati e il monitoraggio dei percorsi di cura sono frammentari: senza numeri affidabili, diventa difficile valutare l’efficacia degli interventi e pianificare risorse adeguate.

Un altro fronte poco esplorato è la co-progettazione con le famiglie: coinvolgere genitori e comunità locali nella definizione dei servizi può favorire adesione e continuità, riducendo l’abbandono precoce dei percorsi terapeutici. Infine, emerge la necessità di un approccio integrato tra prevenzione primaria e secondaria, che consideri scuole, consultori e servizi sociali come un unico sistema di rete, capace di agire prima che le difficoltà diventino cronicizzate.

Fonti:

Ministero della Salute, Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), DPCM 12 gennaio 2017 e successive integrazioni, con particolare riferimento alla limitata inclusione strutturale della psicoterapia per l’età evolutiva e per la genitorialità fragile.