Marzotto: dal 1836 industria, comunità e qualche ombra di un gigante tessile italiano e internazionale

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Lanificio Marzotto
Lanificio Marzotto

(Articolo sul lanificio Marzotto da VicenzaPiù Viva n. 304sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr).

Dal lanificio ottocentesco alle acquisizioni globali, la storia del gruppo di Valdagno attraversa attraversa due secoli di industria italiana, tra successi, trasformazioni del territorio e capitoli controversi come il caso Marlane.

Marzotto story

Il gruppo Marzotto S.p.A., con sede a Valdagno, rappresenta il primo gruppo industriale tessile italiano per fatturato, dipendenti ed espansione internazionale.
Ha chiuso il 2022 con un fatturato di 406 milioni di euro, avvicinatosi ai 400 milioni nel 2023. Dà lavoro complessivamente a oltre 3.800 dipendenti (dato fine di Claudio Raimondi 2024). Vanta attualmente 9 stabilimenti in Italia e 5 in Paesi esteri. Vende annualmente circa 19.100 km di tessuto e 3.700 tonnellate di filati. Il Gruppo, in costante evoluzione da quasi 190 anni, traguardo che verrà raggiunto il prossimo anno, coniuga una grande tradizione con innovazione continua.

Marzotto
Marzotto, stabilimento

Le origini risalgono al 1836, con la prima società denominata Lanificio Luigi Marzotto & Figli, fondata a Valdagno da Luigi Marzotto che avviò una piccola attività a conduzione familiare, con una dozzina di operai, affiancata da un mulino per la macinatura del gesso che per una cinquantina d’anni fu la produzione principale. Nel 1842 la direzione venne assunta dal figlio Gaetano Senior, sotto la cui gestione la produzione della fabbrica iniziò a crescere, con il numero di operai salito a 400 nel 1876. Poi iniziò l’apertura di nuovi stabilimenti, anche fuori Valdagno: nel 1879 una filatura a Maglio di Sopra, mentre ad inizio Novecento due stabilimenti alimentati dall’impianto idroelettrico costruito a Recoaro occupavano 1700 dipendenti. Nel 1908 vennero inaugurate nuove fabbriche a Manerbio (Brescia) che contribuirono a incrementare notevolmente la produzione dell’industria e il personale addetto. Nel 1910, alla morte di Gaetano, subentrò il figlio Vittorio Emanuele che con spirito innovativo, attraverso la meccanizzazione e la razionalizzazione del lavoro, trasformò la Marzotto in una grande industria a servizio del territorio nazionale ed estero, diventando un colosso internazionale.

La stiratura... d'epoca
La stiratura… d’epoca

Dopo la tragedia di Vittorio Emanuele Marzotto (morto il 26 marzo 1922 per le ferite da arma da fuoco riportate in un agguato avvenuto 5 mesi prima, in un ambito familiare) la dinastia industriale entrò in una fase decisiva. Il figlio Gaetano, determinato a evitare che la fabbrica venisse smembrata tra gli eredi, ricomprò una ad una le quote familiari e si trovò a guidare un colosso che già allora dava lavoro a 1.200 persone. La sua visione era
quasi rivoluzionaria per l’Italia dell’epoca: introdusse metodi produttivi d’ispirazione fordista, razionalizzò i tempi e riorganizzò completamente i reparti. In pochi anni, il miracolo. Nel 1931 i dipendenti erano quasi triplicati, 3.500, la produzione dei tessuti raddoppiata e quella dei filati quadruplicata.

Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante
Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante

Ma l’espansione economica non bastava: attorno alla fabbrica cresceva un paese intero.
Valdagno cambiava volto grazie alla “Città sociale”, un progetto ambizioso che metteva al centro la vita quotidiana degli operai e delle loro famiglie. Case ordinate per gli operai, ville per i dirigenti, scuole, ospedali, teatri, dopolavoro, colonie per i bambini, perfino un albergo di monte: un sistema paternalistico, certo, ma all’avanguardia, che trasformava il lavoro tessile in una vera comunità. L’esperimento si ripeté anche a Manerbio, dove la presenza Marzotto plasmò urbanistica e identità locale.
Passarono i decenni e, dopo la guerra, la guida dell’azienda tornò a cambiare. Con Pietro Marzotto, negli anni Ottanta, il gruppo abbandonò la dimensione regionale per abbracciare una strategia internazionale fatta di acquisizioni e marchi iconici: Bassetti nel 1985, Lanerossi nel 1987, Hugo Boss nel 1991, fino all’ingresso in Valentino nel 2002. Quando nel
2005 arrivò lo scorporo tra settore tessile e moda, il nome Marzotto continuò comunque a pesare in entrambi i mondi.
Negli anni successivi la proprietà mutò ancora: nuovi soci, nuovi amministratori, nuove strategie. Il gruppo continuò ad assorbire lanifici storici, marchi specializzati, stabilimenti in Italia e in Europa, ampliando una rete che teneva insieme tradizione e innovazione. Dal 2009 in poi arrivarono nuove sinergie, accordi internazionali, e acquisizioni come ratti nel Comasco, mentre negli anni Dieci l’espansione toccò anche il settore dei velluti.
Nel 2018 la guida passò a Davide Favrin, figlio di Antonio, figura chiave della governance
aziendale dei primi anni Duemila, e nel 2020-2021 il gruppo integrò altre eccellenze tessili, da Opera Piemontese a Prosetex, rafforzando la propria identità nel segmento premium.
Durante la lunga storia industriale il percorso del gruppo Marzotto ha conosciuto anche ombre profonde. Tra queste, il caso della Marlane (Marzotto Lane) di Praia a Mare, lo stabilimento tessile attivo in Calabria fino al 2004 e divenuto simbolo delle criticità ambientali e sanitarie legate a un certo modo di fare industria nel Novecento. Per anni il nome
Marlane è stato associato alle accuse di inquinamento del suolo e delle falde, all’uso di sostanze nocive nei processi di tintura e alle conseguenze subite dagli operai, molti dei quali si sono ammalati o hanno perso la vita.
I fatti risalenti tra gli anni Settanta e Novanta sono diventati un caso nazionale anche se non sono state di certo “agevoli” le cronache giornalistiche a cui hanno sopperito, grazie alla diffusione sul web, gli articoli di ViPiu.it – VicenzaPiu.com alla base, poi, del libro “Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante” di Giorgio Langella, pubblicato da quella che è ora la casa editrice, L’altra stampa, che affianca il nostro lavoro. Il processo si è concluso
nel 2014 con l’assoluzione degli imputati “perché il fatto non sussiste”. Una sentenza che ha formalmente chiuso il processo, senza però dissolvere del tutto le ferite, le domande e le polemiche rimaste vive nella comunità coinvolta.
Se la saga familiare ha disegnato una geografia sociale ed ha rappresentato un pezzo d’Italia che ha trasformato il tessile in cultura, ancora oggi, dopo più di un secolo, quella della Marzotto è, comunque, una storia industriale che continua anche se con una molto minore presenza sul territorio vicentino: degli oltre 3.800 dipendenti il 41% sono in Italia, il 59% all’estero mentre alla Marzotto Wool Manufacturing di Valdagno fanno capo 413 dipendenti.