Il particolare dell’orario di ritrovamento nelle acque del lago di Centro Cadore del cadavere di don Mario Bisaglia (fratello del noto politico  Antonio, anche lui morto 8 anni prima, ma in mare, in circostante misteriose, “1984 e 1992, morto o ucciso in mare politico rodigino Antonio Bisaglia, nel lago il fratello don Mario. Mistero da I Repubblica: il prologo“) verso le ore 20 del 17 agosto mentre l’orologio da lui portato al polso segnava le ore 18.58 e il datario si era fermato al 16 non sembrò molto significativo.

Infatti, su tale oggetto fu disposta una consulenza tecnica, la quale concluse nel senso che, pur non essendo di tipo subacqueo o propriamente impermeabile, l’orologio aveva una buona impermeabilità. Quindi, pur immerso in acqua, avrebbe potuto continuare a funzionare anche per alcuni giorni, se non si fosse fermato per un qualunque motivo prima, ma tra i possibili motivi furono esclusi, comunque, la rottura o l’urto per cui parve non rimanesse altra causa che non una mancata ricarica.

Antonio Bisaglia
Antonio Bisaglia

In un primo tempo il sostituto procuratore di Belluno, dopo l’ispezione cadaverica, non riscontrò nulla di anomalo e dette il nullaosta al seppellimento; non c’erano sul cadavere segni di violenza, talché la morte era verosimilmente dovuta ad annegamento da incidente o suicidio. Ma, quando seppe che si trattava del sacerdote del quale, il 17 agosto, era stata denunciata la scomparsa (da parte del Vicario Generale della Diocesi di Rovigo ai carabinieri del luogo) e che era il fratello dello scomparso Toni Bisaglia, lo stesso magistrato revocò il nullaosta e dispose l’autopsia, oltre che la perquisizione della stanza che aveva occupato presso la Casa del Clero.

La notizia ebbe vasta eco e un deputato leghista (Mario Borghezio) colse il possibile collegamento tra il tragico decesso dei due fratelli e il 15 febbraio 1993 presentò un’interrogazione al ministro della Giustizia, Giovanni Conso, ricordando che il magistrato inquirente di Chiavari, all’epoca della morte del senatore, non aveva disposto un immediato sopralluogo, effettuandolo solo due giorni dopo l’evento, e non aveva svolto alcuna significativa indagine.

All’atto del rinvenimento del cadavere di don Mario, era stato trovato un sasso di forma irregolare (delle dimensioni approssimative di centimetri 10x10x10) nel risvolto della giacca all’altezza di una ascella; il suo portafogli conteneva alcuni foglietti e oltre 850.000 lire in contanti. All’interno di un calzino c’era la sua carta di identità.

L’autopsia concluse per una morte da asfissia per annegamento (la stessa conclusione dell’ispezione cadaverica), fatta risalire a circa 24 ore prima del rinvenimento del cadavere.

Ma il 18 agosto giunse alla sede Rai di Venezia una telefonata anonima da un uomo il quale aveva riferito di essersi trovato, la sera prima, il 17 agosto, sulla riva del lago di Centro di Cadore insieme alla fidanzata e di aver notato, in lontananza, un’autovettura, di cui non sapeva indicare il modello, e due persone che avevano preso dal bagagliaio qualcosa di voluminoso, gettandolo poi in acqua.

All’atto della perquisizione della stanza di don Mario presso la Casa del Clero fu accertato che la serratura era stata cambiata: ma questo perché, secondo la precisazione dei responsabili della struttura, la chiave sarebbe stata in possesso di più persone. Il fatto più anomalo apparve soprattutto questo: il prelato era solito tenere un’agendina in cui annotava meticolosamente nomi, numeri di telefono, indirizzi e appuntamenti, Ma, inspiegabilmente, non gli fu trovata addosso alcuna agendina e, nella sua stanza di Rovigo, furono reperite tutte quelle più vecchie, ma non anche le più recenti (dal 1988 in poi). Come si può spiegare tale fatto?

