La raccolta di poesie che il poeta Marcello Villucci [1] (nato in provincia di Cremona nel 1941, ma sessano di adozione, ndr) ha dato alle stampe [2]  si presenta come un libro che sfiora la perfezione: una veste editoriale di rara eleganza, una prefazione rigorosa, profonda, che, nella sua essenzialità, non trascura uno solo degli elementi che innervano l’architettura della raccolta poetica, sessantasei componimenti che sono autentici gioielli, perché in ciascuno di essi si realizza l’essenza della poesia, l’essere, cioè, una contemporanea avventura del linguaggio e dello spirito.

Nei Vicoli della memoria di Antonio Marcello Villucci
Nei Vicoli della memoria di Antonio Marcello Villucci

Questo aspetto è colto con rara lucidità da Sandro Gros-Piero quando scrive: “Il binomio musica e poesia, così sovente accostato e unito in un solo elemento di armonia e di dolcezza nel parlare comune della gente come nel parlare colto degli studiosi, è la materia costituiva del dettato poetico di Villucci, che cura il verso nel fluire spontaneo della musicalità rappresentativa dell’ordine delle cose quotidiane e dell’intero universo”.[3]  Anche io condivido l’auspicio che il deposito di memoria, che costituisce la materia poetica di questa raccolta, possa un domani rinnovarsi anche nel futuro; per questa ragione ho parlato di “passato dell’avvenire”, perché so che, come ci hanno insegnato grandi filosofi della storia, il futuro sverna nel passato.

Quando ci addentriamo nella lettura delle poesie di Marcello Villucci e scendiamo nel cuore dei suoi ricordi, ci accorgiamo che stiamo anche scendendo nelle pieghe segrete della nostra anima, perché, come accade nella poesia autentica, quelle esperienze e quei ricordi, così personali ed unici, sono poi espressione di un io universale e collettivo, che parte dalla Comunità di Sessa Aurunca per arrivare alla intera Umanità. Esperienze, sensazioni, percezioni, relazioni familiari ed umane, che, come minuscoli tasselli colorati vanno a comporre un mosaico capace di rappresentare l’umana avventura, come avrebbe detto il comune amico Tommaso Pisanti.

Vi ho trovato: la fantasia creativa dei bambini, lo struggente spettacolo della natura serale, la malinconia dell’esistere, il dialogo con i morti, la fragilità umana, ma anche la capacità di rinascere dopo le tragedie, i giochi semplici dell’infanzia, le feste, i mestieri di una volta, la fede religiosa intimamente e convintamente vissuta, la magia dell’antico Natale, le tragedie dell’umanità del Novecento, la sofferenza dell’emigrazione, il rimpianto della giovinezza, il sapore del buon tempo antico, l’omaggio riverente e affettuoso ad intellettuali importanti di Terra di Lavoro, il pianto del figlio sul marmo sepolcrale del padre, ed altro ancora, in definitiva, vi ho trovato l’intero universo dell’uomo.

Questa raccolta poetica, se offerta alla lettura dei giovani nelle scuole, può essere il rimedio alla malinconia che avviluppa le loro esistenze. L’adolescenza di oggi vive in un tempo che non ha più futuro e noi abbiamo ridotto il loro universo al convivere quotidiano, perché l’abbiamo legato ad una bellezza priva di profondità ed al successo che è esperienza provvisoria, tutta esaurita e bruciata nel momento presente. Soprattutto stiamo rischiando di uccidere la loro creatività, che ha bisogno della immaginazione: quale strumento, più delle poesie, può aiutare i giovani ad inventare un tempo che ancora non c’è, a partire dal recupero di un altro tempo depositato nei “vicoli della memoria”? La creatività dell’uomo è legata al tempo futuro, al tempo che non c’è,  che forse non c’è.  Come si fa senza futuro, a desiderare? Legato al tempo, alla percezione del futuro, c’è il desiderio, cioè la capacità che ciascuno di noi ha di immaginarsi diverso domani da come è oggi. Questa è la meraviglia dell’esistenza quando la creatività non viene mortificata e uccisa!

