I due Giuseppe, Stalin e Tito: tra razzismo ideologico e pulizie etniche. La Voce del Sileno anno 4

Giuseppe Stalin e Giuseppe Tito
I due Giuseppe, Stalin e Tito
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I due Giuseppe: tra razzismo ideologico e pulizie etniche.

Il secolo ventesimo si è caratterizzato per molte novità nel campo filosofico, teologico, scientifico, tecnico, artistico, sociale, giuridico, economico e politico. Quest’ultimo ambito è stato uno dei più difficile e controverso ed ancora oggi estende la sua influenza nell’attuale, perché vi sono ancora piccoli e grandi seguaci di ideologie che hanno avuto forte impatto sull’umanità e la sua vita associata. La novità politica assoluta del Novecento è stato senza dubbio il totalitarismo, nato con la rivoluzione russa nel novembre/ottobre 1917, allorché la presa di potere di Vladimir Ulianov Lenin determinò nel brevissimo volgere di anni la nascita dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Fin dai primi momenti la presa del potere da parte della visione bolscevica del socialismo internazionale, che aveva seguaci in Germania, Italia, Francia ecc. fu discriminante nei confronti prima di tutto di coloro che aveva guidato l’Impero russo dopo l’abdicazione della dinastia Romanov, che fu ben presto trucidata. Lenin nel 1917 annunciò che tutti i “nemici di classe”, anche in assenza di prove di alcun crimine contro lo Stato, non potevano essere fidati e non dovevano essere trattati meglio dei criminali.

Dal 1918 vennero predisposti i campi di detenzioni con il riassetto di quelli precedenti (katorga), realizzati in Siberia dal governo zarista. I due tipi principali erano i campi speciali V?K (Ve?eka) e i campi di lavoro forzato. Questi venivano eretti per varie categorie di persone considerate pericolose per lo Stato: criminali comuni, prigionieri della Guerra civile russa, funzionari accusati di sabotaggio e malversazione, nemici politici vari e dissidenti, nonché ex nobili, imprenditori e grandi proprietari terrieri.

I Gulag di cui parliamo oggi furono istituiti ufficialmente il 25 aprile con la sigla di “Ulag”, in virtù dell’ordinanza 130/63 dell’OGPU, ai sensi dell’ordinanza 22, p. 48, del Sovnarkom, in data 7 aprile 1930.

Furono fino alla fine dell’URSS campi nei quali la dissidenza rispetto alla visione ideologia ufficiale veniva confinata e i prigionieri subivano un trattamento disumano. Migliaia e migliaia le vittime anche italiani espatriati in quello Stato dopo il 1922 (cfr. Il sito internet gulag-italia.it a cura del Centro studi Memorial di Mosca e della Fondazione Feltrinelli di Milano, fornisce un elenco di 1.025 vittime italiane, completo di note biografiche).

I Gulag nati dalle precedenti strutture sono tipicamente un prodotto di Iosif Vissarionovi? Džugašvili, detto Stalin che e ne servì insieme alla “purghe” per affermare il potere assoluto dell’ideologia comunista. Una modalità che sarà seguita anche nei paesi che dopo il 1945 diventarono forzatamente sovietizzati.

Il ruolo della visione comunista fu assoluto in tutti i campi, perfino in quello della logica formale e della fisica con il rifiuto del principio di indeterminazione elaborato nel 1927 da Werner Karl Heisenberg, che, a dire degli ideologi di partito, sconfessava il materalismo dialettico elaborato da F. Engels. In realtà il relativismo del principio si scontrava con la valenza totalitaria dell’ideologia comunista. (cfr. E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, Roma-Bari, Laterza, 2016, p. VIII).

Furono gli anni Trenta del secolo scorso in URSS i tempi della persecuzione anche di tante minoranze etniche (Kulaki, ebrei, tedeschi, cosacchi, ucraini, Ceceni, Ingusci, Tatari della Crimea, dei Caraciai, dei Balcari, dei Calmucchi, dei Tajiks, dei Bashkirs, e dei Kazani, deportati in massa, e decine di milioni di dissidenti da parte di Giuseppe Stalin. Si affermava il principio della pulizia etnica insieme a quello del razzismo ideologico di cui la vittima più innocente fu il pope, matematico e filosofo Pavel A. Florenskij, viene fucilato l’8 dicembre 1937, in un luogo rimasto sconosciuto nei pressi di Leningrado.

