Davos 2026, l’annuncio di un nuovo impero: Trump e la fine dell’illusione multilaterale anche per l’America Latina

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Davos 2026, Donald Trump
Davos 2026, Donald Trump

L’intervento di Donald Trump del 21 gennaio 2026 in Svizzera, a margine del Forum economico mondiale di Davos, segna una frattura simbolica e politica che molti osservatori latinoamericani e internazionali descrivono come inedita dalla fine della Seconda guerra mondiale. Davanti a una platea europea, il presidente degli Stati Uniti ha parlato non come un capo di governo tra pari, ma come il rappresentante di una potenza che rivendica apertamente il diritto di dettare l’agenda globale, mescolando promesse di pace, minacce commerciali, pretese territoriali e un linguaggio che richiama più la logica imperiale che quella multilaterale.

In questo scenario, il riferimento alla Groenlandia, presentata come oggetto di “negoziati urgenti” ma accompagnata da avvertimenti espliciti sulle conseguenze di un rifiuto, è apparso a molti analisti europei e latinoamericani come una violazione dello spirito e della lettera del diritto internazionale, fondato sull’integrità territoriale e sull’autodeterminazione dei popoli sancite dalla Carta delle Nazioni Unite.

Trump a Davos 2026, reazioni dell’America Latina

Le reazioni in America Latina sono state immediate e cariche di memoria storica. Testate come Página/12 in Argentina, La Jornada in Messico e analisti vicini alla CEPAL hanno sottolineato come il discorso di Davos riecheggi pratiche di pressione già sperimentate nel continente nel corso del Novecento, quando la dottrina della sicurezza nazionale e l’interventismo economico-militare statunitense hanno inciso profondamente sulle sovranità locali. In questo contesto si inserisce anche l’annuncio, diffuso da media internazionali e latinoamericani, di una nuova politica monetaria statunitense nei confronti del Venezuela, con la prospettiva di una dollarizzazione imposta come strumento di stabilizzazione. Economisti venezuelani e studiosi del diritto internazionale economico avvertono che, al di là degli effetti tecnici sull’inflazione, una simile misura solleva interrogativi fondamentali sulla capacità di un popolo di esercitare il proprio diritto allo sviluppo e al controllo delle proprie istituzioni monetarie, principio riconosciuto anche dalle Nazioni Unite.

La situazione geopolitica dei popoli latinoamericani appare oggi segnata da una vulnerabilità strutturale che va oltre le singole crisi nazionali. Dalla pressione sui governi progressisti alle tensioni sociali legate al debito, dall’estrattivismo imposto dai mercati globali alla militarizzazione delle frontiere, il continente si trova nuovamente al centro di dinamiche di potere asimmetriche. Studi accademici dell’Università Nazionale Autonoma del Messico e dell’Universidade de São Paulo evidenziano come queste dinamiche non siano casuali, ma rispondono a una razionalità politica che utilizza il caos,l’imprevedibilità e la forza come strumenti di governo globale. È una strategia che, come hanno notato filosofi politici e sociologi, consiste nel dire tutto e il contrario di tutto, generando confusione per imporre di fatto l’ordine del giorno.

La filosofia della sopraffazione, concetto analizzato da pensatori come Hannah Arendt e Frantz Fanon, trova qui una nuova declinazione. Non si tratta solo di dominio militare o economico, ma di una pratica discorsiva che normalizza la minaccia, svuota il diritto internazionale della sua forza vincolante e riduce la diplomazia a un rapporto tra padrone e vassallo. Le minacce di ritorsioni commerciali, la colpevolizzazione delle vittime dei dazi, la retorica che giustifica l’uso della forza come estrema ma inevitabile opzione ricordano, come hanno osservato diversi commentatori latinoamericani, i passaggi che hanno preceduto altri conflitti recenti, quando le richieste di “negoziato” erano accompagnate da ultimatum impliciti.

Dire che siamo davanti a qualcosa che non avevamo mai visto negli ultimi ottant’anni non è dunque solo una formula retorica. È la constatazione che il sistema internazionale nato dalle macerie del 1945, fondato su regole condivise e sul rifiuto dell’imperialismo esplicito, sta subendo una torsione profonda. Per l’America Latina, regione che ha pagato un prezzo altissimo alle politiche di sopraffazione, questo momento rappresenta un bivio storico. Come ricordava Assata Shakur, nessun popolo ha mai conquistato la propria libertà facendo appello alla morale dei suoi oppressori.

La posta in gioco oggi non è solo la sovranità di singoli territori o la stabilità di singole economie, ma la sopravvivenza stessa di un ordine internazionale basato sul diritto e non sulla minaccia. Chi sceglie il silenzio o l’adattamento rischia di legittimare una nuova stagione degli imperi; chi si oppone, con strumenti politici e democratici, tenta di difendere non solo un continente, ma un’idea di umanità.

Fonte

https://www.reuters.com/business/davos/trump-says-he-wants-immediate-negotiations-purchase-greenland-2026-01-21/?utm_source=chatgpt.com