
(Articolo su Patrizio Miatello da VicenzaPiù Viva n. 304, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr).
Patrizio Miatello nasce a Tombolo nel 1963, in una famiglia dove i trasporti sono una tradizione. Fin da bambino lavora nei piazzali della Fratelli Miatello, un’azienda che negli anni arriva a 1.500 dipendenti, attiva nei porti di Venezia, Marghera e Chioggia. Cresce tra motori, muletti e turni infiniti: studia ragioneria, ma impara soprattutto sul campo, guidando il muletto già a otto anni e seguendo il padre nelle consegne.
Da ragazzo frequenta come tutti, a quei tempi, spensieratamente sociali e non solo “social” comitive e feste di paese, ed è proprio lì che conosce la ragazza di Bassano che diventerà sua moglie: un legame nato nell’adolescenza, cresciuto tra attività, sacrifici e sogni condivisi. Con lei costruirà una famiglia solida, oggi il suo riferimento quotidiano, anche nei momenti più difficili della sua vita professionale.
Con lei costruisce una famiglia solida, oggi arricchita dall’orgoglio per la figlia e dalla gioia dei nipoti, diventati la sua motivazione più luminosa in anni complessi.
Negli anni Ottanta e Novanta Miatello contribuisce allo sviluppo di sistemi logistici innovativi, dalle etichette automatizzate al codice a barre in collaborazione con le poste tedesche. Con il fratello avvia una nuova società orientata al mercato europeo, gestendo commesse con gruppi come Luxottica e Safilo.

Il punto di svolta arriva nel 2011. Le sue aziende hanno bisogno di liquidità per far fronte ai pagamenti a 180 giorni dei grandi committenti. Chiede nuove linee di credito per factoring o fidi, ma Popolare di Vicenza e Veneto Banca subordinano ogni apertura alla sottoscrizione di nuove azioni, nonostante Miatello avesse già quote in portafoglio. Quando rifiuta e addirittura espone le sue ragioni, comuni a tanti altri imprenditori e, poi, anche a comuni
risparmiatori, in un’assemblea confindustriale nel Trevigiano, le commesse e i fidi vengono revocati in pochi giorni: 300 mila euro da Popolare di Vicenza, 150 mila da Veneto Banca. È la fine dell’attività: perdite, debiti, crollo dei clienti.
La vicenda irrompe anche nella vita familiare quando scopre, infuriato, che, invece, la moglie, mal consigliata, aveva sottoscritto prodotti assicurativi legati alle azioni. È il segnale che migliaia di famiglie stanno per essere travolte. «Sarà una devastazione», ricorda oggi. I Miatello riescono a limitare i danni e a ricomporre la frattura quando Donatella scopre che Patrizio ha ragione e ne diventa la collaboratrice personale più stretta nelle sue battaglie.
Nel 2015 contatta un già battagliero Don Enrico Torta, che addirittura aveva guidato una protesta contro l’azienda del padre ma che convince a diventare la figura simbolo della lotta per i diritti dei soci delle banche venere e non solo, e insieme ad altri risparmiatori avvia le prime azioni rivendicative. Da quel momento Miatello diventa uno dei protagonisti della battaglia che porterà prima alle transazioni da 600 milioni con gli ex istituti e poi alla legge sugli indennizzi ai risparmiatori truffati, dopo aver recuperato documenti chiave nelle procure e negli archivi delle banche. Miatello ha collaborato anche alla realizzazione del film Leone di Vetro, curando logistica e promozione del progetto legato al referendum veneto del 2014. Successivamente è stato socio-produttore di Red land (Rosso Istria), film sulle foibe poi distribuito anche dalla Rai, contribuendo al suo lancio nazionale.
Oggi, dopo una vita d’impresa e un’intera battaglia civile condotta senza risparmiarsi, Miatello continua a lavorare per chi non ha ricevuto indennizzi e per evitare che quanto accaduto con le banche venete possa ripetersi.
E tutto questo senza avere o celare interessi personali o di professionisti amici a cui girare clienti già martoriati. Ecco perché per noi Patrizio Miatello è il protagonista dell’anno 2025.

