Draghi, la sicurezza, i dubbi

E' UN MOMENTO DI TRANSIZIONE, di Claudio Mellana
E' UN MOMENTO DI TRANSIZIONE, di Claudio Mellana
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Ora che Mario Draghi è diventato presidente del consiglio, tra l’entusiasmo generale dei partiti parlamentari, delle organizzazioni padronali e sindacali, della quasi totalità degli organi di informazione e degli opinionisti più popolari; ora che ha una “maggioranza bulgara” o quasi, certamente cambierà qualcosa. Sicuramente, come dicono, l’economia del nostro paese avrà un’accelerazione strepitosa e i soldi che ci darà la UE verranno spesi nella maniera migliore. La santificazione del nuovo “uomo della provvidenza”, che tutto il mondo ci invidia, ha raggiunto livelli incredibili. Sarà Lui a risolvere ogni cosa. Lui ci indicherà la via per un futuro che sarà necessariamente luminoso.

Draghi, ci dicono, è l’ultima speranza che abbiamo, ma riuscirà nell’impresa e sarà giusto ed equo. E poi non guarderà in faccia nessuno perché ha le idee chiare e sa cosa bisogna fare.

Che Draghi sia una persona competente è indubbio come è altrettanto certo che sappia bene dove vuole e deve arrivare. In effetti lo ha anche scritto dieci anni fa firmando quella famosa lettera della UE che chiedeva al nostro paese le “riforme”. Leggi fatte dal governo Monti che hanno penalizzato le lavoratrici, i lavoratori, i pensionati … e che hanno provocato un aumento di precarietà e insicurezza soprattutto nei ceti medi e in quelli più poveri.

Precarietà e insicurezza nel lavoro non sono dovuti al caso, come non sono dovuti al caso l’impoverimento di interi settori della nostra società, la progressiva mancanza dello Stato, le risorse collettive spese a favore delle imprese private, la privatizzazione, la prevalenza del mercato diventato l’unico regolatore per ogni cosa, lo sfascio dello Stato Sociale con i tagli, ad esempio, della sanità e dell’istruzione pubbliche.

No, niente di tutto questo è mai stato un caso. È una precisa scelta politica che vede nello Stato un nemico e nella Costituzione un “fastidio” che può e deve essere ridimensionato e, se possibile cancellato. Quella del governo Monti, dieci anni fa, non è stata la prima volta. Hanno cominciato con la scala mobile (ormai dimenticata) che è stata tagliata in quanto, affermavano nei primi anni ’80 con il pentapartito e Craxi primo ministro, era la causa della crisi. Tolta quella l’economia sarebbe andata alla grande. Così l’hanno tolta e i lavoratori sono stati peggio mentre le grandi ricchezze sono aumentate (in effetti continuano ad aumentare anche in tempo di pandemia, concentrate in poche tasche) e il disastro ha continuato il suo corso.

Draghi sa quello che deve fare, si diceva. In definitiva è stato “messo là” per continuare l’opera di difendere e rafforzare il sistema capitalista, per normalizzare lo stato secondo le regole della UE e del mercato. Per rinsaldare l’alleanza atlantista.

Si dirà che la UE ci dà centinaia di miliardi di euro per aiutarci a ripartire e rilanciare lo sviluppo e che bisogna spenderli bene. Certo, ma il problema è come verranno investiti quei miliardi, a cosa serviranno. A finire o iniziare grandi opere spesso e volentieri inutili (come il ponte sullo stretto di Messina o la TAV)? A finanziare le imprese maggiori (magari quelle andate all’estero per pagare meno tasse)? Oppure a migliorare le condizioni di lavoro e di vita della maggioranza della popolazione? E le tasse, verranno abbassate per tutti così da avere meno risorse, ad esempio, per la sanità e l’istruzione così da privatizzarle ulteriormente? Oppure colpiranno le grandi ricchezze e saranno diminuite per chi vive del proprio lavoro o della pensione? E la tecnologia e la ricerca saranno indirizzate per il benessere del popolo o per aumentare il profitto delle imprese? E si potrà lavorare tutti, meglio, meno e in sicurezza (almeno sperare che ciò avvenga) oppure chi avrà la “fortuna di lavorare” sarà sempre più precario e alienato, mal pagato e senza diritti?

Questi e tanti altri sono i nodi da sciogliere, le domande alle quali rispondere. Le scelte che verranno fatte disegneranno una società ingiusta oppure migliore ed equa? Su questo si dovrà misurare quello che verrà fatto da “governo tecnico” di Draghi (che, poi, tanto tecnico non è) e le premesse sono tutt’altro che rassicuranti, al di là delle promesse o dei titoli che Draghi ha citato nell’esposizione del programma di governo al Senato e alla Camera.

Perché è facile dire che ci sarà maggiore equità fiscale, che bisognerà salvaguardare i lavoratori senza dire come e quando lo si farà o citare papa Francesco per quanto riguarda la devastazione ambientale e promettere. Ed è facile anche non dire alcune cose, non riferirsi alla Costituzione (per esempio) e non fare neppure un accenno (ed è, anche questo, un esempio), uno qualsiasi, alla questione della sicurezza nel lavoro. Una questione che evidenzia la crescente precarietà di chi vive del proprio lavoro. Una precarietà ingigantita da un ormai frequente e abituale ricatto occupazionale, dalla disoccupazione sempre dietro l’angolo, dai bassi salari, dalla competizione esagerata e indotta tra lavoratori, dall’assenza di regole certe e dal “furto dei diritti costituzionali” che è stato portato avanti negli ultimi decenni dagli stessi che hanno votato a stragrande maggioranza la fiducia al nuovo governo.

Infine e tanto per avere una misura della “sicurezza” che si vive nel lavoro, si possono leggere i dati forniti dall’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro. Nei primi 50 giorni di quest’anno sono morte 82 persone per infortunio nei luoghi di lavoro, altre 86 sono decedute in itinere e 41 operatori sanitari sono morti di covid-19, contagiati nel luogo di lavoro.

Una strage della quale non c’è traccia tra le risposte che il presidente Mario Draghi ha dato ai parlamentari nel suo discorso di replica alla Camera.

Silenzio.

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Giorgio Langella è nato il 12 dicembre 1954 a Vicenza. Figlio e nipote di partigiani, ha vissuto l'infanzia tra Cosenza, Catanzaro e Trieste. Nel 1968 il padre Antonio, funzionario di banca, fu trasferito a Lima e lì trascorse l'adolescenza con la famiglia. Nell'ottobre del 1968 un colpo di stato instaurò un governo militare, rivoluzionario e progressista presieduto dal generale Juan Velasco Alvarado. La nazionalizzazione dei pozzi petroliferi (che erano sfruttati da aziende nordamericane), la legge di riforma agraria, la legge di riforma dell'industria, così come il devastante terremoto del maggio 1970, furono tappe fondamentali nella sua formazione umana, ideale e politica. Tornato in Italia, a Padova negli anni della contestazione si iscrisse alla sezione Portello del PCI seguendo una logica evoluzione delle proprie convinzioni ideali. È stato eletto nel consiglio provinciale di Vicenza nel 2002 con la lista del PdCI. È laureato in ingegneria elettronica e lavora nel settore informatico. Sposato e padre di due figlie oggi vive a Creazzo (Vicenza). Ha scritto per Vicenza Papers, la collana di VicenzaPiù, "Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante" e ha curato "Quirino Traforti. Il partigiano dei lavoratori". Ha mantenuto i suoi ideali e la passione politica ed è ancora "ostinatamente e coerentemente un militante del PCI" di cui è segretario regionale del Veneto oltre che una cultore della musica e del bello.