Fabio Coppo e il possibile ripescaggio dei Rangers Vicenza: “Ci faremo trovare pronti, ma servono più risorse e imprenditori illuminati”

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Fabio Coppo
Fabio Coppo

(Articolo da VicenzaPiù Viva n. 7sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr).

Si apre lo spiraglio di una permanenza in massima serie grazie all’allargamento del campionato a dieci.

Dopo una sola stagione in massima serie, al termine di un campionato avaro di soddisfazioni, i Rangers Rugby Vicenza retrocedono in Serie A dopo aver perso tutte le partite nel campionato Elite. Troppo ampio il divario con le altre compagini, soprattutto a livello di organico, anche se i biancorossi hanno dimostrato, nel corso della stagione, di potersela giocare con tutti. Tuttavia, non è ancora detta l’ultima parola: il consiglio di lega della Serie A Elite ha fatto richiesta alla federazione di ampliare a dieci (e, successivamente, a dodici) il numero delle partecipanti al campionato, uno scenario che potrebbe garantire a Vicenza il ripescaggio.
«Dovesse succedere però, dovremo farci trovare pronti», dice Fabio Coppo, direttore tecnico della squadra vicentina.

Signor Coppo, ci fa un’analisi di questa stagione?

«Si è trattata di un’esperienza molto impegnativa e, purtroppo, anche parca di risultati: non abbiamo mai ottenuto la vittoria, anche se in alcuni casi, come contro Reggio Emilia, sembrava ce l’avessimo in tasca. Ogni piccola disattenzione l’abbiamo pagata e ci deve servire da lezione. Anche se, va detto, trovarsi all’improvviso al massimo livello del rugby italiano per noi è stata quasi una sorpresa e abbiamo avuto pochissimo tempo per preparare la stagione».

Coppo in campo
Coppo in campo

Ovvero?

«Faccio un passo indietro: la nostra è una società che da sempre cresce un passo alla volta e con lungimiranza. L’anno passato, in Serie A, anche per bravura nostra, abbiamo vinto la finale play-off contro la Lazio, ritrovandoci catapultati in Serie A Elite quasi senza aspettarcelo. Sapevamo che il livello sarebbe stato più alto, ma pensavamo il divario fosse minore. A questo bisogna aggiungere che i contratti con i giocatori, normalmente, si chiudono a maggio e noi, essendo stati promossi il 5 giugno, abbiamo avuto pochissimo tempo per fare la campagna acquisti, dato che dovevamo iniziare la preparazione ad inizio agosto. Ci siamo ritrovati con solo cinquanta giorni a disposizione per strutturare il campionato: troppo pochi per essere all’altezza delle corazzate presenti in Elite».

Quali sono gli aspetti su cui avete sofferto maggiormente?

«In primo luogo, la preparazione atletica: siamo sempre rimasti in partita per 50-60 minuti a gara, per poi crollare nel finale e venire superati. E poi il divario tecnico: tutte le altre squadre avevano sempre almeno un giocatore di caratura superiore.
Tuttavia, va detto che siamo anche soddisfatti ed orgogliosi di aver giocato contro tutte le squadre più blasonate del rugby italiano, portando il vessillo di Vicenza città in piazze
importanti nel panorama della palla ovale».

Avete avuto problemi a tenere coeso il gruppo in questa situazione di difficoltà di risultati?

«No, anzi. A fine stagione ci siamo comunque ritrovati al centro del campo a fare i complimenti a giocatori e staff. Tutte le persone coinvolte in questa stagione hanno dato il massimo. Ci è mancata la soddisfazione di una prima vittoria, ma è stato un anno bello da vivere e ne dobbiamo andarne orgogliosi. Cinquant’anni possono sembrare tanti, ma ci sono piazze che alle spalle ne hanno venti, trenta di più, con bilanci più importanti e storie societarie di altissimo livello. Tuttavia, ci siamo guadagnati il rispetto di tutta Italia e siamo sempre stati trattati come una squadra che non andava presa sottogamba. Un attestato di stima importante dal resto del rugby italiano».

Eppure, resta una speranza: il ripescaggio sembra essere un’ipotesi concreta.