Patrizio Miatello: dieci anni di battaglie per i risparmiatori traditi
C’è qualcosa di profondamente diverso in Patrizio Miatello rispetto alla narrazione abituale che, negli anni, ha circondato la vicenda, soprattutto, delle ex banche venete, la BPVi e Veneto Banca, ma anche di Banca Etruria, Carife, Banca Marche, Cari- Chieti e altre banche minori (ma non per i loro soci ugualmente danneggiati), tutte accomunate dalla messa in liquidazione coatta amministrativa.
La sua voce non è mai rancorosa, non è aggressiva, non è neppure stanca, sebbene abbia attraversato quasi dieci anni di lotte, audizioni parlamentari, comitati, mediazioni, porte sbattute in faccia e vittorie conquistate per gradi. La sua voce, oggi, è soprattutto quella di chi sa di aver portato a casa risultati che nessuno, all’inizio, avrebbe ritenuto possibili. E di chi non ha ancora intenzione di fermarsi.
Lo incontro di sabato che sembra uscito da una tregua dopo una lunga battaglia: stanco, ma sereno, lucido, combattivo e con una memoria chirurgica.
È un fiume di nomi, date, norme, retroscena, ma anche di emozioni trattenute. Quel che colpisce è che non parla mai di sé come di un “eroe civile”. Si considera piuttosto
un cittadino che non poteva girare la testa dall’altra parte mentre un intero territorio franava sotto il peso di una crisi finanziaria generata da anni di gestione dissennata e controlli falliti.
L’inizio della nostra conversazione è un ritorno a quei giorni in cui tutto sembrava perso. “Bisogna ricordare com’era l’atmosfera nel 2017”, spiega

Miatello. “La fiducia nel sistema bancario era crollata. Migliaia di famiglie avevano perso tutto. E non c’era nessuna strada tracciata per ottenere giustizia”.
Parlare con lui significa ricostruire un passaggio di storia recente che troppo spesso viene semplificato o ridotto solo a titoli di giornale. Gli chiedo cosa lo abbia spinto, quando altri rinunciavano, a non mollare.
«Era impossibile accettare che oltre duecentomila persone pagassero errori, responsabilità e omissioni altrui», racconta. «Sapevo che sarebbe stata una battaglia lunga e durissima, ma non potevo permettere che quella fosse la fine della storia. Doveva essere l’inizio di una nuova fase.»
La sua strategia, fin dal principio, non è mai stata gridare allo scandalo: è stata costruire, passo dopo passo, una rete di competenze, alleanze, relazioni istituzionali. Nel suo racconto, pur con i suoi tratti da condottiero popolare con una lunga capigliatura,
non c’è ostentazione, ma un rigore quasi metodico. Miatello ricorda gli incontri con ministri, deputati, senatori, magistrati, tecnici, funzionari europei, e soprattutto il ruolo
fondamentale delle associazioni dei risparmiatori, alcune delle quali da lui coordinate con capacità organizzativa rara, altre mai dileggiate anche se lontane da una visione unitaria e
focalizzata solo sull’interesse comune dei soci risparmiatori di quelle banche.

“Non si vince da soli” ripete più volte “si vince solo se il fronte è largo, preparato e credibile” grazie anche al supporto basilare di due professionisti che hanno sempre accompagnato il percorso di Miatello: l’avv. prof. Rodolfo Bettiol e il fiscalista e tributarista Loris Mazzon.
Lo ascolto mentre racconta la genesi del Fondo Indennizzo Risparmiatori (FIR), uno dei punti di svolta decisivi della battaglia, dopo che la legge precedente, più favorevole ai “soci traditi dalle banche”, la legge 205 del 27 dicembre 2017 firmata da Baretta, l’allora sottosegretario del governo Gentiloni, era stata affossata da beghe di parti politiche che, per attribuirsi il merito di nuove norme, giocarono su dei dati diffusi ad arte in maniera
errata: “i 100 milioni inziali previsti di indennizzi, presentati come un’elemosina si sarebbero, invece, automaticamente ricostituiti ad ogni esaurimento del fondo che pescava dai conti dormienti, individuato proprio da me, e sarebbero stati elargiti ai danneggiati con modalità più favorevoli del successivo FIR istituito con la legge 145 del 30 dicembre 2018” . La sua versione dei fatti è molto diversa da quella semplificata spesso riproposta dai media “mainstream”, anche a livello locale: il FIR non è caduto dal cielo, non è stato un gesto spontaneo della politica. È il risultato di un pressing continuo, intelligente e incessante.
