
Da VicenzaPiù Viva n. 305 (in edicola e online con L’altra Vicenza in omaggio) e con riferimento anche a “Guerra in Iran, Vicenza e le basi USA: una preoccupazione che non può essere ignorata.“
Basi Usa a Vicenza, tra disimpegno americano e futuro della città
Da quando Donald Trump è entrato sulla scena politica americana, una linea è diventata via via più esplicita: gli Stati Uniti intendono ridurre il proprio impegno diretto nella difesa europea, chiedendo agli alleati di farsi carico in misura crescente della propria sicurezza. Una tendenza che non nasce ieri, che attraversa amministrazioni diverse e che oggi si traduce in scelte politiche, militari ed economiche sempre più chiare, orientate verso aree considerate strategicamente più rilevanti per Washington.

In questo contesto generale, Vicenza occupa una posizione particolare. In città (per non parlare della Ex Pluto ora Caserma Miotto a Longare) sono presenti due basi statunitensi – Caserma Ederle e Caserma Del Din – che hanno segnato profondamente il territorio, la vita urbana e il dibattito politico degli ultimi decenni. È legittimo domandarsi se, in uno scenario di progressivo disimpegno Usa dalla difesa europea, anche queste strutture possano essere coinvolte, nel medio-lungo periodo, da una riduzione delle presenze o addirittura da un abbandono.

Va detto con chiarezza: oggi non esistono evidenze fattuali che indichino decisioni imminenti in tal senso. Ma proprio perché si tratta di ipotesi e non di emergenze, è questo il momento giusto per porre il tema. Attendere segnali ufficiali o scelte già definite significherebbe, come spesso accaduto in passato, trovarsi di fronte a decisioni prese altrove, senza un progetto condiviso e senza una visione per il futuro della città.
Una parte consistente della comunità vicentina, ancora segnata dalla lunga e dolorosa vicenda dell’imposizione della seconda base al Dal Molin, guarderebbe con favore a un’eventuale riduzione o uscita delle forze americane. Sarebbe ipocrita non riconoscerlo. Ma un abbandono, se non governato, non è automaticamente una buona notizia. Può trasformarsi in un problema enorme se non si affronta subito la domanda cruciale: che cosa fare degli spazi liberati, e per conto di chi?
Le basi militari non sono vuoti neutri. Sono porzioni rilevanti di territorio urbano, infrastrutture complesse, nodi logistici e ambientali delicati. Lasciarle in attesa, o peggio destinarle a usi improvvisati, significherebbe perdere un’occasione storica. Al contrario, avviare fin da ora uno studio serio sulle possibili destinazioni – civili, pubbliche, universitarie, ambientali, produttive o miste – consentirebbe a Vicenza di farsi trovare pronta.
Non si tratta di alimentare paure né illusioni, ma di esercitare una responsabilità politica e amministrativa elementare: prevedere. Così come la città ha subito decisioni calate dall’alto quando si è trattato di ospitare nuove basi, oggi ha il diritto – e il dovere – di ragionare su un futuro diverso, se lo scenario internazionale dovesse cambiare.
Aprire un confronto pubblico, coinvolgere istituzioni, università, mondo economico e società civile, immaginare scenari di riuso compatibili con l’interesse collettivo non significa augurarsi l’abbandono americano. Significa evitare che, qualora accadesse, Vicenza si trovi ancora una volta a rincorrere eventi già decisi altrove. In politica, come nell’urbanistica, non pensare per tempo è spesso la scelta più costosa.





































