
(Articolo su elezioni regionali 2025 e Zaia da VicenzaPiù Viva n. 304, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr).
Il voto in Campania, Puglia e Veneto ha rispettato pienamente le attese della vigilia. Il contro-sorpasso della Lega (trainata da Zaia) ai danni di Fratelli d’Italia in Veneto è forse l’unica vera sorpresa.
Il 2025 politico si è chiuso con tre elezioni regionali — Campania, Puglia, Veneto — che, il 23 e 24 novembre scorso, hanno restituito un quadro fin troppo prevedibile, salvo una singola eccezione degna di questo nome. I risultati definitivi, infatti, al netto di alcune sfumature locali, hanno confermato in tutti e tre i casi le amministrazioni uscenti e la persistenza di equilibri territoriali già consolidati, con tutti i nei-eletti che si sono imposti superando l’asticella del 60% dei consensi.

I nuovi “governatori”
In Campania, il centrosinistra con Roberto Fico si conferma alla guida della Regione, consolidando lo schema dell’alleanza tra PD e M5S che elegge così il suo secondo governatore dopo Alessandra Todde in Sardegna (ma stavolta con un margine ben più sostanzioso). Anche in Puglia lo stesso schema si è rivelato vincente, con l’ex sindaco di Bari Antonio Decaro (già recordman di preferenze alle Europee 2024) che prende il posto di Michele Emiliano vincendo con quasi il 64%.
Quasi la stessa percentuale ottenuta in Veneto da Alberto Stefani, giovane esponente della Lega, che conferma il predominio del centrodestra in questa regione – anche qui, tutto come previsto.
Che queste regionali non dovessero riservare scossoni era evidente da tempo. I sondaggi pubblicati nelle settimane precedenti suggerivano un quadro di notevole stabilità, con un elettorato complessivamente soddisfatto e poco incline ad avventurarsi in cambi di rotta radicali. In particolare, l’ampia soddisfazione registrata pressoché da sempre in Veneto per
l’amministrazione guidata da Luca Zaia era un indicatore assai chiaro: quando il governo regionale è percepito come solido ed efficace, la continuità tende a prevalere quasi automaticamente. E infatti, come confermato dalle analisi effettuate durante il voto (come quella di SWG), molti elettori che non chiedevano un cambiamento sostanziale si sono orientati su Stefani, visto come il naturale erede politico dell’uscente Zaia, piuttosto che sul suo avversario Giovanni Manildo.
La sorpresa Zaia
Eppure, una sorpresa — peraltro molto significativa — c’è stata, ed è tutta veneta. Non riguarda il nome del presidente, come detto, ma i rapporti di forza interni alla coalizione vincente di centrodestra. Qui la Lega non solo ha retto l’urto di un ciclo politico nazionale ormai da anni favorevole a Fratelli d’Italia, ma torna addirittura a essere il primo partito della Regione, doppiando il risultato di FdI e ribaltando in modo clamoroso quanto accaduto alle Europee del 2024, quando il partito di Giorgia Meloni aveva ottenuto il triplo dei voti dei leghisti. È davvero il caso di dirlo: uno scenario difficilmente immaginabile non solo dopo il voto di un anno e mezzo fa, ma ancora poche settimane fa.

Il cuore di questo inattesa “rivincita” della Lega è, ovviamente, quello che è già stato ribattezzato “effetto Zaia”. Il governatore uscente, divenuto dopo ben tre mandati una figura di riferimento assoluto per l’elettorato veneto, ha trascinato il partito con un risultato personale impressionante (v. articolo di Mazzaro nelle prossime pagine, ndr). Le sue preferenze hanno superato quota duecentomila, un primato che non è solo regionale, ma supera anche il precedente italiano risalente al lontano 1985 e detenuto dal DC Alfredo Vito in Campania. In termini relativi, le preferenze raccolte da Zaia equivalgono a circa il dodici
per cento dei voti totali ottenuti dalle liste in Veneto. Di fatto, un terzo dei voti della stessa Lega deriva direttamente dagli elettori che sulla scheda hanno scritto il suo nome. Numeri che confermano, ancora una volta, quanto il radicamento personale possa diventare determinante nelle dinamiche delle elezioni locali.
A sostegno di questa interpretazione arriva anche un sondaggio di SWG che, nelle settimane precedenti al voto, indicava che il trenta per cento di chi intendeva votare Lega lo avrebbe fatto “esclusivamente” perché Zaia era candidato.
In altre parole, l’uomo ha trascinato il simbolo più di quanto il simbolo abbia sostenuto l’uomo, invertendo una logica che spesso va in direzione opposta.
Conseguenze nazionali?
E come sempre accade quando un risultato elettorale supera le attese, le conseguenze politiche non tardano a manifestarsi. Da un lato, si parla con insistenza della possibilità che Zaia possa candidarsi a sindaco di Venezia nelle elezioni del 2026, una prospettiva non solo suggestiva ma anche strategicamente rilevante in una fase di riposizionamento del centrodestra nelle grandi città. Dall’altro lato, il dibattito si allarga rapidamente allo scenario nazionale. Secondo un recente sondaggio di Youtrend, infatti, il governatore veneto gode di una fiducia superiore a quella di Matteo Salvini, pur essendo meno conosciuto dal grande pubblico.
E lo stesso sondaggio aggiunge un dato politicamente esplosivo: se la Lega fosse guidata da Zaia anziché da Salvini, il ventitré per cento degli elettori sarebbe più propenso a votarla. È evidente, a questo punto, che la discussione sulla leadership futura del
Carroccio sia destinata prima o poi a riaccendersi, anche se per ora prevale la linea della prudenza, almeno nelle dichiarazioni ufficiali. Nulla vieta però di pensare che il risultato veneto possa avere effetti più profondi sull’indirizzo strategico del centrodestra, soprattutto se la fase politica nazionale nei prossimi mesi dovesse diventare più incerta.
Con queste regionali si chiude (anche simbolicamente) il 2025 politico, e si apre una fase nuova, in cui l’attenzione della politica nazionale si concentrerà sul referendum costituzionale chiamato a confermare o respingere la riforma della giustizia. Parallelamente, già si intravede una nuova centralità del tema della legge elettorale, che ciclicamente riemerge nei periodi di stabilità apparente e che potrebbe assumere rinnovata rilevanza in vista delle prossime politiche. Proprio i risultati di queste regionali, infatti, hanno dimostrato come l’alleanza tra PD e M5S possa mettere a rischio il predominio elettorale del centrodestra, quantomeno nelle zone meridionali del Paese. Nulla è scritto in anticipo, ovviamente: anzi, se c’è una lezione che arriva da Campania, Puglia e Veneto è che, al netto delle differenze territoriali, l’Italia continua a muoversi lungo traiettorie già note, con qualche eccezione capace — forse — di ridisegnare gli equilibri futuri.




































