Morti sul lavoro: continua, nel silenzio, la carneficina

Morti sul lavoro, lo striscione
Morti sul lavoro, lo striscione
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Non sono passati neppure due mesi dalla morte di Luana D’Orazio. Qualcuno se ne ricorda? Aveva suscitato tanto scalpore. Giovane mamma era morta in maniera orribile, “divorata” da un orditoio in una fabbrica tessile in provincia di Prato. Ieri avrebbe compiuto 23 anni. Ma a lei è stato tolto il futuro.

Si pensava che la questione della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro potesse, finalmente, essere posta all’ordine del giorno della politica, fosse una priorità negli investimenti previsti nel PNRR. Insomma, che venisse fatto qualcosa.

Ci sono state dichiarazioni, lacrime, promesse, solidarietà … ma, di concreto? Niente. Solo frasi che ripetevano “mai più queste tragedie” e, poi, la solita indifferenza.

Intanto lavoratrici e lavoratori continuano a morire per infortunio nei luoghi di lavoro, in itinere, per malore mentre lavorano o appena smesso un turno massacrante sotto il sole. Sono decine, centinaia. Senza nome, con i volti sfocati nel ricordo di qualcuno. Senza vita.

Intanto la (a)politica discute di come sbloccare i licenziamenti. Sono, di fatto, d’accordo tutti, parti sociali, partiti, governo che basterà un auspicio, una raccomandazione, magari una preghiera per mandare in cassa integrazione gli “esuberi” prima di essere licenziati. Cosa cambia? Poco o niente.

Intanto si discute dell’implosione del M5S del conflitto (penoso specialmente nella situazione nella quale si trova il paese) tra l’ex presidente del consiglio Conte e l’ex comico Grillo.

Intanto si mettono in prima pagina le dichiarazioni di Salvini, quelle della Meloni, ritorna Berlusconi. Parlano se sia utile o meno fare tra loro un partito di destra o sarebbe meglio un’alleanza o …

Intanto ci sono gli europei di calcio e l’Italia gioca e vince. E poi ci si può togliere la mascherina se si è all’aperto, e poi …

… poi non si sa che soltanto in questi tre ultimi giorni di giugno sono morti tre lavoratori schiacciati dal trattore, è morta una colf precipitata dal 5° piano mentre lavava i vetri di un appartamento, Ion Grecu di 61 anni è morto dopo essere caduto da un ponteggio dopo 4 giorni di agonia, Roberto Romitti di 57 anni è morto schiacciato da un sacco di mangime di 12 quintali, un operaio di 55 anni è morto a seguito di un malore che lo ha colpito mentre lavorava, nel teramano un uomo di 47 anni è morto schiacciato da una rotoballa di fieno …

… solo qualche giorno prima due lavoratori, Camara Fantamadi di 27 anni e Antonio Valente di 35, sono morti stroncati dal caldo torrido. Il primo dopo una giornata passata nei campi a raccogliere i prodotti della terra, il secondo mentre per lavoro, distribuiva volantini pubblicitari …

Una mattanza che viene descritta dai numeri che l’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro continua a pubblicare giorno dopo giorno.

Da inizio anno sono 350 le lavoratrici e i lavoratori morti per infortunio nei luoghi di lavoro. E sono oltre 850 se si sommano i morti in itinere e quelli da Coronavirus contratto nei luoghi di lavoro.

Solo nei 30 giorni del mese di giugno sono 64 i morti per infortunio. Da quando è stata uccisa Luana D’Onofrio i morti per infortunio nei luoghi di lavoro sono 128.

Ma quella della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro non è, forse, una questione che deve essere affrontata in maniera decisa? Com’è possibile che ci si possa adeguare a questa carneficina giornaliera, a questo “olocausto”?

Le promesse non possono bastare. Bisogna assumere il personale necessario alla prevenzione e al controllo delle condizioni di lavoro, sanzionare gli abusi e le inadempienze, fare formazione continua, indirizzare e utilizzare i risultati dell’innovazione tecnologica perché si possa lavorare meglio, meno, con retribuzioni migliori e in sicurezza. Che si abbattano, cioè, sfruttamento e precarietà.

Certo, per fare tutto questo ci vogliono grandi investimenti, ma è qua che devono essere utilizzati preferenzialmente i soldi necessari. Li si trovi nel PNRR, in un fisco che li recuperi in maniera strutturale e progressiva dalle grandi ricchezze, da quelle centinaia di miliardi che oggi sono nelle tasche di un’esigua minoranza di italiani. Lo si faccia e presto. È indegno, per un paese civile quale vorremmo essere, assistere inermi e ignari al fatto che, per lavorare, bisogna accettare di morire.

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Giorgio Langella è nato il 12 dicembre 1954 a Vicenza. Figlio e nipote di partigiani, ha vissuto l'infanzia tra Cosenza, Catanzaro e Trieste. Nel 1968 il padre Antonio, funzionario di banca, fu trasferito a Lima e lì trascorse l'adolescenza con la famiglia. Nell'ottobre del 1968 un colpo di stato instaurò un governo militare, rivoluzionario e progressista presieduto dal generale Juan Velasco Alvarado. La nazionalizzazione dei pozzi petroliferi (che erano sfruttati da aziende nordamericane), la legge di riforma agraria, la legge di riforma dell'industria, così come il devastante terremoto del maggio 1970, furono tappe fondamentali nella sua formazione umana, ideale e politica. Tornato in Italia, a Padova negli anni della contestazione si iscrisse alla sezione Portello del PCI seguendo una logica evoluzione delle proprie convinzioni ideali. È stato eletto nel consiglio provinciale di Vicenza nel 2002 con la lista del PdCI. È laureato in ingegneria elettronica e lavora nel settore informatico. Sposato e padre di due figlie oggi vive a Creazzo (Vicenza). Ha scritto per Vicenza Papers, la collana di VicenzaPiù, "Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante" e ha curato "Quirino Traforti. Il partigiano dei lavoratori". Ha mantenuto i suoi ideali e la passione politica ed è ancora "ostinatamente e coerentemente un militante del PCI" di cui è segretario regionale del Veneto oltre che una cultore della musica e del bello.