“Più è sincero e pieno il rispetto per il lavoratore più è alta la qualità del suo contributo e della sua esperienza in azienda. La dignità del lavoro la sua stabilità, l’attenzione costante alle famiglie, ai bisogni e al bilanciamento vita-lavoro delle nostre persone, sono tutti aspetti su cui continueremo a investire per alimentare il coinvolgimento emotivo e il senso di comunità che rendono uniche, piene di giovani e di vita, le nostre fabbriche italiane” (dichiarazione di Leonardo Del Vecchio in occasione dell’accordo del 2019).

E’ morto Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica, imprenditore che ha creato un impero partendo (lui sì) praticamente dal nulla. Nel panorama del capitalismo italiano odierno poteva essere considerato come “un’anomalia”, legato alla sua terra, alle lavoratrici e ai lavoratori con un atteggiamento certamente da “padre” ma che sapeva garantire loro occupazione e retribuzioni adeguate.

La sua ricchezza era valutata (da Forbes) in oltre 25 miliardi di dollari. Del Vecchio era, quindi, un imprenditore che, indubbiamente, aveva curato i suoi interessi ma che, altrettanto indubbiamente, aveva operato introducendo novità importanti a favore del lavoro nelle sue aziende. È da ricordare l’accordo del 2019 che introduceva un orario flessibile (8 ore nel periodo di massima produzione, 6 ore in quello di minore carico) a sostanziale parità di retribuzione, aumento delle ore per la formazione, assunzione a tempo indeterminato di oltre 1150 lavoratori con contratto interinale o a termine. Come è da rimarcare la sua “ostilità” verso le delocalizzazioni, cosa ben diversa dall’espansione internazionale della sua azienda. Un imprenditore che si potrebbe definire “illuminato” certamente più simile a Olivetti che agli eredi Agnelli o Marzotto.

Con la sua morte, naturalmente, cresce una certa apprensione sul futuro aziendale e occupazionale.

“Speriamo”, si sussurra, “che venga mantenuta la sua politica aziendale”.

Ed è su questo che mi sembra giusto fare una breve riflessione.

In quel “speriamo” si riassume una situazione, tipica del momento nel quale viviamo, che si fonda nell’auspicio, appunto, della “benevolenza del padrone”. In quel “speriamo” si racchiude l’accettazione del capitalismo come unico sistema possibile con la “necessaria” assenza dello Stato anche come regolatore dello sviluppo economico ed industriale del paese. Uno Stato puro erogatore di finanziamenti alle imprese private che non deve (e non può) interessarsi di come verranno impiegati e a cosa serviranno gli aiuti politici, economici e finanziari distribuiti.

Uno Stato, quindi, assente e “poco attento”, che non deve interferire né porre regole nella politica economica e industriale che deve restare nelle mani e nelle decisioni degli imprenditori che si spera possano essere “illuminati”.

È questa la grande “beffa culturale” nella quale siamo caduti. Una società che si basa sulla teoria del “benefattore”, che fa affidamento al “buon cuore” di qualche persona e non sulla forza della collettività non può avere futuro se non per una minoranza di “padroni” (difficilmente illuminati come fu Leonardo del Vecchio).

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Giorgio Langella è nato il 12 dicembre 1954 a Vicenza. Figlio e nipote di partigiani, ha vissuto l'infanzia tra Cosenza, Catanzaro e Trieste. Nel 1968 il padre Antonio, funzionario di banca, fu trasferito a Lima e lì trascorse l'adolescenza con la famiglia. Nell'ottobre del 1968 un colpo di stato instaurò un governo militare, rivoluzionario e progressista presieduto dal generale Juan Velasco Alvarado. La nazionalizzazione dei pozzi petroliferi (che erano sfruttati da aziende nordamericane), la legge di riforma agraria, la legge di riforma dell'industria, così come il devastante terremoto del maggio 1970, furono tappe fondamentali nella sua formazione umana, ideale e politica. Tornato in Italia, a Padova negli anni della contestazione si iscrisse alla sezione Portello del PCI seguendo una logica evoluzione delle proprie convinzioni ideali. È stato eletto nel consiglio provinciale di Vicenza nel 2002 con la lista del PdCI. È laureato in ingegneria elettronica e lavora nel settore informatico. Sposato e padre di due figlie oggi vive a Creazzo (Vicenza). Ha scritto per Vicenza Papers, la collana di VicenzaPiù, "Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante" e ha curato "Quirino Traforti. Il partigiano dei lavoratori". Ha mantenuto i suoi ideali e la passione politica ed è ancora "ostinatamente e coerentemente un militante del PCI" di cui è segretario regionale del Veneto oltre che una cultore della musica e del bello.