Decreto Sicurezza, sindacato autonomo carabinieri (Mosac): “Montagna ha partorito ennesimo topolino”

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Decreto Sicurezza

Il Movimento Sindacale Autonomo Carabinieri (Mosac) critica il cosiddetto Decreto Sicurezza del Governo Meloni, ovvero il pacchetto di norme volte a inasprire le pene per alcuni reati e a potenziare i poteri di intervento delle forze dell’ordine.

Proprio su quest’ultimo aspetto, il Mosac esprime la sua più ferma critica, affermando, in sostanza, che si tratti di fumo negli occhi, poiché con le nuove norme non si verifica, se non sulla carta, una reale maggiore garanzia per gli agenti. “Le carte dicono che, per le forze dell’ordine, la montagna ha partorito il solito, gattopardesco topolino“, dichiara con forza il rappresentante del Mosac, Luca Spagnolo.

A partire – spiega il sindacato – dalle modifiche all’articolo del codice penale relativo al Registro delle notizie di reato che prevedono per il PM la facoltà di non iscrivere un agente in esso, in caso di “evidente” causa di giustificazione come la legittima difesa, ma in un’annotazione preliminare, su un modello separato.

“Bellissimo, sulla carta – spiega il Mosac -. La realtà è un’altra. L’arbitrarietà deve apparire evidente al PM, ma è lo stesso PM che, nel dubbio, dovrà comunque indagare. Inoltre, da un punto di vista economico, sia che finisce nel registro che chi invece nelle annotazioni gode degli stessi diritti e garanzie e dovrà comunque nominare e pagare un legale e un consulente tecnico. Che tu sia in un registro o in un altro, il conto in banca piange uguale. Hanno cambiato il nome della sedia, ma la tortura economica per il carabiniere resta identica”.

Stesso dicasi in caso di incidente probatorio deciso dal PM: l’iscrizione nel registro degli indagati scatta in automatico. Ad esempio – spiega il sindacato – in caso di conflitto a fuoco scatta il sequestro dell’arma e l’accertamento tecnico-balistico. Quest’ultimo è un atto che richiede l’iscrizione immediata nel registro degli indagati: “Risultato? Dopo mezz’ora di annotazione preliminare – spiega ancora il Mosac -, il carabiniere finisce dritto nel registro degli indagati e con le bodycam sempre accese, ogni sequestro di filmato seguirà lo stesso iter. Un giro di parole per non cambiare nulla”.

“Beffa”, viene poi definito ciò che il decreto sicurezza prevede in materia di tutela legale e assicurativa delle Forze di Polizia: “Un annuncio fuori tempo massimo e puro spot propagandistico”, lo definisce il sindacato autonomo dei carabinieri.

Lo stanziamento di 10 milioni di euro annui per il quadriennio 2026-2029 è ritenuto esiguo. Con un massimale di soli 10.000 euro per le spese legali in ciascuna fase del procedimento, la copertura non garantisce un reale “ombrello legale” per il personale impegnato in attività di servizio. In mancanza di polizze immediate, l’anticipo delle spese tramite l’Avvocatura dello Stato non è strutturale né automatico, ma resta soggetto a valutazioni di congruità. Inoltre, il finanziamento è limitato al 2029. Senza una stabilizzazione permanente, il rischio è che dal 2030 i lavoratori debbano nuovamente sostenere i costi legali di tasca propria.

Non siamo affatto meravigliati che nessun sindacato dei lavoratori militari, cosiddetto rappresentativo, abbia sollevato la questione – dichiara Luca Spagnolo -. Forse sono troppo impegnati a contrattare la modifica delle norme sulle agibilità sindacali, magari per ottenere il lasciapassare e tornare a operare al fianco di enti che erogano servizi come CAF e Patronati: una fetta di mercato che da sempre fa gola alle organizzazioni sindacali. Speriamo che la storia ci dia torto”.

Le critiche non risparmiano neanche una delle misure che hanno destato maggior scalpore: il Fermo preventivo fino a 12 ore per chi ha il fondato motivo di voler creare disordini: “Sembra scritto per un cinepanettone”, sbotta il Mosac.

Viene fornita una spiegazione prendendo ad esempio i fatti avvenuti recentemente a Torino. “Per fermare anche solo 100 soggetti pericolosi durante una guerriglia urbana, sarebbero serviti decine di equipaggi dedicati solo all’accompagnamento, personale per la vigilanza continua e locali idonei. In breve: uomini sottratti al controllo della piazza proprio mentre la tensione cresce – afferma il sindacato dei carabinieri -.

La norma non impone arresti di massa, è vero. Ma non chiarisce come rendere sostenibile la sua applicazione in contesti complessi. Il rischio concreto è quello di un corto circuito operativo: meno uomini in strada, più uomini bloccati in attività di custodia, con un effetto opposto a quello dichiarato. Una critica che vuole costruire, non demolire. Non serve un esperto di tattica militare per capire che ai gruppi violenti basterà triplicare il numero dei manifestanti per mandare in tilt il sistema. È una misura che non garantisce sicurezza, ma garantisce il collasso logistico delle caserme”.

In conclusione: “Il Mosac chiede serietà. Il tempo delle promesse e dei decreti ‘spot’ che servono solo ai titoli di coda è finito. Le Forze di Polizia non hanno bisogno di giochi di prestigio normativi, ma di tutele legali reali, pagate dallo Stato, procedure chiare e non ambigue e norme che tengano conto della realtà operativa, non dei sogni proibiti legate all’emergenza di qualche burocrate che la piazza l’ha vista solo dalla finestra del ministero. La sicurezza non si costruisce con annunci rassicuranti, ma con leggi che funzionano. Se questo è il ‘successo’ che gli altri sindacati celebrano, il Mosac preferisce restare dalla parte della verità. Anche se è scomoda”.