“C’è chi pensa che ottenere quel fondo sia stata una concessione”, sorride. “No. È stata una conquista. Ottenuta perché avevamo argomenti, numeri, documenti, e perché non abbiamo mai ceduto”.
Gli chiedo se il FIR sia stata la vittoria più importante. Mi guarda e, senza esitazione, risponde di no. “La vera vittoria è stata restituire dignità a persone che erano state trattate come colpevoli pur essendo vittime”.
Da quel punto in poi, l’intervista si trasforma in un racconto dettagliato: l’approvazione della nuova legge, la lunga fase applicativa, le difficoltà con CONSAP, le revisioni, gli errori formali, i rigetti. E poi la seconda grande battaglia ancora attuale: quel la per i 10.748 esclusi. “Quella è stata ed è ancora una ferita aperta” spiega.
“Sono persone che hanno diritto alla stessa tutela degli altri. E oggi abbiamo finalmente un percorso concreto per sanare questa ingiustizia”.
Mi descrive il lavoro svolto anche in questi mesi con un’intensità sorprendente: le interlocuzioni con la Commissione Banche, le proposte normative, gli emendamenti Pierantonio Zanettin – Erika Stefani, l’Ordine del Giorno G4.2 sostenuto dal Governo, la battaglia per la desecretazione delle carte Bankitalia-Consob, e la richiesta di una nuova legge “Fondo di Ristoro Integrale”. «Non vogliamo elemosine» ribadisce «vogliamo giustizia piena.»
Il tema fiscale apre un capitolo nuovo.
Mi racconta con preoccupazione la questione delle 500.000 comunicazioni dell’Agenzia delle Entrate arrivate in Veneto sui redditi del periodo Covid. “È un’altra valanga che rischia di travolgere migliaia di famiglie. Serve una legge ombrello, una protezione politica chiara. E serve subito”.
Nel frattempo, nella sua voce emerge una consapevolezza più profonda: la lotta ai torti economici è anche una battaglia culturale. “Se non si costruisce un Paese in cui i cittadini hanno fiducia nelle istituzioni, tutto il resto crolla”.
Mentre accenna solo in parte alle emozioni personali che hanno accompagnato questo percorso, entriamo in quella dimensione più personale che raramente Miatello lascia emergere in pubblico. Perché dietro la fermezza dell’attivista c’è anche un uomo che ha vissuto anni di pressioni, preoccupazioni, fallimenti momentanei e ripartenze. Gli chiedo come abbia resistito, cosa lo abbia sostenuto nei momenti più difficili.
«La verità?» risponde dopo un istante di silenzio. «Le persone. Le loro telefonate, i loro messaggi, la loro fiducia. Io non potevo permettermi di crollare, perché sapevo che se avessi mollato io, molti si sarebbero sentiti abbandonati.» Parla spesso di “responsabilità”, ma in un senso quasi viscerale. Non istituzionale, non formale: una responsabilità morale. “Mi scrivevano persone distrutte: anziani che avevano perso la liquidazione, coppie giovani che avevano perso i risparmi messi da parte per la casa. Qualcuno era davvero disperato. Io non potevo scappare”.
Oltre alla dimensione umana, c’è quella tecnica: una battaglia fatta di norme, di politica, di strategie. Miatello ripercorre con precisione quasi notarile le innovazioni normative contenute nei vari decreti – dal DL Crescita al decreto sul FIR, alle successive modifiche –, spiegando come ogni passaggio sia stato ottenuto attraverso un pressing continuo. “Bisognava conoscere le carte anche meglio dei legislatori” sottolinea. “E quando ci presentavamo a Roma non eravamo mai impreparati: avevamo dossier, proposte alternative, analisi tecniche.
