Imu e Tasi, Meritocrazia Italia: rimane la prima abolita la seconda

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Tutto cambia perché nulla cambi Con il decreto di Bilancio 2020, è stata formalmente abolita la Tasi. Rimane i l’Imu. Nonostante tale abolizione formale, però, nulla risulta sostanzialmente mutato.

L’Imu è imposta che interessa tutti i possessori di fabbricati, aree fabbricabili e terreni agricoli. Il gettito dovrebbe essere usato dai Comuni per la copertura generalizzata delle spese.
L’unica esenzione esistente riguarda l’abitazione principale, salvo che si tratti di un’unità abitativa classificata nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9, e con numerosi limiti per singolo nucleo familiare.

La Tasi invece, che era una tassa, veniva richiesta dai Comuni ai possessori o detentori, a qualsiasi titolo, di fabbricati e di aree edificabili, a eccezione, in ogni caso, dei terreni agricoli e dell’abitazione principale, e serviva a coprire il costo sostenuto dai Comuni per l’erogazione dei c.dd. servizi indivisibili ovvero quei servizi utilizzati dalla generalità dei cittadini e per i quali non è possibile individuare una utenza specifica (a differenza dei servizi ‘a domanda individuale’ quali l’asilo nido o il trasporto scolastico, dove paga solo chi ne usufruisce). Sono servizi indivisibili illuminazione pubblica, manutenzione stradale e del verde pubblico, protezione civile, vigilanza urbana, anagrafe, etc.

Dopo la modifica, in termini di prelievo nulla risulta mutato.
Se prima dell’accorpamento, Imu+Tasi non potevano arrivare, con la maggiorazione speciale dello 0,8 per mille, all’11,4 per mille, oggi, la nuova Imu vede proprio all’11,4 per mille la sua aliquota massima. Fino alla sua esistenza quindi la Tasi non era altro che una maggiorazione dello 0,8%, che i Comuni sommavano all’aliquota IMU.

Nonostante le elevate aspettative dei contribuenti, si è trattato, a conti fatti, solo di un’operazione formale, perché le aliquote Imu attualmente praticate dai comuni italiani sono esattamente pari, nella maggioranza dei casi, alla somma delle due aliquote applicate per Imu e Tasi negli anni precedenti all’accorpamento.

Nessun elemento di novità, dunque.
Anzi, l’accorpamento è risultato utile esclusivamente alle amministrazioni comunali, che possono aumentare fino al massimo le aliquote senza dover giustificare l’uso fatto delle maggiori risorse così introitate. Mentre infatti la Tasi, come detto, era una tassa e quindi obbligava le amministrazioni comunali a individuare i costi da coprire con il suo gettito l’Imu (vecchia o nuova che sia), essendo un’imposta, serve a coprire in generale i fabbisogni municipali e le amministrazioni comunali non sono di fatto facilitate nel deliberare aumenti di aliquote.

Per quanto riguarda, poi, i soggetti passivi d’imposta, non si può far a meno di sottolineare come l’abolizione della Tasi e l’incremento di aliquota dell’Imu abbia finito per appesantire la posizione dei contribuenti proprietari di immobili locati.
La Tasi era posta a carico, oltre che dei proprietari degli immobili, seppur nella misura tra il 10% e il 30%, a carico dei soggetti che detenevano immobili. L’abolizione del tributo ha automaticamente trasferito in capo al proprietario dell’immobile locato anche quella, seppur piccola, parte del tributo.

Non appare quindi che l’avvenuta semplificazione, basata troppo semplicemente sull’accorpamento di due tributi, abbia prodotto risultati positivi per i cittadini contribuenti. Sembra, invece, che azioni normative come quella posta in essere contribuiscano esclusivamente a minare ulteriormente il già logoro rapporto di fiducia e collaborazione tra fisco e contribuente.

Sarebbe al contrario auspicabile che venisse effettuata al più presto una riforma in chiave sostanziale dell’Imu, finalizzata a garantire una maggiore perequazione del prelievo, oggi sbilanciato per taluni contribuenti.
In particolare, occorrerebbe attuare una imposizione più equa sugli immobili e adeguata al momento di una crisi che incide negativamente anche sui canoni di locazione, salvaguardando le prime abitazioni e rimodulando le aliquote nel caso di grandi proprietà̀ immobiliari (ad esempio più di 10 immobili, perequando fra quelli locati e quelli che restano sfitti).

Di pari passo andrebbero potenziate l’attività di accertamento, per stanare i c.dd. immobili fantasma, e l’attività di riscossione (ordinaria e coattiva), poiché troppo spesso i comuni preferiscono aumentare le aliquote con conseguente danno a carico dei contribuenti virtuosi che spontaneamente e regolarmente versano l’Imu.

La vera democrazia ha bisogno di un mutamento della concezione dell’imposizione, spostando l’attenzione anche alla tutela della ricchezza dell’individuo oltre che alla funzione pubblica del prelievo tributario, ancorata invece ai noti principi di proporzionalità e progressività dell’imposizione.

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Fonte: IMU-TASI

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