Il paese cade a pezzi: a mancare è la sicurezza di non morire per questo

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Alluvioni, autocisterne che scoppiano, braccianti trattati come schiavi uccisi mentre tornano a casa stipati in furgoni, decine e decine di lavoratori morti nei luoghi di lavoro … e oggi il crollo di un viadotto a Genova (foto Ansa) provoca decine di morti. Il paese cade a pezzi. Non esiste sicurezza. Non viene garantita. La vera sicurezza che manca nel nostro paese non è quella sbandierata dal vicepresidente del consiglio e ministro degli interni. Non è quella messa in pericolo da immigrati, profughi, “zingari” o “diversi”. Nel nostro paese è assente la sicurezza di girare per le strade, di non essere sommersi da torrenti in piena, di andare a lavorare senza morire.

 


La sicurezza, nel nostro paese che cade a pezzi, viene cancellata dagli speculatori, da chi sfrutta le persone e il territorio, da chi pilota gli appalti, da chi ha voluto che lo Stato si facesse da parte, non contasse più nulla nei confronti di un “privato” sempre più potente e impunito. Così dobbiamo piangere i morti, assistere e subire tragedie che difficilmente possono essere considerate fatalità. C’è sempre una ragione, una causa. E la causa è dovuta ad appalti fatti al ribasso, all’uso di manodopera sfruttata, malpagata, non qualificata, alla decisione di lasciare le cose come stanno fino alla prossima tragedia, all’avvio di “grandi opere” che devastano il territorio. A uno Stato che chiude gli occhi. A una giustizia che difficilmente colpisce i responsabili di tanto scempio.

E allora chiediamo (e lottiamo per questo, perché nessuno ci regalerà mai niente) che lo Stato, il “pubblico”, torni ad essere protagonista, controllore e pianificatore dello sviluppo. Che garantisca a ogni cittadino un lavoro sicuro e stabile. Si caccino i dirigenti pubblici incapaci, chi truffa, chi corrompe e si lascia corrompere. Si faccia un grande piano di risanamento e di messa in sicurezza del territorio e delle infrastrutture, delle scuole, degli ospedali, del patrimonio pubblico e non solo. Si faccia opera di prevenzione e di repressione colpendo in maniera severa e inflessibile chi ha responsabilità nelle tragedie. Senza guardare in faccia nessuno. Senza favoritismi o giustificazioni per chicchessia.

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Giorgio Langella
Giorgio Langella è nato il 12 dicembre 1954 a Vicenza. Figlio e nipote di partigiani, ha vissuto l'infanzia tra Cosenza, Catanzaro e Trieste. Nel 1968 il padre Antonio, funzionario di banca, fu trasferito a Lima e lì trascorse l'adolescenza con la famiglia. Nell'ottobre del 1968 un colpo di stato instaurò un governo militare, rivoluzionario e progressista presieduto dal generale Juan Velasco Alvarado. La nazionalizzazione dei pozzi petroliferi (che erano sfruttati da aziende nordamericane), la legge di riforma agraria, la legge di riforma dell'industria, così come il devastante terremoto del maggio 1970, furono tappe fondamentali nella sua formazione umana, ideale e politica. Tornato in Italia, a Padova negli anni della contestazione si iscrisse alla sezione Portello del PCI seguendo una logica evoluzione delle proprie convinzioni ideali. È stato eletto nel consiglio provinciale di Vicenza nel 2002 con la lista del PdCI. È laureato in ingegneria elettronica e lavora nel settore informatico. Sposato e padre di due figlie oggi vive a Creazzo (Vicenza). Ha scritto per Vicenza Papers, la collana di VicenzaPiù, "Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante" e ha curato "Quirino Traforti. Il partigiano dei lavoratori". Ha mantenuto i suoi ideali e la passione politica ed è ancora "ostinatamente e coerentemente un militante del PCI" di cui è segretario regionale del Veneto oltre che una cultore della musica e del bello.