Quando il diritto cede al potere: il caso Nicolás Maduro

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Venezuela, Nicolás Maduro e Usa
Venezuela, Maduro e Usa

(Di Yuleisy Cruz Lezcano) – La cattura di Nicolás Maduro, annunciata nelle ultime ore dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump come esito diretto di un’operazione ordinata dalla Casa Bianca, ha aperto una frattura profonda nel dibattito internazionale e riacceso il confronto sul significato reale di sovranità, diritto e potere nell’attuale sistema globale. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Trump, l’operazione sarebbe stata condotta da forze d’élite statunitensi e avrebbe portato all’arresto dell’uomo che dal 2013 guidava il Venezuela, ora destinato – sempre secondo Washington – a rispondere davanti alla giustizia americana di accuse legate al narcotraffico e al terrorismo.

Le parole del presidente statunitense non lasciano spazio a mediazioni: Trump ha parlato di un’azione “necessaria”, sostenendo che Nicolás Maduro “non aveva più le carte” e che il Venezuela rappresentava da anni una minaccia regionale, non solo per la criminalità organizzata ma anche per la stabilità migratoria e la sicurezza energetica. In questa cornice, la Casa Bianca ha insistito nel presentare l’operazione come un atto di law enforcement internazionale più che come un intervento militare, una distinzione semantica che richiama precedenti già visti in altre aree del mondo e che mira a ridurre il peso politico della violazione territoriale.

In America Latina, le reazioni ufficiali si sono mosse su un crinale complesso. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha diffuso un comunicato durissimo, definendo l’azione statunitense una violazione inaccettabile della sovranità venezuelana e un precedente estremamente pericoloso per l’intera comunità internazionale. Il Brasile ha richiamato esplicitamente il ruolo delle Nazioni Unite e il principio del multilateralismo, ribadendo una posizione coerente con quella mantenuta negli ultimi anni su Ucraina, Gaza e Libia. Non si tratta di una difesa politica di Maduro, figura controversa anche per Brasilia, ma della difesa delle regole comuni nel momento in cui vengono calpestate.

Washington, tuttavia, non sembra considerare il consenso regionale una variabile decisiva. Le dichiarazioni di Trump indicano una visione apertamente transazionale delle relazioni internazionali: democrazia, diritto e volontà popolare restano sullo sfondo rispetto a interessi concreti come petrolio, migrazioni e competizione strategica con la Cina. Il messaggio è diretto non solo a Caracas, ma a un pubblico più ampio: chi non è in grado di difendere il proprio potere o di rendersi utile in un nuovo equilibrio globale diventa sacrificabile.

È in questo contesto che va letta la posizione della Cina. Pechino, attraverso il Ministero degli Esteri, si è limitata a richiamare il rispetto della sovranità e a condannare le interferenze esterne, senza alcuna iniziativa concreta. Una postura che può apparire debole ma che in realtà riflette un calcolo lucido. La Cina non ha interesse a esporsi militarmente in America Latina né a legare il proprio prestigio alla sorte personale di un leader. Ha investimenti, infrastrutture, crediti e accordi energetici da proteggere e una scala temporale che non coincide con quella elettorale occidentale. Ogni ulteriore erosione dell’ordine liberale guidato dagli Stati Uniti, anche quando prodotta da azioni americane, amplia nel lungo periodo gli spazi di manovra di Pechino. Aspettare, in questo caso, equivale a guadagnare.

Ancora più fragile è la posizione di Cuba. Il governo dell’Avana ha confermato la morte di propri cittadini impegnati in missioni di cooperazione in Venezuela, respingendo però l’idea, rilanciata da settori della politica statunitense, di una regia cubana del chavismo. Il rapporto tra Cuba e Venezuela è stato negli anni eminentemente funzionale: medici, tecnici e personale in cambio di petrolio. La caduta di Nicolás Maduro priva l’isola di una delle sue principali fonti energetiche e aggrava una crisi interna già segnata da blackout, scarsità di beni essenziali e crollo del turismo.  Al di là delle versioni contrapposte, emergono alcuni elementi politici difficili da ignorare:

– la centralità assunta dalle dichiarazioni di Trump, che confermano come l’operazione sia pensata anche come messaggio mediatico e politico interno agli Stati Uniti;
– la marginalizzazione dell’opposizione venezuelana più ideologica e la crescente attenzione di Washington verso figure interne al sistema chavista considerate negoziabili;
– l’assenza di una risposta militare significativa sul terreno, che suggerisce uno Stato logorato più che un regime compatto;
– il silenzio operativo di Russia e Cina, indicativo del fatto che nessuna grande potenza è disposta a uno scontro diretto con gli Stati Uniti per il Venezuela;
– l’atteggiamento prudente dei governi sudamericani, più interessati a evitare instabilità regionale che a difendere la figura di Maduro.

Più che un evento isolato, la cattura di Maduro si inserisce così in una lunga sequenza di interventi selettivi che vanno dalla Serbia alla Libia, dall’Iraq alla Siria, nei quali il diritto internazionale è stato spesso subordinato a interessi strategici. La differenza, oggi, è che questa logica viene esplicitata. Trump non promette un ordine giusto: descrive un mondo governato da rapporti di forza, condizioni materiali e convenienza.

In un’America Latina segnata da profonde fratture sociali e identitarie, eredità diretta della colonizzazione, questi eventi mostrano ancora una volta l’incapacità della regione di agire come soggetto politico unitario. Senza un patto sociale interno forte e senza una reale integrazione regionale, i singoli Paesi restano esposti alle oscillazioni di un sistema globale sempre più cinico. In questo quadro, la figura di Nicolás Maduro appare meno come il centro della partita e più come una variabile sacrificabile in un gioco più grande, nel quale i popoli osservano da lontano e la politica internazionale somiglia sempre meno a un tribunale e sempre più a un esercizio nudo di potere.