Tra alleanza e sovranità incrinate dagli USA e scivoloni istituzionali con la Svizzera: la confusione internazionale del governo italiano

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Governo italiano in confusione tra USA e Svizzera lacera la bandiera
Governo italiano in confusione tra USA e Svizzera lacera la bandiera

Dai rapporti con gli Stati Uniti per il Board of peace, l’Afghanistan e l’ICE candidata come “poliziotta” per gli atleti USA alle Olimpiadi di Milano Cortina fino allo scontro diplomatico con la Svizzera per Crans-Montana, emergono incertezze e contraddizioni del governo italiano nella gestione dei rapporti internazionali: fermezza tardiva e confusione di ruoli.

C’è un filo rosso che lega alcune delle più recenti vicende di politica internazionale e istituzionale che coinvolgono il governo italiano: una crescente difficoltà nel tenere insieme alleanze, sovranità nazionale e rispetto delle regole democratiche. Un filo che restituisce l’immagine di una linea estera incerta, oscillante tra subalternità, reazioni tardive e interventi fuori bersaglio.

Governo italiano in confusione tra USA e Svizzera lacera la bandiera

Il primo segnale è arrivato dal rapporto con Donald Trump. L’amicizia rivendicata più volte dall’esecutivo si è incrinata davanti a due nodi concreti. Prima il cosiddetto Board of Peace, a cui Meloni voleva far aderire l’Italia salvo fare marcia indietro per evidenti limiti costituzionali e per il possibile strappo con i principali paesi dell’Unione Europea più la Gran Bretagna che  reputano impraticabile l’adesione a uno strumento alternativo all’ONU e personalistico; poi l’accusa, rivolta da Trump agli alleati, di non aver partecipato alle operazioni in Afghanistan. Un’affermazione grave e falsa, che ha costretto Palazzo Chigi a prendere le distanze. L’Italia in Afghanistan c’era, eccome: 56 morti e centinaia di feriti lo dimostrano. Qui la fermezza è stata necessaria, ma è apparsa più difensiva che frutto di una strategia chiara.

A questa fragilità nei rapporti con Washington si affianca un tema ancora più delicato: le indiscrezioni sulla possibile presenza di agenti dell’ICE statunitense a Milano-Cortina 2026 per la “sicurezza” degli atleti americani. Anche se si trattasse solo di scorte private, il principio resta dirimente: la sicurezza pubblica sul territorio italiano è competenza esclusiva dello Stato italiano. Accettare l’idea che agenti federali stranieri possano operare, anche indirettamente, durante un evento olimpico significa scivolare su un terreno pericoloso, che mette in discussione la sovranità nazionale e lo spirito stesso delle Olimpiadi. Da qui il sostegno a iniziative civiche, come la petizione su Change.org, che chiedono chiarezza e limiti netti.

Sul fronte europeo, poi, il caso Crans-Montana ha mostrato un’altra crepa. Le parole del vicepremier Tajani contro la procuratrice generale svizzera intercettano un sentimento diffuso di indignazione per la scarcerazione di Moretti. Ma il metodo è discutibile. Se un intervento politico era necessario, andava fatto tra governi, non contro una magistratura estera. La risposta elvetica, richiamando la separazione dei poteri, era prevedibile e ha finito per indebolire la posizione italiana.

Colpisce che il richiamo al rispetto della separazione dei poteri arrivi non dall’Unione Europea, ma dalla Svizzera, Stato extra UE tradizionalmente prudente nei rapporti diplomatici, che si è sentito in dovere di ricordare all’Italia un principio basilare dello Stato di diritto.

Mettendo insieme questi episodi, emerge una politica estera disallineata: prudente quando dovrebbe essere ferma, interventista dove dovrebbe rispettare i confini istituzionali, incerta nel difendere la sovranità nazionale proprio mentre afferma di volerla riaffermare: con gli Stati Uniti si fatica a far valere l’amicizia senza subire forzature; in casa nostra si rischia di concedere spazi impropri; con i partner extra UE ma anche europei si sbaglia piano di interlocuzione.

Uscire da questa spirale non sarà semplice. Serve una linea coerente del governo italiano: alleanze sì, ma senza rinunciare alla sovranità; fermezza politica, ma nel rispetto delle regole; credibilità internazionale che non nasca da slogan, bensì da scelte chiare e istituzionalmente solide.