Pil, Biffi (Assolombarda): “L’uno virgola non può diventare nostra velocità naturale”

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(Adnkronos) – “Il titolo che abbiamo scelto per questa Assemblea è ‘Rising Industry’. Crescere. Ed è una necessità per il nostro Paese. Quest’anno, nonostante il contesto incerto, avremo una crescita migliore delle attese, sopra l’1%”. Così Alvise Biffi, presidente di Assolombarda, nella sua relazione.  

“È ancora troppo poco. Quell’“uno virgola” segnala un limite molto concreto alla capacità delle nostre imprese e del Paese di avanzare. E non possiamo abituarci, soprattutto quando i Paesi con cui ci siamo confrontati in questi mesi, dagli Stati Uniti ai mercati del Mercosur fino agli Emirati Arabi Uniti, hanno una crescita che corre a ritmi doppi rispetto ai nostri”, conclude.  

“L’Intelligenza artificiale è una grande opportunità. Come ha detto Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, la vera partita dell’intelligenza artificiale per l’Europa si gioca nel portarla dentro l’economia reale: nella salute, nei trasporti, nell’energia”.”Per l’Italia significa un’opportunità imperdibile. Siamo il secondo Paese manifatturiero europeo, con filiere altamente specializzate e una conoscenza dei processi industriali costruita in decenni di produzione. Abbiamo quindi una base industriale sulla quale costruire un vantaggio competitivo anche nell’intelligenza artificiale. E nel Quadrilatero dei territori di Assolombarda – con Milano, Monza Brianza Lodi e Pavia – queste condizioni sono ancora più forti, perché la densità industriale incontra uno degli ecosistemi dell’innovazione più avanzati del Paese. E abbiamo l’industria degli innovation services che coniuga in modo perfettamente sinergico gli ingredienti di questa trasformazione: manifattura, tecnologica e servitizzazione”, sottolinea. 

Biffi evidenzia che l’adozione dell’AI sta accelerando: il 49% delle nostre imprese già la usa, era il 20% nel 2024. “Abbiamo coinvolto 700 aziende dei nostri territori, di settori e dimensioni diverse per capire a che punto siamo a livello di maturità e diffusione dell’intelligenza artificiale, insieme al Politecnico di Milano: i risultati ci dicono almeno tre cose. La prima è che la sua adozione sta accelerando. Al momento il 49% delle nostre imprese ha già progetti attivi sull’intelligenza artificiale e un altro 18% prevede di adottarla a breve. Si tratta di un buon segno perché a fine del 2024 la percentuale era inferiore al 20%. La seconda è che la dimensione dell’impresa fa la differenza, ma non è l’unico fattore. Lo stato di adozione, infatti, è pari al 40% nelle microimprese, al 41% nelle piccole, sale al 48% nelle medie e raggiunge il 79% nelle grandi aziende, ma nelle startup innovative siamo già al 77%, quasi quanto nelle grandi imprese. Si tratta di un miglioramento significativo rispetto all’anno scorso quando l’adozione riguardava prevalentemente le grandi imprese (39%), mentre le PMI si fermavano al 15%”. 

“Abbiamo bisogno di un sistema bancario costruito per la crescita, non soltanto per la stabilità. Un sistema in grado di sostenere gli investimenti e di assumere rischio quando quel rischio è legato a progetti industriali solidi”. “In questi anni abbiamo lavorato molto con le banche e voglio ringraziarle per il percorso fatto insieme, che ha permesso di avvicinare sempre di più il credito ai progetti di crescita delle imprese”, dice. “Abbiamo ottenuto risultati importanti, ma il lavoro non è finito: investimenti, tecnologie e mercati stanno cambiando e richiedono una maggiore capacità di sostenere chi decide di investire”, evidenzia.  

“E anche le risorse pubbliche devono essere utilizzate meglio, come leva per mobilitare capitale privato attraverso garanzie e strumenti capaci di ridurre il rischio e attrarre investimenti verso iniziative con concrete prospettive di mercato”. 

“La retribuzione è centrale e il welfare deve evolvere insieme ai bisogni delle persone, diventando sempre di più un fattore di attrattività e contribuendo a valorizzare e trattenere le competenze”.”Tra queste condizioni, la casa pesa sempre di più. Per quasi un giovane su due la questione abitativa incide sulle scelte di studio o di lavoro. E quattro su dieci hanno rinunciato, negli ultimi tre anni, ad almeno un’opportunità formativa o professionale per la distanza o le difficoltà legate al trasferimento. La scelta del Governo di mettere in campo un Piano Casa nazionale è importante e va nella direzione giusta”, prosegue ancora. 