Nessuno poteva dirci che non sapevamo di cosa parlavamo”.
In questa fase dell’intervista emerge un lato inatteso: quello del “tecnico”.
Nonostante sia spesso etichettato come attivista, Miatello dimostra una padronanza del linguaggio giuridico e finanziario tale da poter dialogare ad armi pari con parlamentari e dirigenti ministeriali. Lo ascolto mentre ricostruisce la genesi del recentissimo Ordine del Giorno G4.2, un passaggio determinante.
«Lì abbiamo ottenuto ciò che chiedevamo da anni: il riconoscimento, da parte del Governo, dell’obbligo politico- morale di intervenire per chi era stato respinto dal FIR non per colpa sua, ma per errori procedurali legati al Covid. Molti di quei rigetti erano francamente inaccettabili. E oggi abbiamo finalmente una strada concreta per sanare quella ferita.»
Tornano poi i ricordi delle audizioni in Commissione Banche. Miatello descrive l’ambiente, l’atmosfera, la tensione di quei momenti. Racconta come siano stati anni di lavoro dietro le quinte, spesso in solitudine, ma anche con una rete crescente di persone che credevano nel progetto. “Non è stata solo una battaglia giuridica: è stata anche una battaglia culturale.
Dovevamo cambiare la percezione del risparmiatore tradito, che per troppo tempo era stato dipinto come uno ‘speculatore’. E lo abbiamo fatto”.
Il discorso si sposta sulle proposte attuali: gli emendamenti Zanettin e Stefani, la revisione dei DDL che limiterebbero la responsabilità dei revisori contabili, la battaglia per la trasparenza totale delle liquidazioni di BPVi e Veneto Banca, fino alla richiesta di audire AMCO, prima di proprietà di Intesa, poi acquistata dal MEF, la società che gestisce i crediti deteriorati, ritenuta decisiva per fare luce su passaggi ancora opachi.
«Serve una verità completa, non parziale» ripete con fermezza. «E serve un Fondo di Ristoro Integrale, finanziato con i conti dormienti. Non con soldi pubblici. Non con nuove tasse. Con risorse già disponibili e oggi inutilizzate.»
Nel suo racconto, sorprende come ogni passaggio sia accompagnato non solo dal ricordo di “cosa” è stato fatto, ma del “perché” e “per chi”. Non parla mai al plurale per rivendicare
un ruolo personale, ma per includere tutti quelli che hanno lavorato accanto a lui: avvocati, tecnici, associazioni, perfino singoli cittadini che hanno contribuito con competenze specifiche. “È stato un gioco di squadra” ripete più volte, con un tono sincero,
non retorico. “Cosa resta oggi della battaglia?” chiediamo toccando uno dei punti
che più sta a cuore a Patrizio Miatello: il futuro dei risparmiatori traditi e il ruolo della politica nei prossimi mesi. «Resta la strada da fare» risponde.
«Resta un dovere verso chi ancora aspetta giustizia. Resta la certezza che non smetteremo fino all’ultimo giorno.»
La sua voce cambia leggermente, diventa più lenta, quasi meditativa.
Non è stanchezza: è consapevolezza del peso della responsabilità.
«Siamo in un momento decisivo» afferma. «Gli emendamenti alla legge di bilancio possono cambiare la vita di migliaia di persone. E non lo dico per retorica: lo dico perché vedo le
loro lettere, i loro documenti, le loro storie. Per questo avevo chiesto a tutti i candidati presidente della Regione Veneto di assumere una posizione chiara, pubblica. Il Veneto non può voltarsi dall’altra parte.»
Gli chiedo se, dopo anni di impegno, abbia timore di un nuovo ritardo o di un nuovo rinvio. Sorride appena. «Il timore c’è sempre, ma io non lavoro con i timori. Lavoro con i fatti. E i fatti ci dicono che mai come oggi c’è un’attenzione politica trasversale, dal centrodestra al centrosinistra, su questa vicenda. Il lavoro del Senatore Zanettin, però, è stato decisivo. L’impegno espresso nel Governo attraverso l’Ordine del Giorno è stato decisivo. Ora bisogna solo trasformare quelle dichiarazioni in atti concreti.»