Comunque, la mattina del 14 agosto don Mario era stato visto raggiungere, in bicicletta, la stazione ferroviaria di Rovigo. L’addetto alla biglietteria lo aveva riconosciuto (indossava giacca e pantaloni neri e una maglietta scura di tipo “polo”) e gli aveva chiesto dove fosse diretto, sentendosi rispondere che andava a fare un giro. Aveva anche precisato che, quella mattina, erano stati acquistati due soli biglietti per Calalzo: uno, da don Mario e, l’altro, da una persona non meglio identificata. Nell’occasione, lo stesso addetto alla biglietteria aveva consegnato le relative matrici (per altro non nominative).

Quella stessa mattina 14 agosto il sacerdote era stato visto anche alla stazione di Padova, in attesa del treno per Calalzo; lo aveva riconosciuto un macchinista delle ferrovie che lo conosceva bene perché don Bisaglia era stato il suo insegnante di religione. Anche costui confermò l’abbigliamento del sacerdote descritto da tutti: giacca e pantaloni neri, maglietta tipo “polo” scura. Dunque, il prelato aveva preso il treno a Rovigo e, poi, cambiando a Padova, quello per Calalzo.

Si è detto che don Mario nutriva da tempo dubbi sulle effettive cause della morte del fratello Toni soprattutto dopo che, in confessione, aveva appreso alcune nuove circostanze che lo avevano messo in stato di agitazione (tanto che, in una occasione, aveva ecceduto nell’uso dei sonniferi). Il sacerdote al quale don Mario le aveva, a sua volta, riferite in confessione, non volle rivelarle all’inquirente di Belluno dopo l’ultima riapertura dell’indagine, opponendogli il cosiddetto sigillo sacramentale. Si limitò a precisargli, a sua specifica domanda, che non si trattava di semplici opinioni, ma di dati di fatto. Tuttavia il segreto del confessionale era stato male invocato perché il vincolo si riferisce ai fatti relativi alla vita del penitente, non anche ad accadimenti a lui del tutto estranei, come in questo caso.

Comunque sia, in quel periodo, lo stato d’animo del prelato era indubbiamente inquieto tanto che, pochi giorni prima di allontanarsi da Rovigo, aveva detto a un giornalista di dover verificare alcune cose importanti sulla morte del fratello e aveva anche chiesto se, fra settembre e ottobre, sarebbe stato possibile rilasciargli un’intervista.

E a due giornalisti (che stavano scrivendo – come poi fecero – un libro sulla morte di Toni Bisaglia) fece sapere di poter loro riferire importanti novità dopo ferragosto, prevedendo un possibile incontro verso novembre.

Un’altra circostanza singolare è tuttora che fra gli indumenti trovati addosso al cadavere non figurava esserci alcuna “polo”, ancorché, come riferito da quasi tutte le persone informate sui fatti, don Mario ne indossasse una (scura) la mattina del 14 agosto. Per di più, dalle uniche fotografie del cadavere disponibili (due polaroid scattate dal maresciallo dei carabinieri) non era visibile alcuna maglietta. E perché nelle tasche dei suoi vestiti non fu rinvenuto neanche il biglietto ferroviario?

Furono, poi, raccolti significativi elementi sulle abitudini di don Bisaglia: i suoi più stretti conoscenti affermarono che, per i propri spostamenti, era solito servirsi di passaggi, in auto, da parte di amici e non anche di muoversi, da solo, in treno. Tutti esclusero fermamente che potesse essersi suicidato (comportamento, del resto, radicalmente incompatibile con i principi morali di un sacerdote); il successivo 20 agosto, del resto, don Mario avrebbe dovuto incontrarsi con alcuni amici per festeggiare il suo settantacinquesimo compleanno.

Le indagini proseguirono secondo una scaletta di adempimenti accertativi predisposta dal magistrato inquirente il quale, però, dopo poco, si ammalò gravemente e morì, neppure sessantenne (febbraio 1996). Il fascicolo passò, allora, al procuratore capo che nel 1997 chiese frettolosamente e ottenne l’archiviazione, non essendo emersi elementi di reità a carico di qualcuno.

