Di Maio e la (non) sicurezza sul lavoro: tagliate le tariffe Inail

la frase di Di Maio su twitter
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Quando si parla di attenzione verso i problemi del lavoro. Questa immagine ci dimostra in maniera chiara quale sia la considerazione che i nostri “sedicenti governanti” rivolgono alle questioni del lavoro.

Secondo loro le affrontano, ma come? E da che parte stanno? Le chiamano pomposamente “azioni concrete” e lo sono, certo. Ma cosa risolvono? Danno maggiori o minori garanzie a chi vive del proprio lavoro? “Azioni” come quella entusiasticamente sbandierata da Di Maio favoriscono principalmente e solo “lorpadroni”.

Il sedicente “bravo ministro” Luigi Di Maio si compiace che “dare lavoro in Italia costerà meno”. E sarà, forse, così (a parte che il “risparmio” per aziende e imprenditori sarà irrisosorio) ma a scapito di cosa?

Ma certo… della sicurezza sul lavoro. Perché tagliare i fondi all’INAIL significa, appunto, togliere soldi per migliorare la sicurezza e, molto probabilmente, tagliare i rimborsi per i lavoratori in caso di infortunio.

Non c’è che dire una vera “azione concreta” che penalizza chi vive del proprio lavoro. Un’azione concreta frutto dell’ignoranza e, il sospetto sorge spontaneo, della malafede di chi sta governando la nostra povera Patria. Di quella sudditanza non solo ai padroni ma anche a quella apparenza propagandistica che ammorba il “fare politica” nel nostro paese.

Un’azione concreta che è un insulto per chiunque viva del proprio lavoro e rischia la salute e la vita per portare a casa una retribuzione spesso insufficiente per arrivare a fine mese. Sì, proprio un insulto, dal momento che infortuni e morti nei luoghi di lavoro sono in continua crescita di anno in anno.

Se questa è la risposta della “politica del cambiamento” siamo messi proprio male.

Si ricordi il sedicente “politico” Di Maio che in tre mesi sono morti nei luoghi di lavoro oltre 155 lavoratori e che, se si considerano anche le morti in itinere, il totale delle persone che hanno perso la vita sale a oltre 340. E si ricordi, il cosiddetto “ministro del lavoro”, che chi si infortuna, chi si ammala, chi muore perché lavora è una persona e non un ingranaggio o un pezzo di ricambio.

Ogni giorno si assiste a questo massacro e “lorsignori” lo affrontano togliendo risorse a chi dovrebbe controllare la sicurezza nei luoghi di lavoro? Proprio il contrario che un paese civile dovrebbe fare?

Sì, siamo proprio messi male.

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Giorgio Langella è nato il 12 dicembre 1954 a Vicenza. Figlio e nipote di partigiani, ha vissuto l'infanzia tra Cosenza, Catanzaro e Trieste. Nel 1968 il padre Antonio, funzionario di banca, fu trasferito a Lima e lì trascorse l'adolescenza con la famiglia. Nell'ottobre del 1968 un colpo di stato instaurò un governo militare, rivoluzionario e progressista presieduto dal generale Juan Velasco Alvarado. La nazionalizzazione dei pozzi petroliferi (che erano sfruttati da aziende nordamericane), la legge di riforma agraria, la legge di riforma dell'industria, così come il devastante terremoto del maggio 1970, furono tappe fondamentali nella sua formazione umana, ideale e politica. Tornato in Italia, a Padova negli anni della contestazione si iscrisse alla sezione Portello del PCI seguendo una logica evoluzione delle proprie convinzioni ideali. È stato eletto nel consiglio provinciale di Vicenza nel 2002 con la lista del PdCI. È laureato in ingegneria elettronica e lavora nel settore informatico. Sposato e padre di due figlie oggi vive a Creazzo (Vicenza). Ha scritto per Vicenza Papers, la collana di VicenzaPiù, "Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante" e ha curato "Quirino Traforti. Il partigiano dei lavoratori". Ha mantenuto i suoi ideali e la passione politica ed è ancora "ostinatamente e coerentemente un militante del PCI" di cui è segretario regionale del Veneto oltre che una cultore della musica e del bello.