
Il Consiglio comunale di Vicenza, durante l’ultima seduta, ha approvato a maggioranza una mozione per la “Salvaguardia dell’educazione sessuo-affettiva” nelle scuole, presentata lo scorso ottobre dalle consigliere Benedetta Ghiotto (Civici per Vicenza), Ida Grimaldi, Cecilia Bassanello e Luisa Consolaro (Possamai Sindaco). Il documento nasce come risposta diretta al disegno di legge del ministro Valditara, accusato di introdurre restrizioni significative su questi temi nei percorsi scolastici.
La mozione, che ha visto il voto contrario della minoranza, impegna il sindaco e la giunta a sollecitare il Ministero dell’Istruzione per una revisione del provvedimento. L’obiettivo è confermare e sostenere i progetti sulla sessuo-affettività nei Piani dell’offerta formativa (Pof), promuovendo al contempo la formazione del personale scolastico sulla parità di genere e sulla prevenzione della violenza.
Oltre alla mozione, è stato approvato un ordine del giorno firmato da Mattia Pilan e Martina Corbetti. Il testo alza il tiro politico chiedendo al sindaco di impegnare l’Anci per il ritiro del Ddl Valditara e sollecitando i parlamentari del territorio a muoversi nella stessa direzione.
La replica della maggioranza alle critiche è stata netta, con Pilan che ha incalzato l’opposizione: “La vostra è un’ideologia. L’educazione sessuale e affettiva esisteva già nelle scuole, di cosa avete paura?”.
Il dissenso della minoranza, raccolto da Il Corriere del Veneto, è stato particolarmente aspro. Nicolò Naclerio (FdI) ha definito la mozione un “cavallo di Troia” per inserire la cultura gender nelle scuole e contrastare il ministro per fini puramente politici, sostenendo che tali programmi non siano efficaci contro la violenza di genere.
Sulla stessa linea Simona Siotto (FdI), che ha rivendicato il ruolo delle famiglie: “Questo decreto chiede il consenso ai genitori. Per quale ragione un padre o una madre non dovrebbero essere chiamati a dare il consenso sui programmi che i figli seguono a scuola?”.
Valerio Sorrentino ha infine bollato l’iniziativa come un semplice “manifesto politico contro il governo”, confermando una distanza ormai incolmabile tra i due schieramenti su come affrontare l’educazione delle nuove generazioni.






































