Dal sì alla donazione al trapianto fallito di Domenico: il doppio lutto della famiglia di Moritz

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Da sinistra, Moritz Gerstl e Domenico Caliendo, donatore e destinatario del cuore «bruciato» (immagine da Il Corriere dell'Alto Adige)
Da sinistra, Moritz Gerstl e Domenico Caliendo, donatore e destinatario del cuore «bruciato» (immagine da Il Corriere dell'Alto Adige)

Dopo la morte per annegamento del piccolo Moritz, quattro anni, i genitori scelgono di donare il suo cuore per salvare Domenico, bimbo di due anni in attesa di trapianto. Ma l’organo arriva danneggiato e il trapianto fallisce. Per la famiglia del donatore si consuma un doppio lutto: alla perdita del figlio si aggiunge quella della speranza che il suo battito potesse continuare a vivere altrove.

Moritz: dala morte alla donazione a Domenico fino al trapianto fallito

Ci sono morti che irrompono come un lampo e non lasciano il tempo di capire. E poi ci sono morti che, anche dopo essere accadute, continuano a succedere dentro chi resta. La storia di Moritz Gerstl, quattro anni, annegato in una piscina dell’Alto Adige a pochi passi dalla madre e dalla zia, appartiene a entrambe le categorie. Un attimo prima il gioco, l’acqua, le voci. Un attimo dopo il silenzio. Quello che, come raccontano molti genitori colpiti da una perdita traumatica, non è solo assenza di suono ma frattura irreversibile del mondo.

L’annegamento infantile è tra le esperienze più destabilizzanti per una famiglia. La letteratura psicologica parla di “trauma acuto con colpa associata”: nei casi in cui l’incidente avviene in presenza dei genitori, il dolore si intreccia quasi sempre a una domanda ossessiva “Se fossi stata lì un secondo prima?”. È la forma più feroce di autoaccusa, quella che non trova risposta perché la mente continua a riscrivere la scena cercando un punto in cui il destino avrebbe potuto deviare. Ma l’acqua, spiegano gli studi pediatrici sulla sicurezza, può inghiottire un bambino in meno di un minuto, senza grida, senza richiami. Eppure il sapere scientifico non basta a spegnere il senso di colpa. Quando Moritz viene recuperato sul fondo della piscina e trasportato all’ospedale di Bolzano, inizia quella sospensione che molti genitori descrivono come “vivere tra due mondi”: il corpo è ancora lì, il cuore batte, ma la diagnosi di morte encefalica apre un varco che la mente rifiuta. In quel momento, la famiglia è chiamata a una decisione che segnerà per sempre la propria biografia morale: dire sì o no alla donazione.

Il 23 dicembre, nel pieno di un dolore che non ha grammatica, i genitori di Moritz scelgono di donare il cuore del figlio. È una scelta che gli studi definiscono come “meaning making”, costruzione di senso: trasformare una morte assurda in un atto che genera vita. Il cuore, più di ogni altro organo, porta con sé un carico simbolico immenso. Nell’immaginario culturale occidentale è la sede dell’amore, dell’identità emotiva, della presenza. Donarlo significa, per molti genitori, credere che qualcosa del proprio bambino continui a battere nel mondo. Non è solo un gesto medico, è un gesto antropologico, quasi rituale: la morte individuale che si apre alla continuità sociale.

Il cuore di Moritz è destinato a Domenico, due anni, ricoverato da settimane all’ospedale Monaldi di Napoli per una grave cardiomiopatia dilatativa. Due famiglie che non si conoscono vengono unite da un filo invisibile. Per i genitori del donatore, sapere che quel battito continuerà altrove può diventare un appiglio nel naufragio. “Che il suo cuore batta in qualcuno che ne abbia bisogno domani”: è una frase che ritorna spesso nei racconti dei familiari che accettano la donazione. È una forma di sopravvivenza simbolica. Ma questa storia non conosce consolazione lineare. Il cuore arriva danneggiato. I medici, davanti a un bambino in condizioni disperate e alla rarità estrema di organi pediatrici compatibili, scelgono di impiantare comunque quell’organo, guidati da un principio crudele ma reale della medicina d’urgenza: meglio una possibilità remota che nessuna possibilità. Il danno da freddo si rivela irreversibile. Dopo quasi due mesi di agonia, il 21 febbraio 2026 Domenico muore.

Da quel momento, per i genitori di Moritz, il lutto si riapre. Non solo hanno perso un figlio; hanno perso anche l’idea che quel sacrificio potesse salvare un’altra vita. Qui si parla di “doppia perdita”: la prima è la morte del bambino, la seconda è il crollo del significato costruito attorno alla donazione. Se l’atto altruistico diventa vano, il rischio è che riaffiori la domanda primitiva e devastante: “Allora perché?”

Il cuore, simbolo universale di amore e continuità, qui sembra essersi fermato due volte. E questo produce un dolore particolare, diverso da quello, pur immenso, della famiglia ricevente. Per i genitori del donatore, la donazione rappresentava una forma di trascendenza: l’idea che Moritz non fosse solo una vittima di un incidente, ma anche un bambino capace di salvare. Quando il trapianto fallisce, si incrina anche quella narrazione.

In caso di donazione infantile è molto complesso, perché non esiste una volontà espressa in vita. La scelta ricade interamente sui genitori, che devono interpretare ciò che sarebbe stato “giusto” per il figlio. È un atto che intreccia etica, fede e identità genitoriale. Oggi si parla meno del silenzio dei genitori di Moritz. Un silenzio che non è assenza di parole, ma esaurimento emotivo. Hanno visto il figlio spegnersi in una piscina dove avrebbe dovuto ridere, hanno firmato un consenso mentre il mondo crollava e hanno immaginato quel cuore battere ancora. E poi hanno dovuto accettare che anche quella speranza morisse. Nel lutto traumatico dei genitori, spiegano gli studi sul “grief after accidental child death”, l’elemento più difficile da integrare è l’irreversibilità. Non c’è preparazione, non c’è addio graduale. C’è uno strappo. Il momento dell’ultimo saluto prima del prelievo degli organi viene descritto come uno dei più dolorosi: è l’addio definitivo al corpo, l’inizio di una separazione che segna la vita.