«Sì, assolutamente. La lega ha manifestato la volontà di allargare il campo delle squadre. Quest’anno ci si è resi conto che, con sole nove iscritte al massimo campionato, si gioca troppo a singhiozzo e per i giocatori è poco formante. In due occasioni abbiamo osservato delle pause di un mese: troppo, specie se si vuole mantenere un livello competitivo e attrarre tifosi. Addirittura, si parla di portare la Serie A Elite a dodici squadre nel giro di qualche anno. Noi ovviamente siamo in prima linea a sostenere questa ipotesi e saremmo più che felici di avere un’altra chance in massima serie. Con la possibilità di partire in tempo con la preparazione e la campagna acquisti siamo sicuri di poter dimostrare il nostro valore. Non si tratta solo del risultato del campo. Tanti aspetti vanno migliorati: dalla nostra organizzazione, al settore giovanile, all’accoglienza allo stadio. A maggio partiranno comunque i lavori per coprire interamente la tribuna, tanto per fare un esempio. Il nostro settore giovanile cresce ed è importante, tanto che arriva fino all’under 6, ma possiamo fare passi in avanti, sempre tenendo in considerazione che il nostro è un territorio sovraffollato: Padova, Rovigo, Treviso, Valsugana, Verona. Insomma, c’è molta competitività e concorrenza».

Touche biancorossa
Touche biancorossa

Dovesse arrivare il ripescaggio, su cosa pensate di concentrarvi maggiormente?

«Noi crediamo che il nostro processo di crescita debba continuare un passo alla volta, senza tornare indietro ma senza strafare. Una volta raggiunto uno standard va mantenuto. Bisogna comunque strutturare i quadri societari in maniera professionale, andando ad aggiungere delle figure che in questo momento ci mancano. Servirà anche investire sulla rosa e integrare i nostri ragazzi con giocatori d’esperienza che possano fare la differenza. Quest’anno ne sarebbero bastati tre-quattro di livello superiore per fare un campionato diverso e veder migliorare tutta la squadra. Avere un buon mix tra giovani e veterani fa la differenza».

Ma questi investimenti non comporterebbero una spesa ingente?

«Certo, è naturale che a fronte di questa necessità si cerchino nuovi sponsor. Da qui, prendo spunto per una riflessione: io sono padovano e ho sempre vissuto in un ambiente molto familiare col rugby. A Vicenza, dove si gioca meno con l’ovale, ci sono comunque tanti, tantissimi imprenditori illuminati: credo si possa trovare il modo di mantenere una squadra nel massimo livello del rugby italiano. Siamo comunque una realtà che va in diretta su DAZN e anche su Rai 2 un paio di volte l’anno e siamo un modello virtuoso non solo per la nostra città».

A che punto sono quindi i Rangers Rugby Vicenza, in questo processo di crescita?

«Pur con una squadra di semi-professionisti, costretti a dividersi tra sport e lavoro o studio, siamo una realtà che investe tantissimo sul territorio e i risultati e gli attestati di stima non si fanno attendere. Abbiamo circa quattrocento tesserati, facciamo dopo scuola con i bambini, portiamo i valori del nostro sport nelle scuole e in città, cercando di dare qualcosa di bello a tutto il territorio, anche provinciale. Abbiamo fatto allenare con la nostra Under 18 un ragazzo autistico, che per due anni ha fatto parte a tutti gli effetti del gruppo squadra nel campionato regionale. Oppure, ci siamo presi in carico di firmare in tribunale per la custodia di qualche ragazzo finito agli arresti domiciliari, in modo che potesse venire al campo da rugby ad allenarsi. Ma anche ripetizioni agli studenti in difficoltà, pulmini per garantire a tutti di allenarsi e di andare alla partita. Non ci vantiamo mai di quello che facciamo, per una questione di umiltà, ma in pochi a Vicenza possono dire di aver lavorato così sodo per la propria comunità».

Un augurio quindi per le prossime settimane?

«Essere ripescati e dimostrare il nostro reale valore in campo. Le possibilità di restare in Elite sono buone, ma dobbiamo comunque pensare di migliorare. L’anno scorso avevamo qualche giustificazione, nella prossima stagione avremo il tempo dalla nostra: dovremo fare meglio».