
Di Luigi Poletto (studioso di storia della Resistenza) – Il giorno del Ricordo nasce dalla legge n° 92 del 30 marzo 2004 la quale riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del Ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.
Tale ricorrenza può essere vissuta correttamente solamente a patto di rispettare alcuni criteri:
- il rifiuto di qualsiasi atteggiamento negazionistico o riduzionistico o giustificazionistico riconducibile ad un “a priori” ideologico;
- il riconoscimento della complessità delle vicende storiche;
- il rigetto di ogni unilateralismo nazionalistico;
- l’emancipazione dalla logica del cosiddetto “paradigma vittimario” che assolutizza il punto di vista di una specifica categoria di vittime;
- l’inserimento della tragedia delle foibe nel più generale contesto storico;
- l’attenzione a distinguere la memoria dalla storia: la prima ha a che fare con il vissuto delle persone e quindi è necessariamente mobile e soggettiva, la seconda tende all’accertamento della verità dei fatti;
- la ripulsa di ogni “uso politico della storia” che piega gli eventi passati ad una finalità di polemica politica o di costruzione di una narrazione ideologica di parte.

Lo storico Raoul Pupo che ha indagato in opere fondamentale le “complesse vicende del confine orientale” ha sottolineato il fatto che la violenza ha pervaso quelle terre dalla Grande guerra alla fine degli anni Cinquanta; lì si è registrato un “laboratorio di esperienze politiche estreme” in cui la violenza si è esercitata in tutte le sue forme e modalità in un primo momento dopo il primo conflitto mondiale quale portato di un fenomeno di “brutalizzazione della politica” (la “stagione delle fiamme”) e in un secondo momento con la seconda guerra mondiale quale “guerra totale, stragista, ai civili (la “stagione delle stragi”).
Le vicende di questa area sono state ricostruite accuratamente dall’Istituto Regionale per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia.
La narrazione nazionalistica dominante rivendica l’italianità dell’area, ma in realtà storicamente questi territori hanno una identità meticcia, multiculturale, multietnica e plurilinguistica grazie all’intreccio di vari universi: lo slavo, il latino, il tedesco, il magiaro. L’italianità adriatica è un modello volontaristico ed inclusivo: ad inizio Novecento non si “è” italiani per appartenenza etnica, ma si “diventa italiani” per decisione individuale in cui è decisivo abbracciare la cultura italiana e parlare la lingua italiana, il che consente al mondo italiano di assimilare gli apporti secolari provenienti dalla penisola, dall’entroterra, dal Mediterraneo, dall’Ungheria e dalle zone germaniche.
Per l’Italia con la prima guerra mondiale all’obiettivo di conquista delle “terre irredente” di Trento e Trieste si sovrappone una più generale spinta espansionistica nei Balcani e nel Mediterraneo. Dopo la retorica della c.d. “vittoria mutilata” per il mancato rispetto del Patto di Londra e dopo la spedizione dannunziana a Fiume, con il Trattato di Rapallo (novembre 1920) l’Italia ottiene Trieste, Gorizia, tutta l’Istria e alcune isole della Dalmazia tra cui Cherso e Lussino.

Il cosiddetto “fascismo di confine” che ha il suo leader nel toscano Francesco Giunta è prematuro e particolarmente aggressivo: realizza frequenti spedizioni contro sloveni, croati, socialisti e persegue l’obiettivo di attuare una vera e propria bonifica etnica. L’incendio del “Narodni Dom” – la sede polifunzionale che ospita le organizzazioni slovene triestine – è del 13 luglio 1920. A seguire l’italianizzazione forzata praticata dal regime è particolarmente dura nei confronti degli slavi perché la lingua italiana viere resa obbligatoria nei luoghi pubblici e di culto; i nomi e i cognomi e toponimi sono italianizzati; il clero slavo viene perseguitato; le associazioni e i luoghi di ritrovo di sloveni e croati sono soppressi; si accentua il processo di marginalizzazione della componente slava dai circuiti decisionali.
Nella primavera del 1941 la Jugoslavia viene invasa dalle forze dell’Asse e a questa aggressione fa recapitata la prima responsabilità politica e morale delle terribili vicende successive. La Serbia diventa indipendente ma è controllata dai tedeschi, la Croazia è pure indipendente con gli ustascia filo-fascisti di Ante Pavelic, l’Italia si annette la “provincia di Lubiana” con Istria e Dalmazia.
