Guerra in Iran, Vicenza e le basi USA: una preoccupazione che non può essere ignorata.

Caserme Del Din ed Ederle a Vicenza e Matteo Miotto, ex Pluto, a Longare: quali sono i piani di protezione civile? Quali le informazioni alla cittadinanza? Quali le garanzie sulla natura delle operazioni che partono o transitano da Vicenza in questo contesto di escalation?

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Guerra in Iran e possibili attacchi alle basi USA a Vicenza (immagine realizzata con l'AI)
Guerra in Iran e possibili attacchi alle basi USA a Vicenza (immagine realizzata con l'AI)

La guerra in Iran si allarga e coinvolge truppe americane. Vicenza ospita due basi USA dentro la città: in caso di escalation possono diventare bersagli. L’Italia è più defilata di Francia e Germania, ma resta nella Nato. Servono trasparenza, piani e informazione ai cittadini.

Guerra in Iran, basi USA a Vicenza: allarme sicurezza

La guerra in corso in Iran, che nelle ultime ore sta assumendo una dimensione sempre più ampia con un coinvolgimento diretto di truppe statunitensi accanto a Israele, non è un conflitto lontano da noi. Non lo è per l’Europa. E, soprattutto, non lo è per Vicenza.

Le due basi USA presenti in città – Camp Ederle e Del Din –, per non parlare della riesumata base (nucleare) Pluto a Longare, ora come Caserma Matteo Miotto sede, per lo meno se non di più, della 205a Brigata di Intelligence americana, di non sono entità astratte. Sono strutture operative, inserite in un contesto urbano vivo, a ridosso di quartieri, scuole, attività economiche. Sono parte della nostra quotidianità. Ed è proprio per questo che la domanda, oggi, non può essere elusa: in caso di ulteriore escalation, potrebbero diventare un bersaglio?

L’Italia, è vero, mantiene una posizione più defilata rispetto a quella interventista di Francia e Germania. La Spagna stessa si è sfilata da un coinvolgimento diretto. Questa postura potrebbe, in teoria, attenuare la percezione dell’Italia come “nemico prioritario” da parte dell’Iran. Ma c’è un altro lato della medaglia.

La nostra collocazione nella NATO resta piena e operativa. Le basi americane in territorio italiano sono parte integrante del dispositivo strategico statunitense in Europa. In una fase di crescente confusione geopolitica e di progressiva erosione delle regole del diritto internazionale, la distinzione tra Paese “interventista” e Paese “ospitante” potrebbe diventare irrilevante.

Se è vero che l’attacco statunitense, sostenuto da Israele, viene presentato come un’azione contro un regime autoritario e repressivo, è altrettanto vero che siamo di fronte a un’ulteriore forzatura degli equilibri internazionali. Ogni volta che si scavalcano le sedi multilaterali, ogni volta che si legittima l’uso della forza fuori da un quadro condiviso, il rischio sistemico cresce.

E quando cresce il rischio sistemico, cresce anche la probabilità di una guerra generalizzata.

L’Iran dispone di capacità missilistiche che possono raggiungere l’Europa centrale e orientale e una base inglese a Cipro, Paese UE, è stat già colpita. In un’ipotesi di ritorsione contro asset strategici statunitensi in Europa, le installazioni militari diventano obiettivi potenziali. Non è allarmismo, è semplice logica militare.

Il punto che riguarda Vicenza è questo: le basi USA non sono isolate nel deserto. Sono dentro la città. Camp Ederle è parte del tessuto urbano, Del Din è a ridosso di aree abitate. Un eventuale attacco – anche solo dimostrativo – avrebbe conseguenze dirette su una popolazione civile che non ha alcuna voce in capitolo nelle scelte geopolitiche globali.

Non si tratta di evocare scenari catastrofici, ma di porre una questione di trasparenza e responsabilità sia per eventuali attacchi alle base sia per azioni terroristiche nella loro are a o addirittura in città. Quali sono i piani di protezione civile? Quali le informazioni alla cittadinanza? Quali le garanzie sulla natura delle operazioni che partono o transitano da Vicenza in questo contesto di escalation?

L’Italia, scegliendo una linea più prudente rispetto ad altri partner europei, rischia anche di isolarsi politicamente dal “comune sentire” di parte dell’Unione. Ma al di là degli equilibri diplomatici, resta un dato concreto: in una fase di instabilità crescente, le basi militari statunitensi in Europa diventano nodi sensibili.

Vicenza è uno di quei nodi.

È legittimo, dunque, che la città si interroghi. Non contro qualcuno, non in chiave ideologica, ma per semplice autodifesa civica. La guerra, quando si allarga, non resta mai confinata ai suoi epicentri. E in un mondo in cui le distanze si misurano in minuti di volo di un missile, pensare che tutto questo non ci riguardi sarebbe un errore grave.

La preoccupazione non è una posizione politica. È un dovere di consapevolezza.