Il fatto sembrava dimenticato, finché, nel febbraio 2003, pervenne alla Procura della Repubblica del capoluogo cadorino un esposto nel quale un uomo affermava di essere l’autore della telefonata ricevuta da don Mario la sera del 13 agosto 1992, sostenendo di avere elementi da riferire in relazione alla sua morte.

Il magistrato di turno richiamò il fascicolo già archiviato e, verificato che, in effetti, la sera prima di allontanarsi da Rovigo (del cui club di calcio, notizia di colore, era tifoso), il prelato aveva ricevuto una misteriosa telefonata, chiese al Gip la riapertura delle indagini.

E da qui cominciò un nuovo significativo capitolo della misteriosa vicenda.

Fu sentito l’autore dell’esposto, ma emerse che, in realtà, egli si era confuso con i tempi e che, in concreto, aveva da riferire solo congetture.

Ciononostante, le indagini erano ormai riaperte e il nuovo PM procedette all’audizione di altre persone e, soprattutto, dispose una consulenza, allo stato degli atti, per verificare l’attendibilità delle conclusioni raggiunte, a suo tempo, dal medico legale all’esito dell’autopsia.

Non si era sbagliato perché la nuova indagine tecnica ebbe un esito sorprendente: don Mario Bisaglia non era morto per annegamento ma per asfissia. Il consulente riferì di aver riscontrato sul cadavere tracce di avanzata decomposizione, incompatibili con un’immediata immersione del corpo in acqua. Era, quindi, verosimile che vi fosse stato gettato dopo un certo lasso di tempo sufficiente ad innescare un processo di decomposizione.

Il magistrato inquirente di allora scrisse testualmente al riguardo: “la disposta consulenza esclude, in via assoluta, la presenza di diatomee nei tessuti prelevati dal cadavere riesumato, cosicché resta esclusa, con margini di pressoché assoluta certezza, che don Mario sia morto annegato …”. Questo significava che don Mario era morto altrove di asfissia ed era stato, poi, gettato nel lago in un momento successivo: gettato e non risucchiato in acqua dalla riva del lago, perché il PM ne fece accuratamente controllare i livelli e le loro variazioni in tutti quei giorni.

Torna, dunque, alla mente la telefonata anonima dell’uomo che aveva riferito di aver visto, la sera del 17 agosto, due persone che avevano gettato nel lago qualcosa di voluminoso, prelevato dal bagagliaio della loro auto: che fosse il corpo del sacerdote?

E perché questo è stato trovato senza la maglietta “polo” che tutti coloro che lo avevano incontrato, in quei giorni, hanno riferito di avergli visto addosso?

E come si può spiegare il ritrovamento, in un calzino, del documento del sacerdote? E’ inusuale, per tutti e anche per un prete, ricorrere a un tale “nascondiglio”. E quale avrebbe potuto essere la provenienza della somma ingente all’epoca (oltre 850.000 lire) trovatagli nel portafogli? Soprattutto perché don Mario non possedeva quasi niente ed era solito donare ai bisognosi tutto quello che aveva.

Ma, alla fine, il  sostituto Procuratore della Repubblica di Belluno, pur ritenendo possibile che don Bisaglia fosse stato ucciso e poi gettato nel lago per simularne la morte per annegamento, dovette chiedere l’archiviazione. Era passato ormai troppo tempo.

È certo, però, che non esisteva alcun possibile movente per l’omicidio di don Bisaglia, il quale aveva una vita tranquilla e metodica, ospitato nella Casa del Clero di Rovigo. E poiché tutto lascia davvero credere che qualcuno lo abbia gettato nel lago da morto, è ben credibile un collegamento di tale oscuro episodio con la morte (rimasta tutt’altro che chiara, nella sua dinamica) del fratello Antonio.

Anche questo rimarrà uno dei tanti misteri della Prima Repubblica.

Questo è l’epilogo della ricostruzione dei fatti, per quanto noto e (non) accertato, ma forse alcune ipotesi andrebbero scandagliate.

Alla prossima?