Nulla si seppe nel mondo; chi sapeva tacque e tacque anche dopo e tuttora i seguaci dell’ideologia comunista e dei suoi epigoni tacciono, quasi non fosse successo nulla, a fatica ne accennano flebilmente coloro che non possono tacere: la consegna è il silenzio.    Perfino i dissidenti russi che subirono le vessazioni nei gulag non furono pienamente creduti e ciò la dice lunga…

L’Europa mentre Giuseppe Stalin amministrava la giustizia proletaria e instaurava il suo potere totale, eliminando coloro che per qualsiasi ragioni gli fossero avversi, vedeva nasce e svilupparsi altri totalitarismi, in Italia il fascismo per suo stesso dire, in Germania il nazionalsocialismo e altri minori e meno forti ideologicamente. Nati questi totalitarismi sulla scia e avversione del totalitarismo comunista sovietico. In Germania prima e in Italia dopo, ma il sentimento antiebraico era ben diffuso in tutta Europa iniziarono le persecuzioni contro il popolo di Mosè fino a quel grande male che furono i Lager anch’essi, come i Gulag, campi di lavoro.

La negazione della stessa vita degli Ebrei si richiamava a teorie scientifiche nate fin dall’illuminismo tedesco dell’Università di Gottinga, ma rafforzatesi con il positivismo e l’antropologia dei primi del Novecento. Un aiuto venne anche dalle teorie di Karl Marx (cfr. La questione ebraica) che incolpava gli ebrei di avere come dio, il denaro e da un clima negativo. Nessun esponente della sinistra comunista, socialista, socialdemocratica prese posizione né in germani né in Italia, gli importanti esponenti italiani tacquero, insegnando quel metodo che solo si deve parlare male degli avversari e mai fare autocritica.

L’orrore dei lager fu conosciuto, ma non in tutta la sua portata, ma non quello dei gulag, emerse chiaro al termine del secondo conflitto mondiale. Il razzismo che si basava sulla dimensione fisica delle persone iniziò ad essere combattuto, non moltissimo e solo recentemente si è maggiormente considerata la sua negatività, perché, come ben diceva Pio XI: “Il genere umano non è che una sola e universale razza di uomini. Non c’è posto per delle razze speciali… La dignità umana consiste nel costituire una sola e grande famiglia, il genere umano.”

Certo il pontefice usava, siamo nel 1939, il termine in uso, ma è ben chiaro il suo pensiero. Furono, infatti solo i cattolici e non tutti che si schierarono contro le leggi razziali italiane. All’estero la diaspora degli ebrei in tutti i paesi continuava e la fondazione dello Stato di Israele con tutti i problemi ancor e oggi esistenti, mise fine all’idea dello sterminio, ma rigurgiti di antiebraismo spesso mascherato a sinistra come antisionismo, è ben presente e anzi sembra pure rafforzarsi.

Il razzismo “biologico” sembro finire, ma non quello ideologico, anzi esso si rafforzò addirittura nelle democrazie nate dopo la fine del conflitto. Serviva a demonizzare gli avversari e negare loro perfino il lume naturale della ragione. Un atteggiamento che è oggi ben presente quando si denigra, non ironizza, l’avversario anche per una sola mostrina.

Dopo il conflitto apparve sul scenario politico internazionale un altro Giuseppe: Josip Broz, detto Tito, croato, ma che   qualcuno sostiene di origine italiana, trentina per l’esattezza dalla Vallarsa.  Giuseppe Tito, che aveva aderito all’ideale comunista, frequentando molto l’Unione Sovietica comandò le formazioni partigiane comuniste antitedesche e antiitaliane che avevano occupa i territori del Regno di Jugoslavia, particolarmente nella zona croata, dove era nato addirittura un regno di Croazia (1941-1945) sul modello fascista italiano ma che non aveva mai avuto una vera realtà politica. Ben note invece le formazioni croate degli ustascia, che perseguitavano soprattutto i serbi e ben 37.000 ebrei; ne furono uccisi migliaia, la stima arriva a 700.000.

Prima che il conflitto terminasse iniziò a partire dal 1943 e da Zara in particolare una precisa intenzione dei partigiani di eliminare la popolazione italiana residente da secoli oltre che nella città nominata, in Dalmazia e soprattutto in Istria, divenute nel frattempo Litorale Adriatico comandata e organizzata direttamente dal Reich tedesco (Operationszone Adriatisches Küstenland).  Con l’occupazione di parte della provincia di Trieste e il successivo trattato di pace dell’Italia nel 1947 Giuseppe Broz Tito, insediatosi al potere nella Jugoslavia, diede il via una persecuzione costante, massiccia e sanguinaria degli Italiani.

Il metodo dell’infoibamento non fu certo nei confronti di coloro che si erano pure macchiati di delitti nei confronti della popolazione jugoslava, ma anche di uomini, donne, bambini che aveva la sola colpa di essere italiani e di rappresentare un pericolo per il nascente regime totalitario. I mescolarono così razzismo ideologico e pulizia etnica dei territori e vendette personali, come accade anche in Italia, cfr. la Volante Rossa. Vinse Giuseppe Broz Tito, gli Italiani fuggirono in Italia per paura e spogliati di tutto furono pure derisi nelle stazioni di transito (Bologna) dai comunisti italiani e anche in tempi recenti a Vicenza.

