Maternità e lavoro: la questione tocca anche gli uomini e il declino demografico

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Francesca Lazzari
Francesca Lazzari

(Articolo su maternità e lavoro di Francesca Lazzari, Consigliera di parità della provincia di Vicenza da Vicenza Più Viva n. 3 dicembre 2023-gennaio 2024, https://www.vipiu.it/vicenzapiu-freedom-club/ per gli abbonati tutti i numeri, ndr).

Il mutamento della struttura della famiglia e delle reti di sostegno intrafamiliari ha portato, in generale, ad un aumento dei costi di conciliazione tra lavoro per il mercato e impegno per la famiglia e ad un peggioramento della qualità della vita.

L’onere di conciliare tempi di lavoro e tempi di cura continua a rimanere per lo più a carico delle donne e, pertanto, i tempi per raggiungere il posto di lavoro, l’orario, la sua distribuzione nel corso della giornata, della settimana, dell’anno, la disponibilità e le caratteristiche dei servizi sociali ed educativi presenti sul territorio rappresentano fattori condizionanti la partecipazione delle donne e la loro permanenza nel lavoro retributivo extrafamiliare.

Il tema della conciliazione in Italia è soprattutto autoconciliazione che grava sul genere femminile (basta vedere i dati sui congedi parentali, i part-time involontari, l’abbandono del lavoro alla nascita del primo e secondo figlio, i congedi durante la Dad… ecc.).

È fondamentale sottolineare che non si tratta di una “questione di donne”. Il problema semmai – strategicamente – riguarda anche gli uomini, altrimenti il rischio è quello di trattare la conciliazione in modalità contrattuali che si trasformano automaticamente per le donne in residualità, marginalità, non possibilità di carriera. Solo assumendo concettualmente il fatto che le politiche conciliative non sono legate al genere, ma ai cicli di vita e di emergenza che riguardano uomini e donne, lavoratori e lavoratrici faremo passi avanti verso la condivisione del lavoro di cura, dei tempi e delle forme del lavoro all’interno delle famiglie, delle organizzazioni e della società.

Stiamo registrando nelle crisi l’aumento delle dimissioni volontarie, la pratica illegale delle dimissioni in bianco o la richiesta brutale di fornire test di gravidanza nei periodi di rinnovo dei contratti. In questo contesto, le donne sentono il disagio, ma non lo dicono per il timore di essere considerate “cattive madri”, madri non conformi. Le giovani donne scelgono percorsi lavorativi non coerenti con quelli formativi per riuscire a conciliare vita familiare e lavorativa. È alta la percentuale di donne che lasciano il lavoro alla nascita del primo o del secondo figlio.

La maternità confligge con la carriera poiché è vista dalle organizzazioni come un rischio e un costo aggiuntivo esponendo le lavoratrici ad assentarsi dal lavoro. E questo è interpretato come sintomo di disaffezione, perché espone le lavoratrici a un sovraccarico di cura che procura affaticamento e preoccupazioni, che distolgono dal lavoro o lo rallentano, perché secondo stereotipi diffusi le lavoratrici madri sono meno produttive. Anche i padri, come le madri, sono “vittime” di stereotipi di genere che li imprigionano in modelli sociali penalizzanti. Si pensa ai padri “accudenti”, come se non potesse esistere una cifra paterna dell’accudimento, come se questo coinvolgimento fosse la testimonianza di debolezza e di perdita di autorevolezza.

A prescindere dalla consapevolezza che il lavoro e la maternità sono diritti, si deve considerare che oggi la maggior parte delle donne che ha o che vuole avere figli, ha o vorrebbe avere anche un lavoro e le donne che non hanno un lavoro, o sperimentano molte difficoltà nel mercato del lavoro, sono meno propense ad avere figli (la mancanza di un lavoro può tradursi nella mancanza di figli o in un numero di figli inferiore a quello desiderato).

In definitiva, il lavoro è necessario alla maternità, ma una regolazione del mercato del lavoro, dell’organizzazione sociale e del welfare che non tengano conto delle specificità di genere e non siano discriminanti possono ostacolare sia la partecipazione delle donne al lavoro, sia la maternità.

Il nostro declino demografico passa anche da qui: poco lavoro e pochi figli.