La dedizione a Venezia del 1404 si dimostra una carta vincente per Vicenza. La Serenissima modifica per la prima volta l’obbiettivo principale delle proprie mire trasferendolo dal bacino del Mediterraneo (funzionale alle proprie attività mercantili) alla terraferma che sta alle spalle della Laguna. Sotto il primo profilo è obbligata dalla progressiva espansione dell’impero Turco-Ottomano, culminata con la conquista di Costantinopoli nel 1453, sotto il secondo ha due spinte: la diversificazione dell’economia da commerciale a fondiaria e la opportunità di avere alle spalle un territorio che allontani i confini che separano dalle potenze europee e italiane che non amano la Serenissima. Nasce lo Stato da Tera e Venezia lo amplia fino a comprendere parte della Lombardia, il Friuli e alcuni territori del Papato. (qui tutte le puntate di “La Vicenza del passato”, ndr)
Un secolo di pace, crescita economica e demografica e cambiamenti
Per Vicenza la dedizione a Venezia comporta un secolo di pace, di crescita economica e demografica, di cambiamenti, che finirà nel 1508 con la guerra alla Lega di Cambrai. La Dominante, riconoscendo la primogenitura vicentina nel sistema delle dedizioni, la gratifica con il Privilegium civitatis Vincentiae del 1404, che ratifica il predominio della città su quasi tutto il suo distretto. I beneficiari sono soprattutto i casati vicentini che dalle loro terre foranee ricavano le proprie ricchezze. Il Privilegium contiene anche l’impegno a rispettare le leggi vicentine e la possibilità di ricorrere contro le violazioni da parte della Dominante.

La mancanza di una propria autonomia, per altro estranea alla mentalità vicentina, è un prezzo conveniente da pagare se è il mezzo per sviluppare gli affari e accrescere le ricchezze e Vicenza lo sopporta anche quando Venezia pretende tributi per sostenere le spese belliche e quando limita l’attività mercantile della dominata a vantaggio della propria.

Nel Quattrocento Vicenza cambia profondamente. L’aumento della popolazione estende l’abitato in nuovi borghi (quello di Berga e quello di Pusterla), che sono annessi alla città e forniti di mura, valli e porte. Le vie d’acque diventano il percorso principale dei collegamenti con la capitale e si ristrutturano, quindi, i due porti cittadini.

Le famiglie nobili hanno abbinato alla tradizionale rendita fondiaria quella commerciale e imprenditoriale. I settori trainanti sono quelli dell’allevamento e del tessile, per la produzione di lana e seta, ma danno lavoro anche la cuoieria e l’oreficeria. Si sviluppa una Zona Artigianale Industriale, detta in termini moderni, a ridosso dei corsi d’acqua che sono la fonte d’energia.
I nuovi edifici pubblici e privati
Le rendite sono investite in società fra produttori e finanziatori e, visto che sono ingenti, nella ristrutturazione del patrimonio edilizi privato. I casati ammodernano i palazzi gentilizi rivestendoli con le forme dello stile della capitale, il “gotico fiorito”. C’è un nucleo importante di queste novità architettoniche nell’area adiacente ai porti che poi si ramifica lungo le vie del centro città, come contrà Porti o il corso maggiore che accoglie la sontuosa Cà d’Oro.

Negli ultimi decenni del secolo cambiano i gusti e anche l’estetica delle magioni, che si raccorda al nuovo gusto rinascimentale. I modelli sono quelli lombardo-emiliani e sono fatti arrivare in città costruttori operanti in altre regioni per importare le nuove tendenze. I palazzi Negri-De Salvi in contrà Santo Stefano e Thiene in contrà Porti sono i più riusciti edifici dell’epoca. E dove non si può abbattere o ricostruire, il gusto subentrante si estrinseca in nuovi portali e decori.

Dopo la dedizione a Venezia c’è, finalmente, una fondamentale novità nell’edilizia pubblica perché il medievale complesso dei palazzi comunali, sul bordo meridionale della piazza maggiore è inglobato, attorno al 1450, nel Palazzo della Ragione. La firma del progetto del nuovo edificio è di Domenico da Venezia, “ingegnere del Comune”, che disinvoltamente mischia stili diversi: il rivestimento esterno in marmi policromi richiama quello del veneziano Palazzo Ducale, altri invece i modelli veneto-padani dell’omonimo Palazzo della Ragione di Padova da cui è ispirata la copertura a carena. Si adegua anche la confinante Torre di Piazza, innalzata con un pinnacolo ottagonale fino all’altezza di ottantadue metri.