La modalità di Giuseppe Broz Tito fece il pari con quella che Giuseppe Stalin praticò nella Prussia Orientale con capitale Koenigsber, la patria di Immanuel Kant. Da secoli era abitata da popolazione tedesca e fu la matrice nel Settecento dello Stato Prussiano. Fu parte dell’Impero Tedesco e del Reich (Repubblica di Weimar e Terzo Reich). La sconfitta del nazionalsocialismo da parte dei Sovietici portò loro ad occupare la Prussia Orientale e subitaneamente la popolazione fu graziosamente invitata ad andarsene.

Tra il 1945 e il 1948 tutta la popolazione tedesca, ossia tutta la popolazione, fu “trasferita” nella neonata Repubblica Popolare Tedesca di fede comunista, pulendo quel territorio dalla etnia tedesca o spontaneamente parte della popolazione si traferì nella Repubblica Federale di Germania o in Austria. Anche le popolazioni tedesche di Polonia (7 milioni) e di e Cecoslovacchia-Sudenti (2 milioni) dovettero andarsene da quei territori. Gli Heimatvertriebene, vale a dire “coloro che sono stati cacciati dalla propria terra” furono dimenticati per molti anni, come gli italiani dell’Istria. Conveniva ai nuovi governi, timorosi del potere sovietico, come ai partiti fratelli di quello sovietico che tendevano nei propri paesi a provocare una rivoluzione comunista.

Oggi quella zona è un’enclave della Repubblica Russa, il nome stesso della capitale è oggi Kaliningrad e di popolazione tedesca non vi è quasi l’ombra. Quale fu la colpa dei tedeschi? Quella di essere nazionalsocialisti si disse, in realtà l’appetito territoriale sovietico, molto simile a quello di Giuseppe Broz Tito che voleva addirittura tutto il Friuli Venezia Giulia con il pretesto che la zona era “tedesca” (cfr. il Litorale Adriatico).

Due Giuseppe hanno dopo il conflitto mondiale portato sulla scena politica sia il razzismo ideologico, ben praticato in URSS e quello della pulizia etnica, che ha avuto successo in diversi territori jugoslavi e in quello prussiano orientale.

Proprio ricordando questi due episodi, il secondo è pressoché sconosciuto, come quello delle vessazioni italiane nei confronti dei sudtirolesi, dobbiamo sempre chiederci quale vita associata possiamo costruire. Quella che pone alla propria base lo sforzo della pace della convivenza e soprattutto della non prevaricazione e della grande attenzione al rispetto di chi non pensa come noi. I due Giuseppe e la loro ideologia totalitaria non sono certo esempi di bene comune e civile. Vi è sempre necessità di tolleranza, che non è una sopportazione che di fatto nega dignità al pensiero altrui, ma è la domanda se chi non la pensa come me, non abbia lui ragione ed io torto.

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I contributi vanno inviati al coordinatore di La Voce del Sileno Italo Francesco Baldo all’indirizzo di posta elettronica: [email protected]

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Italo Francesco Baldo nato a Rovereto, residente a Vicenza è stato ordinario di Storia e Filosofia nel Liceo Classico "A.Pigafetta" di Vicenza.Si è laureato con una tesi su Kant all’Università di Padova, ha collaborato con l'Istituto di Storia della Filosofia dell’Università di Padova, interessandosi all’umanesimo, alla filosofia kantiana, alla storiografia filosofica del Settecento e alla letteratura vicentina in particolare Giacomo Zanella e Antonio Fogazzaro Nel 1981 i suoi lavoro sono stati oggetto " di particolare menzione" nel Concorso al Premio del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali per il 1981 cfr. Rendiconto delle Adunanze solenni Accademia dei Lincei vol. VIII, fasc.5. ha collaborato con Il Giornale di Vicenza, L’Arena, Il Tempo, La Domenica di Vicenza e Vicenzapiù Tra le diverse pubblicazioni ricordiamo La manualistica dopo Brucker, in Il secondo illuminismo e l'età kantiana, vol. III, Tomo II della Storia delle storie generali della filosofia, Antenore, Padova 1988, pp. 625-670. I. KANT, Primi principi metafisici della scienza della natura, Piovan Ed., Abano T. (Pd) 1989. Modelli di ragionamento, Roma, Aracne Erasmo Da Rotterdam, Pace e guerra, Salerno Editrice, Roma 2004 Lettere di un’amicizia, Vicenza, Editrice Veneta, 2011 "Dal fragor del Chiampo al cheto Astichello", Editrice Veneta, 2017 Introduzione a A. Fogazzaro, Saggio di protesta del veneto contro la pace di Villafranca, Vicenza, Editrice Veneta, 2011. Niccolò Cusano, De Pulchritudine, Vicenza, Editrice Veneta 2012. Testimoniare la croce. Introduzione a S. Edith Stein, Vicenza, Il Sileno, 2013.