Uno degli strumenti più potenti di identificazione e di trasmissione della memoria storica è il linguaggio. Ora accade che proprio il linguaggio vada gradualmente perdendo la sua autonomia e la sua forza espressiva, a causa di un progressivo livellamento televisivo e dell’assorbimento massiccio di termini inglesi, mutuati dal mondo dell’informatica e del commercio.  Di fronte a questo fenomeno, che comincia a suscitare grandi preoccupazioni, proprio la poesia, proprio una poesia come quella di Marcello Villucci, può svolgere un ruolo importante di difesa della memoria collettiva, degli usi, delle tradizioni, delle matrici culturali di una comunità, che costituiscono come un grande archivio al quale attingere esperienze e conoscenze che ci consentono di intendere il nostro presente. Anche in questo io vedo un elemento di importanza e di pregio straordinario dell’opera poetica di Marcello Villucci. Dalle sue poesie appare chiaramente come egli sia  profondamente legato al suo retroterra culturale, personale e collettivo, che egli ha inteso cogliere ed esprimere in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue sfumature.

Il poeta ama il paese nel quale è nato, ne descrive gli angoli più suggestivi, la natura varia e cangiante [4], i vicoli più caratteristici, ne percorre la storia recente fissando in quadretti indimenticabili i momenti rituali della comunità, il profumo dei fiori, i suoni del vento, delle campane, della vita del paese. Egli si sente in perfetta armonia con questo mondo fatto di cose semplici, ma buone e belle, come, ad esempio, il mercato settimanale:

Quando il sole sta sul mezzodì,

i clamori si disperdono.

Il rintocco del battaglio del campanile

Segna l’ora del rientro.

Nel silenzio resta il pattumaio

Con scopa di saggina e corbello

Per la raccolta dei rifiuti”.[5]

Sono sette versi, ma dentro c’è un mondo intero di ricordi, di suoni, di odori, una parte della nostra anima! Anche se non è scritto esplicitamente, noi avvertiamo che il poeta non può fare a meno di paragonare, in termini di autenticità, semplicità e sincerità, la vita di oggi con quella del passato. Da questo confronto nasce una pungente nostalgia per il “buon tempo andato”, quando, nonostante le sofferenze, la miseria e la difficoltà del vivere, c’era tra la gente tanto rispetto e tanta onestà. Io credo che la preferenza accordata all’antico non derivi solo dal fatto che, sempre, il tempo della giovinezza ci appare più bello, perché visto attraverso il velo dei ricordi, che rende più morbide le immagini e riduce le durezze e le spigolosità del vivere. Nel progresso, che ha certamente migliorato la vita degli uomini, c’è stata anche una perdita, qualcosa di bello è evaporato, soprattutto a livello spirituale e morale.  La modernità comporta dei prezzi che il poeta non è disposto ad accettare: “Ora che il cortile non c’è più – abitiamo i palazzi-vespaio – ove non spunta un sorriso – e nel dominio della casa – non sono i racconti delle fate – ma il televisore che ti ammalia – con prodotti vari e notizie edulcorate”[6]

Prendiamo ancora la poesia CASA DI POVERA GENTE [7]: per noi che, in anni lontani, abbiamo avuto esperienza diretta di quella società povera, ma spesso avvolta in una atmosfera magica, quasi sempre intessuta di gioie semplici e mezzi poveri, i versi generano una gioia sottile, una pace profonda, una rinnovata alleanza con quel mondo lontano. Ma, come far immaginare ad un giovane dei nostri giorni quella povertà di mezzi e di strumenti, quella difficoltà del vivere, i sacrifici necessari ed accettati e, al tempo stesso, le gioie,

Casa di povera gente
Casa di povera gente

le soddisfazioni basate su risorse modeste, ma che risultavano appaganti e riempivano la vita? Riemerge l’immagine viva dei nostri paesi, piccoli, ma dinamici, attraversati da una complessità di attività e di movimenti che ci rendono quasi incomprensibile la rarefazione della vita nel paese odierno. Il fenomeno è di carattere generale, riguarda tutti i piccoli paesi, determinato com’è dall’economia e dal commercio di oggi, che concentrano tutto in quegli orribili luoghi che sono i grandi supermercati, dove si trova tutto, ma non si apprezza niente. Gli uomini del paese descritto da Marcello Villucci sono persone con un’anima, sentimenti e rapporti sociali intensi. La folla che oggi sciama nei corridoi dei grandi supermercati è una “folla solitaria”, fatta di persone che, pur costrette ad un contatto fisico, nelle file delle casse o di fronte alle vetrine, sono in realtà persone sole che corrono per non andare da nessuna parte.

