Assistenti di quartiere, Cunegato (Avs) attacca Stefani: “Slogan per spacciare il privato come welfare”

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assistenti di quartiere Veneto
Carlo Cunegato, consigliere regionale del Veneto (Avs)

E’ scontro in Veneto sugli assistenti di quartiere, figura lanciata negli ultimi giorni del 2025 dal presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, e oggi duramente criticata da Carlo Cunegato, presidente del Gruppo Alleanza Verdi e Sinistra in Consiglio regionale, eletto nella circoscrizione Vicenza.

Assistenti di quartiere: il modello Giappone e Svezia

L’iniziativa regionale punta a creare figure formate dalla Regione, iscritte a un albo apposito e incaricate di assistere anziani e persone parzialmente non autosufficienti. Secondo Stefani, si tratta di una soluzione flessibile ispirata al “community care” giapponese e agli “hub tecnologici” svedesi.

Questi assistenti dovrebbero garantire servizi primari in condivisione tra più utenti, riducendo i costi per le famiglie e operando in sinergia con i monitoraggi tecnologici da remoto e gli Ambiti Territoriali Sociali (Ats). L’obiettivo dichiarato dalla Regione è quello di un “ospedale liquido” che non lasci indietro nessuno.

La replica di Cunegato: “Uno specchietto per le allodole”

Non si è fatta attendere la risposta di Carlo Cunegato, che boccia la proposta definendola un’operazione di facciata. “Dietro lo slogan si nasconde un servizio privato, pagato dalle famiglie e non dalla Regione”, attacca il consigliere, sottolineando come l’assistenza domiciliare pubblica (ADI) sia stata progressivamente indebolita proprio dalla giunta regionale.

Cunegato solleva inoltre il problema della carenza di personale: con la previsione di perdere oltre il 20% degli infermieri solo nel Vicentino nei prossimi dieci anni, risulta difficile immaginare un potenziamento delle cure domiciliari. Le Case di Comunità, secondo il consigliere, rischierebbero paradossalmente di svuotare ulteriormente la medicina territoriale.

L’affondo finale di Cunegato riguarda la natura delle prestazioni previste. Occuparsi di spesa, cucina e pulizie non configurerebbe un servizio sanitario, ma una sorta di “quasi colf” pagata da gruppi di 6-8 famiglie. “È qui che il castello crolla”, conclude Cunegato, ribadendo che “se l’onere economico resta in capo ai cittadini, non si può parlare di innovazione pubblica, ma di una delega al mercato privato dei servizi alla persona”.