“Anche il sistema delle imprese può dare un contributo concreto. Abbiamo elaborato una proposta per incentivare le imprese a sostenere le esigenze abitative dei propri dipendenti, attraverso la piena deducibilità dei canoni di locazione e un trattamento fiscale favorevole per i lavoratori. Una misura che, con un costo stimato per lo Stato di 551 milioni di euro annui a regime, potrebbe interessare oltre 280 mila lavoratori in tutta Italia. Vogliamo mettere questa proposta a disposizione del Governo, per rafforzare il Piano Casa nazionale e dare risposte concrete a chi vuole lavorare e costruire il proprio futuro nei nostri territori. Perché senza giovani non c’è industria”. 

“Per sostenere la crescita delle imprese serve il capitale. Il credito bancario resta fondamentale, soprattutto per un sistema produttivo come il nostro, fatto in larga parte di piccole e medie aziende, altamente specializzate e leader nelle proprie nicchie, ma ci sono momenti nella vita di un’impresa nei quali il debito da solo non basta”. “Penso a un investimento di lungo periodo o all’acquisizione di un concorrente, all’ingresso in un nuovo Paese o a una tecnologia che deve passare dalla sperimentazione alla scala industriale”, sottolinea. “In quei momenti serve capitale di rischio e allora dobbiamo ampliare le possibilità di finanziamento per le imprese: private equity, venture capital, private debt, quotazioni in borsa, mercato dei capitali, investitori istituzionali. Non si tratta di sostituire il credito, ma di avere più strumenti e scegliere quello giusto in base alle esigenze dell’impresa per investire, trovare nuovi partner e raggiungere mercati più lontani. A livello europeo il problema assume una dimensione ancora più ampia. Abbiamo moltissimo risparmio, ma troppo poco di quel risparmio arriva alle imprese e agli investimenti produttivi. Molto viene investito all’estero”, prosegue.  

“Si tratta di una vera e propria contraddizione, perché abbiamo le risorse, ma non siamo ancora riusciti a costruire un mercato dei capitali abbastanza profondo e integrato da convogliarle con efficacia verso l’economia reale. Per questo dobbiamo accelerare sulla Savings and Investments Union e sulla costruzione di un vero mercato europeo dei capitali. Però sappiamo che questo richiederà tempo e le imprese devono investire adesso”. 

“Tra pochi giorni il Consiglio europeo entrerà nel vivo del confronto sul bilancio dell’Unione per il 2028-2034. E quella non sarà soltanto una discussione sui numeri, ma sulle priorità che l’Europa vuole darsi. Per noi un punto deve essere chiaro: competitività e coesione non possono essere messe in alternativa”.  

“L’Europa ha bisogno delle risorse per finanziare entrambe e sostenere gli investimenti necessari a rafforzare la propria industria. Non possiamo chiedere alle imprese europee di investire di più in innovazione, tecnologie e capacità produttiva e, nello stesso tempo, ridurre proprio le risorse destinate alla loro competitività”, sottolinea. “E allo stesso modo, le nuove risorse europee non possono tradursi in nuovi oneri sulle imprese”. 

“L’energia è l’altra condizione essenziale per la competitività della nostra industria, soprattutto in una nuova rivoluzione industriale che, per avanzare, ha bisogno di essere alimentata”.  

“Per l’Italia il costo dell’energia continua a rappresentare uno svantaggio competitivo, ma il problema riguarda ormai l’intera Unione Europea. La Commissione lo ha detto con grande chiarezza: l’Europa non può restare una potenza industriale con prezzi dell’energia strutturalmente troppo alti”, afferma. “Servono più capacità di generazione, reti e infrastrutture adeguate, sicurezza degli approvvigionamenti e un mix energetico equilibrato, senza preclusioni tecnologiche né geografiche”, dice ancora.E proprio in questa direzione che considero un segnale importante l’approvazione definitiva, pochi giorni fa, del disegno di legge sul nucleare sostenibile. È un passo concreto per riportare il nucleare nel nostro mix energetico, a partire dalle rinnovabili, puntando sulle tecnologie più avanzate, con piccoli reattori modulari, e con un obiettivo preciso: maggiore sicurezza energetica e minore dipendenza dall’estero. C’è anche un’altra opportunità che ci riguarda direttamente, quella di costruire attorno al nuovo nucleare una filiera industriale italiana, valorizzando competenze e tecnologie che in molti casi le nostre imprese già possiedono. Perché l’energia non può diventare il limite mentre stiamo spingendo più avanti la nostra industria. Diversificare significa non dipendere da un numero troppo ristretto di mercati e finalmente è stata fatta una scelta importante”, conclude. 

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