Dobbiamo essere grati a Marcello Villucci che ci consente di assaporare quel mondo, più vero e più semplice, ma non meno ricco di quello di oggi. In un certo modo egli ci indica una via di fuga dalla modernità e una possibilità di recupero della nostra umanità più autentica, soprattutto sul piano delle emozioni e dei sentimenti.

E’ di una bellezza struggente la poesia Autunno, a pag. 51, nella quale pare quasi di cogliere echi carducciani:

“C’è un paese tra i colli

che ristagna nel silenzio fino all’alba.

Alle spalle un colle sparso di neve

attende il primo sole: gemono capre

all’ovile per il rientro al pascolo;

leva il gallo dai rossi bargili

il suo verso.

Il primo fumo sbuffa dai camini.

Tra i vicoli si spande il richiamo

del mosto che fermenta”.

Marcello Villucci disegna un quadro toccante del suo mondo antico, colto nello splendore luminoso della sua natura, nella vivacità della sua economia, dinamica e ricca, nella vita serena ed operosa di un popolo ancorato alle leggi non scritte delle tradizioni, dei riti, dei sentimenti autentici che davano equilibrio e ordine alla vita, individuale e collettiva, ed i suoi versi, che generano una lettura fluida e spontanea, ci donano il piacere della poesia, quella vera che, quando raggiunge le vette più alte, ha sicuri elementi di universalità e tocca e commuove ogni lettore.

 Preside Nilo Cardillo

(Qui un altro suo scritto su ViPiu.it)


[1] Antonio Marcello Villucci, nato a Soresina, in Provincia di Cremona nel 1941, è morto nel 2018.

 

[2] A. M. Villucci, NEI VICOLI DELLA MEMORIA, Genesi Editrice, Torino, 2015.

 

[3] Prefazione, pag. 5.

 

[4] “Il Roccamonfina si distende in verdi colli

Trapunti di querce e ulivi,

di polvere d’oro su rami di ginestra,

…………………………………” (Il Roccamonfina si distende fino a Gaeta in verdi colli, pag. 29).

 

[5] Al mio paese è il giorno del mercato, Pag. 18.

 

[6] Le gioie del cortile, pag. 59.

 

[7] Tratta da un’altra raccolta: PER PRODIGIO D’AMORE,  Genesi Editrice, Torino, 2010, pag. 23.

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Nato nel 1943, ha frequentato il Liceo Classico di Formia. Si è laureato in filosofia presso l’Università degli Studi di Napoli, nel 1968. Allievo di Aldo Masullo, ha elaborato una tesi di filosofia della scienza, sviluppata in collaborazione con il Dipartimento di Fisica: “Determinismo, indeterminismo e libertà negli apporti della cibernetica alla filosofia”. Successivamente ha insegnato “Storia e filosofia” ed è stato preside, sempre per concorso nazionale, dei Licei di Venezia, Frosolone (IS), Pontecorvo (FR), ed infine, per 14 anni, del Liceo Classico “Vitruvio Pollione” di Formia (LT). Ha ottenuto borse di studio in Italia e all’estero. Ha pubblicato numerosi articoli di filosofia, pedagogia, psicologia e didattica su riviste nazionali. Negli ultimi anni si è occupato di Storia del Risorgimento, pubblicando il saggio: - Risorgimento e modernità. Le origini italiane della scienza dei computer, in Atti del convegno su Raffaele Gigante, D’Arco Edizioni, Formia, 2013, pag. 230. E’ socio della Società Napoletana di Storia Patria. E’ componente del Comitato Scientifico della Associazione Culturale “Pietro Ingrao”, nonché vice-presidente del Comitato Casertano per la Storia del Risorgimento Italiano.