Ci è arrivato il 24 febbraio 2022 un articolo-testimonianza sui fantasmi del monte Pasubio con richiesta di pubblicazione, se lo “avesse meritato”. Per noi lo meritava ma non era indicato l’autore o autrice. Avevamo, quindi, deciso di pubblicare il pezzo sullo storico monte, sperando che lo leggesse chi l’aveva scritto o qualche suo amico in grado di riconoscerlo per ricontattarci e poterlo firmare come è giusto e come ci avrebbe fatto piacere fare l’articolo sui Fantasmi del monte Pasubio allora in cerca d’autore.

Ma l’autore, anzi l’autrice Erica Marconato, finalmente ci ha contattato per cui lo ripubblichiamo a suo nome sperando che ci invii altri suoi, graditi e piacevoli, scritti.

Il direttore

I fantasmi del monte Pasubio

“AIUTOOOOO”, segue un tonfo. Un urlo disperato spezza il silenzio della notte.

Mi trovo al rifugio Papa, sul Monte Pasubio, tra il Veneto e il Trentino. Nessun altro suono. Mi alzo scossa.

In corridoio incontro Samuele e Martina, due colleghi: volti pallidi e mani tremanti. Ispezioniamo tutte le stanze: nessun segno di vita.

I nostri passi fanno scricchiolare la travi centenarie della struttura.

Decidiamo di tornare a letto, ma io non riesco ad addormentarmi.

Penso a quando il gestore mi parlava dei misteri del Pasubio e a me veniva da ridere.

Questa montagna è piena di fantasmi: durante la Prima Guerra mondiale i soldati venivano mandati qui a combattere. Mi vengono i brividi.

Il fronte era a 100 metri dal Rifugio. Erano miei coetanei coloro che hanno costruito le 52 gallerie: calvario per i soldati e capolavoro per gli ingegneri.

Nell’inverno del 1917, mentre sul cocuzzolo si combatteva, il tenente Zappa e la 33a compagnia di minatori cominciarono a scavare.

Servivano approvvigionamenti ai soldati in prima linea. Il percorso doveva essere a ridosso della montagna per evitare di essere avvistati.

Gli scavatori partirono da Bocchetta Campiglia e si inerpicarono sulla zona della Bella Laita, poi dei Forni Alti e della Fontana d’Oro.

La mulattiera delle 52 gallerie venne costruita in dieci mesi tra febbraio e novembre. Scavata nella roccia.

Sono a letto, metto la testa sotto al piumone, cerco di calmare i pensieri. Non ci riesco.

Il sentiero che io percorro più spesso attraversa il lembo di terra in cui si combatteva. I morti qui, a due passi da me, furono 4500. M’immagino i corpi fatti a pezzi dopo le esplosioni, che non so esattamente quante siano state: cinquanta, cento, centocinquanta.

Alla fine della Guerra il mio monte preferito venne vietato al pubblico: bisognava ripulirlo dai cadaveri e dai loro resti.

Riaprì nel 1921, dopo ventisei mesi.

Lungo i sentieri ci sono ancora dei grandi cesti rossi in cui riporre i resti umani che si trovano lungo i tratti meno battuti. Ma non si può ripulirlo dai fantasmi.

Sento la densità della Storia.

Il rifugio Achille Papa sorge nel 1921, su quello che era un ricovero de El Milanin, la piccola Milano. Una città di ricoveri e baracche costruita sullo strapiombo.

Resto vigile, cerco di cogliere qualsiasi movimento.

Penso alla marea di persone che ogni fine settimana assale il Pasubio: arrivano in bici, di corsa, arrampicando.

Hanno magliette tecniche con colori sgargianti.

Bevono birra, urlano, ridono. “Shhh, silenzio” mi piacerebbe poter dire loro, dobbiamo rispettare gli spiriti che ancora aleggiano, mi sembra scorretto sghignazzare in un luogo così denso.

I miei pensieri si accavallano.

Io non so quale sia il motivo per cui ogni anno torno a lavorare qui. Sento un legame profondo con questa montagna a forma di polipo.

Non sono fatta per vivere in città. In pianura cerco la montagna.

Quando devo affrontare una salita sto bene: ho una vetta da raggiungere. È la discesa il mio problema: le ginocchia che cedono, la malinconia che mi assale.

La Storia echeggia sul Monte e sul territorio attorno ad esso.

A Schio, paese ai piedi del Pasubio, ogni sera alle otto le campane rintoccano a morto. Settanta, ottantacinque, novantadue volte. Mai lo stesso numero di tocchi.

Fino a qualche anno fa ci si alzava in piedi rendendo onore ai caduti.

In adolescenza progettavo una vita al mare.

Negli ultimi anni ho macinato chilometri per allontanarmi da questa valle.

Ora controllo continuamente le webcam del Rifugio e del comune di Schio.

Provo a immaginare chi possa aver urlato nel cuore della notte. Non lo posso sapere. Mi convinco sia stato un cliente sonnambulo, ma so che non è così.

Erica Marconato