Una sola nuova chiesa, il tempio votivo di Monte Berico

Gli edifici religiosi della città, costruiti nei due secoli precedenti, sono già sufficienti a coprire le necessità dei quartieri e, quindi, non ci sono nuove chiese. L’intervento più importante è sul Duomo che è completamente rifatta in una veste più sontuosa attorno alla metà del Quattrocento, ancora su progetto di quel Domenico da Venezia che, contemporaneamente, dà nuova forma al Palazzo della Ragione. Altre opere investono la trecentesca chiesa di Santa Maria in Foro (“i Servi”), completata per celebrare l’avvento della Serenissima, e il complesso dell’Ospedale dei Santi Maria Cristoforo. È, invece, tardo gotica la chiesa votiva costruita a spese della comunità a Monte Berico per ringraziare, dopo la fine della pestilenza del 1426, la Madonna che ne aveva chiesto in cambio l’erezione dopo essere apparsa sulle pendici di Monte Berico a Vincenza Pasini. Il modesto edificio è ampliato nel 1475 da Lorenzo da Bologna.

Tutta questa nuova edilizia necessita dell’apporto di costruttori e di scultori e pittori per le decorazioni. Nella seconda metà del XV secolo arrivano a Vicenza molti artigiani lombardi come Bernardino da Como, il cognato Tommaso da Milano, Lorenzo da Bologna e Giacomo da Porlezza. Attenzione a quest’ultimo nome perché, nel 1523, sarà proprio suo figlio Giovanni, insieme con il socio Girolamo Pittoni, ad accogliere nel laboratorio di Pedemuro San Biagio il giovane praticante padovano Andrea, figlio di Pietro della Gondola, e a trasformare in pochi anni un umile lapicida nell’architetto che sconvolgerà Vicenza nel secolo successivo: Andrea Palladio.

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Gianni Poggi risiede e lavora a Vicenza. È iscritto all’Ordine dei giornalisti. Le sue principali esperienze giornalistiche sono nel settore radiotelevisivo. È stato il primo redattore della emittente televisiva vicentina TVA Vicenza, con cui ha lavorato per news e speciali ideando e producendo programmi sportivi come le telecronache delle partite nei campionati del Lanerossi Vicenza di Paolo Rossi, i dopo partita ed il talk show «Assist». Come produttore di programmi e giornalista sportivo ha collaborato con televisioni locali (Tva Vicenza, TeleAltoVeneto), radio nazionali (Radio Capital) e locali (Radio Star, Radio Vicenza International, Rca). Ha scritto di sport e di politica per media nazionali e locali ed ha gestito l’ufficio stampa di manifestazioni ed eventi anche internazionali. È stato autore, produttore e conduttore di «Uno contro uno» talk show con i grandi vicentini della cultura, dell’industria, dello spettacolo, delle professioni e dello sport trasmesso da TVA Vicenza. Ha collaborato con la testata on line Vvox per cui curava la rubrica settimanale di sport «Zero tituli». Nel 2014 ha pubblicato «Dante e Renzo» (Cierre Editore), dvd contenente le video interviste esclusive a Dante Caneva e Renzo Ghiotto, due “piccoli maestri” del libro omonimo di Luigi Meneghello. Nel 2017 ha pubblicato per Athesis/Il Giornale di Vicenza il documentario «Vicenza una favola Real» che racconta la storia del Lanerossi Vicenza di Paolo Rossi e G.B. Fabbri, distribuito in 30.000 copie con il quotidiano. Nel 2018 ha pubblicato il libro «Da Nobile Provinciale a Nobile Decaduta» (Ronzani Editore) sul fallimento del Vicenza Calcio e «No Dal Molin – La sfida americana» (Ronzani Editore), libro e documentario sulla storia del Movimento No Dal Molin. Nel 2019 ha pubblicato per Athesis/Il Giornale di Vicenza e Videomedia il documentario «Magico Vicenza, Re di Coppe» sul Vicenza di Pieraldo Dalle Carbonare e Francesco Guidolin che ha vinto nel 1997 la Coppa Italia.