Rispetto all’efficiente movimento partigiano la repressione italiana è feroce, estrema e stragista all’insegna di una vera e propria “guerra ai civili”. Si pensi alla circolare 3C del generale Roatta che legittima distruzioni di villaggi, rappresaglie, fucilazioni di ostaggi e deportazioni; nel luglio 1942 nel paese di Podhum sono assassinati tutti i 90 maschi e deportati gli abitanti.
Con l’8 settembre vi è un vuoto di potere e i partigiani jugoslavi sono autori di terribili eccidi all’interno di una vera e propria ondata di terrore in un clima di jacquerie con centinaia di vittime. Gli assassinati e gettati nelle foibe sono italiani coinvolti nella repressione, esponenti istituzionali, eminenti protagonisti della vita civile, professionale ed economica. Sono le “foibe istriane”.
Nell’ottobre del 1943 viene creata e amministrata dai tedeschi la “zona d’operazioini del litorale adriatico” comprendente Istria, Venezia-Giulia e Lubiana. La repressione è durissima: fucilazioni, torture stupri, uccisioni di ostaggi, distruzione di paesi; sono 280 gli uccisi a Lipa il 30 aprile 1944. Sono presenti bande feroci di fascisti oltre alla Decima Mas di Junio Valerio Borghese. A Trieste opera la Risiera di San Sabba, struttura polifunzionale della morte, al contempo caserma, centrale di repressione, deposito, stazione di deportazione, luogo di massacri di massa; vi opera un forno crematorio.
La “corsa verso Trieste” viene vinta dai partigiani jugoslavi che raggiungono la città il 1° maggio. Nei successivi quaranta giorni si verificano atroci eccidi noti come “foibe giuliane”, Circa 10-12 mila persone sono arrestate. Molte vengono liberate; un migliaio di persone vengono giustiziate e gettate nelle foibe, altre migliaia sono deportate in campi dove periscono per denutrizione, maltrattamenti e malattia.
Quante sono le vittime delle foibe (inghiottitoi tipici del terreno carsico storicamente utilizzati quali depositi di materiali di scarto e poi impiegati per occultarvi cadaveri)? Calcolando il numero delle persone scomparse (computo per eccesso) arriviamo a 500-700 nell’autunno del 1943 e a 3-4 mila nella primavera del 1945. Non si può parlare di “pulizia etnica” e del resto la nozione culturale e non etnica di “italianità adriatica” esclude questa possibilità come pure la presenza di italiani nelle fila dei partigiani jugoslavi.
L’epurazione non viene compiuta su basi nazionali ma politiche con finalità punitive per chi si è macchiato di crimini, epurative nei confronti di oppositori reali, potenziali o presunti, del nascente regime comunista (compresi anche esponenti del CLN triestino) e intimidatorie verso la popolazione locale per dissuaderla dall’opporsi al nuovo potere. Gli italiani sono colpiti non in quanto tali, ma perché rientrano nelle categorie da epurare preventivamente: in questo senso si è espressa la Commissione italo-slovena: “L’impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario, che si stava trasformando in regime, convertendo in violenza di stato l’animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani”.
Il successivo esodo ha proporzioni enormi: se ne va l’83% della popolazione italiana ovvero circa 280-300 mila persone. Le ragioni vanno ricercate nella percezione di un pericolo strutturale, nell’essere oggetto di pratiche oppressive, repressive e vessatorie, nel disagio psicologico per la disintegrazione di un mondo, nel rifiuto del sistema economico collettivista jugoslavo, in meccanismi di emulazione.
Vicende tragiche. Per uscire dall’imbuto della strumentalizzazione e delle memorie divise occorre trasformare il “Giorno del Ricordo” in ricorrenza totalmente liberata da scorie nazionalistiche, in giornata in cui si denuncia la primaria responsabilità del fascismo per l’aggressione della Jugoslavia nel 1941, si celebra la fratellanza di tutti i popoli, si conserva la memoria di tutte le vittime, si considerano le vicende nella loro oggettività storica, si condivide il dolore dell’altro, ci si riconosce nella casa comune europea.


































