
Si parla ormai quotidianamente di cambiamento climatico e di come i rischi collegati siano estremamente impattanti sul nostro habitat: boschi, montagne, ghiacciai, campi, alberi sono ogni giorno in pericolo a causa delle azioni umane e dei fenomeni estremi. All’appuntamento della Scuola del lunedì di ieri, 19 gennaio, Marco Mina ha trattato il tema “Il futuro delle foreste: rischi e adattamenti dei nostri boschi contro il cambiamento climatico”; l’incontro si è svolto nei locali della Biblioteca La Locomotiva ai Ferrovieri (in via Rismondo, 2).
Presentato con simpatia dal coordinatore responsabile Daniele Bernardini come “un nipote” (essendo figlio di due membri del direttivo organizzatore della scuola del lunedì), Mina è ricercatore all’Istituto per l’Ambiente Alpino del centro di ricerca Eurac Research di Bolzano, e si occupa di ecologia, monitoraggio e gestione forestale. Laureato in Scienze forestali all’Università degli studi di Padova, ha svolto il dottorato di ricerca su foreste e cambiamenti climatici al Politecnico di Zurigo e il post-dottorato a Montreal in Canada.
Oltre ad essere esperto in modelli previsionali per lo studio dello sviluppo delle foreste, per gestirne e studiarne l’impatto col cambiamento climatico, è un ecologo forestale e ricercatore forestale.
L’intervento, durato quasi due ore e utile a comprendere il ruolo fondamentale delle foreste per la sopravvivenza umana, è cominciato da una domanda: “Come sono messe le foreste in Italia e nel mondo”?
Anche se viviamo in città, lontano dalle foreste, se queste venissero a mancare, cesserebbero alcuni “servizi ecosistemici” utili all’uomo, divisi dagli studiosi in quattro categorie: di supporto (ciclo dei nutrimenti, formazione del suolo), di approvvigionamento (cibo, acqua potabile, legno), di regolazione (clima, mitigazione) e valori culturali (estetici, ricreativi, etc).
Le foreste coprono circa 4,14 miliardi di ettari, ovvero circa il 32% della superficie terrestre mondiale, di cui quasi la metà è nelle regioni tropicali. Secondo i dati pubblicati dal sito globalforestwatch.org, rispetto agli anni Novanta – in cui c’è stata una perdita di 10,7 milioni di ettari – è rallentata la perdita netta, ovvero, fortunatamente il tasso annuo di perdita netta è diminuito a 4-5 milioni di ettari nel periodo 2015-2025. Questo è stato possibile grazie alla messa in atto di leggi severe soprattutto in alcune regioni.
Tuttavia, rimane comunque elevata la scomparsa delle foreste: nel 2024 si parla di 6,7 milioni di ettari perduti in zona tropicale, a causa della riconversione in zone agricole. Se in alcune aree del mondo le foreste aumentano grazie a politiche locali attente, ad esempio in Africa o in Cina, in altre zone come il Brasile, il Canada e la Russia siberiana, il “net change in tree cover” (ovvero il cambiamento netto di copertura degli alberi) mostra quanto siano in diminuzione.
Mina ha spiegato poi la differenza tra deforestazione e disturbo temporaneo e/o selvicoltura: se la prima è un cambio permanente d’uso del suolo, che non tornerà mai come prima, il disturbo temporaneo – che può essere dovuto ad esempio all’attacco di bostrico o a uno schianto da vento – può essere sostenibile perché non è un cambio di destinazione del suolo.
Certo è che la preoccupazione degli studiosi rispetto al cambiamento climatico riguarda i suoi effetti indiretti, cioè l’aumento di disturbi naturali, quali incendi, schianti da vento, siccità improvvisa, tempeste di neve e di vento. Ricordiamo che la tempesta Vaia è stata la più grave negli ultimi decenni con 8,5 milioni di metri cubi di bosco schiantati.
Importante è poi il principio di “gestione forestale sostenibile”, ovvero tagliare un bosco in quantità non maggiore di quanto è la sua crescita; i tagli andrebbero quindi pianificati in anticipo in modo che siano sostenibili e non influenzino la crescita futura degli alberi.
Lo studioso è poi passato a parlare dell’Italia: il “Rapporto sullo stato delle foreste e del settore forestale in Italia”– pubblicato nel 2018 dalla Direzione generale delle foreste del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, con il supporto del Centro di ricerca Politiche e Bioeconomia del Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’Economia Agraria e di Compagnia delle Foreste – ha evidenziato un forte sbilanciamento negli strumenti di pianificazione forestale tra Nord e Sud, pressoché assente nelle regioni meridionali.
Nel nostro paese, addirittura, il problema è l’opposto che in altre aree del mondo: viene tagliato solo il 23,8% dell’incremento annuo delle foreste, quindi ci ritroviamo ad avere un sottoutilizzo della disponibilità forestale, a fronte di un eccessivo import di legna dall’estero. L’aumento della superficie forestale quindi ha come conseguenza l’incremento di boschi non gestiti o abbandonati che implica un forte rischio di dissesto idrogeologico, di incendi e della deforestazione dei paesi tropicali per far fronte alla richiesta di legname.
Dopo la prima ora di spiegazione, spazio alle domande, con l’argomento della gestione forestale che ha scatenato il maggiore interesse tra il pubblico della Scuola del lunedì: c’è chi si chiede come si possano imporre regole sui boschi privati, chi interviene chiedendo “come mai le grosse aziende produttrici di petrolio sequestrano la Co2, stoccandola nei pozzi esauriti, e alcune aziende acquistando questa Co2 inquinano, nonostante i controlli europei?”.
Nella seconda parte dell’incontro il ricercatore ha spiegato gli strumenti per pianificare la gestione forestale, tra cui l’approccio dei nuovi sviluppi per boschi resilienti. Infine, Mina ha raccontato le aree di intervento dell’Eurac Research e più in particolare dell’Istituto per l’Ambiente Alpino.
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