La conversazione si sposta sul tema dei conti dormienti, un punto cardine della sua proposta per il “Fondo di Ristoro Integrale”. Miatello spiega nel dettaglio come quel tesoretto da circa tre miliardi di euro, oggi inutilizzato o destinato ad altri scopi, potrebbe
invece diventare la soluzione definitiva per risarcire tutti i risparmiatori senza ricorrere al bilancio statale come è stato fatto per il FIR. «È una questione di giustizia, ma anche di logica. Non ha senso continuare a lasciare quelle risorse sospese, mentre ci sono famiglie che aspettano da anni.»
Gli chiedo come abbia reagito il mondo politico a questa proposta.
«Molti parlamentari l’hanno capita immediatamente. Altri hanno chiesto approfondimenti tecnici. Qualcuno, lo dico senza problemi, non aveva compreso la portata della questione.
Ma non importa: io non mi stanco di spiegare. Le riforme si fanno così: con pazienza, con competenza e con testardaggine.»
Sul tema delle responsabilità dei revisori bancari e dell’intimazione di pagamento avanzata dall’avvocato del creditore Miatello interviene con fermezza:
«I DDL 1426 e 978, se approvati nella forma attuale, rischiano di svuotare la possibilità stessa di ottenere giustizia, scaricando ancora una volta il peso sulle famiglie. È inaccettabile. Non si possono attenuare le responsabilità di chi avrebbe dovuto vigilare, né trasformare un abuso in un semplice errore. Le famiglie tradite meritano rispetto.»
Gli chiedo quali siano stati i momenti più difficili, e quali invece gli abbiano dato più forza. La risposta arriva subito. «I momenti più difficili? Quando vedevo persone che non ce la facevano più. Non parlo solo di soldi: parlo di dignità. Il tradimento di una
banca non è come perdere un investimento in Borsa. È un colpo all’identità. E molti lo hanno vissuto come uno smarrimento totale.»
E i momenti più forti?
«Quando abbiamo portato a casa risultati che nessuno riteneva possibili: il primo Fondo Indennizzo Risparmiatori, l’estensione delle coperture, il riconoscimento delle ingiustizie subite. E poi, lo ammetto, quando ricevo un semplice “grazie”. Anche solo quello vale tutto.»
Gli domando cosa pensa dei tanti gruppi, associazioni e comitati che negli anni si sono alternati nella battaglia.
«Sono tutti importanti» risponde. «Non si vince una guerra da soli. Le persone che hanno lavorato con me e attorno a me sono state determinanti. Avvocati come Cavallari,
attivisti come Zaggia e Mazzoni, centinaia di cittadini che hanno studiato, scritto, bussato alle porte. Questa è la vittoria di una comunità.»
Miatello parla spesso della necessità di trasformare la vicenda delle ex banche venete in un “precedente positivo”, un modello di tutela da replicare in futuro. «La verità è che l’Italia, come Paese, non era preparata a un disastro bancario di queste dimensioni.
Abbiamo dovuto costruire pezzo per pezzo una risposta. Ma ora quella risposta esiste. E può diventare la base per evitare che accada ancora.»
La parte finale dell’intervista si concentra sul futuro. Gli chiedo se sente che la sua battaglia stia davvero arrivando a una conclusione. Miatello esita un attimo, poi risponde con la sincerità che lo contraddistingue.
«La fine? No. Non ancora. Ma siamo nella fase in cui le cose possono davvero cambiare. Siamo vicini, molto vicini. E non smetterò di lottare finché ogni risparmiatore non avrà ricevuto ciò che gli spetta.»
Chiudiamo con una domanda personale: cosa pensa di sé, guardando agli ultimi dieci anni?
Sorride, quasi imbarazzato. «Non lo so. Io ho fatto quello che dovevo fare. Ho sbagliato qualcosa? Sicuramente sì. Ho dato fastidio? Sì, tanto. Ma ho sempre agito per un motivo semplice: perché nessuno meritava di essere lasciato solo. E finché avrò voce, non smetterò di farmi sentire.»

































