
Il tema della basi dismesse e/o da dismettere da VicenzaPiù Viva n. 305 (in edicola e online con L’altra Vicenza in omaggio) e con riferimento anche a “Basi Usa Del Din e Ederle a Vicenza, tra disimpegno americano e futuro della città: perché pensarci ora“, “Guerra in Iran, Vicenza e le basi USA: una preoccupazione che non può essere ignorata.“ e “Longare, 207ª intelligence Usa alla Miotto e l’ex Pluto: può essere un obiettivo vicino a Vicenza nella crisi Iran?”
Basi dismesse: cosa insegna l’Europa, Vicenza dovrebbe pensarci
Negli ultimi decenni l’Europa ha già attraversato ciò che oggi, per Vicenza, è ancora solo un’ipotesi: la dismissione, totale o parziale, di basi militari straniere e la necessità di trasformare spazi enormi, complessi e simbolicamente carichi in nuove parti di città. Guardare a questi casi non significa prevedere il futuro, ma dotarsi di strumenti per non subirlo.
L’esperienza europea mostra una verità semplice e spesso ignorata: le basi dismesse diventano risorse o problemi a seconda di quando e come si inizia a pensarle. Non dopo l’abbandono, ma prima.

La Germania, un laboratorio a cielo aperto
Il riferimento principale resta la Germania, che dopo la fine della Guerra Fredda si è trovata a gestire decine di basi USA e NATO. Qui la dismissione è stata affrontata come un tema urbanistico e politico, non come una parentesi tecnica.
A Berlino, l’ex Tempelhof Airport, utilizzato anche in ambito militare, è stato chiuso nel 2008. La città ha scelto di non cedere alla pressione immobiliare e, dopo un referendum popolare, ha trasformato l’area in uno dei più grandi parchi urbani d’Europa. Non un “vuoto verde”, ma uno spazio vissuto, attraversato, appropriato dalla comunità. Qui il messaggio è chiaro: una decisione pubblica forte può resistere anche a interessi economici rilevanti, se supportata da una visione condivisa.
Ancora più istruttivo, perché più simile a Vicenza, è il caso di Heidelberg US Army Base. Storica sede del comando USA in Europa, è stata progressivamente dismessa dal 2013. La città ha avviato un piano unitario di riconversione: quartieri residenziali, spazi universitari, incubatori per startup, servizi e verde. Il passaggio chiave è stato l’investimento pubblico iniziale per bonifiche e infrastrutture, senza il quale il mercato non avrebbe funzionato. Qui la lezione è netta: senza una regia pubblica iniziale, la riconversione resta frammentata o si blocca.
La Francia: sviluppo economico e pragmatismo
In Francia l’approccio è stato più tecnico e meno partecipativo, ma non meno efficace. La Base aérienne 128 Metz-Frescaty, chiusa nel 2012, è stata riconvertita gradualmente in parco tecnologico, polo logistico e area verde. La priorità è stata l’occupazione, con un forte coordinamento tra Stato e territori. Meno simboli, meno dibattito pubblico, più pragmatismo. Funziona, ma produce luoghi spesso efficienti e poco identitari.
Regno Unito: quando il mercato da solo non basta
Il caso britannico mostra invece i rischi di una delega eccessiva al mercato. La RAF Upper Heyford, ex base USAF chiusa negli anni ’90, ha vissuto una lunga fase di stallo, segnata da progetti incompiuti e speculazioni mancate. Solo quando è intervenuta una regia pubblica più decisa, l’area ha trovato un equilibrio come villaggio residenziale e polo economico. Qui la lezione è altrettanto chiara: il mercato senza una visione pubblica produce tempi lunghi, incertezze e sprechi.
Spagna: riuso funzionale, poca narrazione
In Spagna la dismissione di alcune basi USA e NATO, come quella di Base de Zaragoza, ha seguito un approccio funzionale: riusi logistici, industriali, infrastrutturali. Poco spazio alla dimensione simbolica, molta attenzione alla ricaduta economica. Un modello che garantisce efficienza, ma che raramente ricuce davvero il rapporto tra città e spazio militare dismesso.
Italia: pochi esempi, molte occasioni perse
In Italia, i casi di riconversione riuscita sono rari e spesso tardivi. La Caserma Prandina è emblematica: anni di immobilismo, incertezze sulle destinazioni, assenza di una visione condivisa. Solo di recente si è avviato un percorso verso il parco urbano. Il rischio che emerge è quello che Vicenza conosce bene: decenni di vuoto decisionale, in cui l’area resta sospesa, degradata o oggetto di contese sterili.
Cosa insegnano davvero questi casi
Al netto delle differenze nazionali, le esperienze europee convergono su alcuni punti chiave:
• Chi pianifica prima governa il cambiamento. Chi aspetta, lo subisce.
• Il vuoto è il peggior esito possibile: favorisce degrado o speculazione.
• La visione deve essere pubblica, anche se l’attuazione può coinvolgere privati.
• La partecipazione funziona solo se strutturata, non come rituale o scontro ideologico.
• Le basi non sono semplici aree edificabili, ma pezzi di città e di memoria collettiva.
Vicenza e la domanda che conta
Trasferendo queste lezioni a Vicenza, la domanda non è se o quando le basi americane verranno dismesse. La domanda, più concreta e politicamente matura, è un’altra: se accadesse, Vicenza vorrebbe farsi trovare pronta o impreparata?
Pensarci ora non significa auspicare l’abbandono, ma esercitare responsabilità. Significa studiare scenari, capire differenze tra le aree, coinvolgere competenze, immaginare funzioni compatibili con l’interesse collettivo. Significa evitare che, ancora una volta, le decisioni arrivino dall’alto e il territorio debba solo adattarsi.
L’Europa insegna che la riconversione delle basi può diventare un’occasione storica o un problema strutturale. La differenza non la fa il destino, ma il tempo in cui si inizia a decidere. E quel tempo, se Vicenza vuole davvero governare il proprio futuro, è adesso.





































