Noi boomers. La domenica pomeriggio a Vicenza

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boomers a Vicenza
Il cinema Palladio

(Articolo di Massimo Parolin su come trascorrevano la domenica i baby boomers a Vicenza da VicenzaPiù Viva n. 1 settembre-ottobre, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr).

Ero solito alzarmi tardi la domenica ma sempre in tempo per andare messa. D’altronde sarebbe stato difficile non frequentare le celebrazioni domenicali, sarei stato punito da Don Canova, con un decreto di ostracismo dall’oratorio dei Servi e pertanto privato dalla possibilità di incontrare gli amici. Esistevano molti oratori negli anni 70/80: i Servi, il Patronato Leone XXIII, l’Araceli, il Duomo, solo per citare quelli del centro cittadino.
Nell’età più adolescenziale che fanciullesca l’oratorio rappresentava, in quegli anni, un importante centro di aggregazione e di incontro per la numerosa popolazione giovanile di quei tempi. I miei genitori, due onesti commercianti nati nei primi anni 20 del secolo passato, titolari di un negozio di articoli per la casa in Contrà Santi Apostoli, frutto di moltissimi sacrifici, erano ben contenti che lo frequentassi.
Vai all’oratorio dicevano: almeno non ero tra i piedi! Gli anni 60 non erano stati infatti solo il periodo della crescita economica, della 600, del Lascia o Raddoppia poi del Rischiatutto, ma pure gli anni del baby boom, dell’incremento demografico: ecco perché mia figlia mi chiama oggi boomer (la prima volta che me lo disse quasi mi offesi nella mia imperdonabile ignoranza del gergo dei “raga” di oggi) ossia per indicare quelli della mia generazione.
I ragazzi nati nei primi anni di quel decennio a Vicenza si radunavano dappertutto, nelle strade, nei parchi, nelle piazze, ovunque, ma in modo particolare usavano, come già detto,
trovarsi nelle parrocchie, sicuramente a ciò indirizzati dai genitori, che vedevano in tale istituzione un luogo sicuro e protetto ove lasciare i propri figli, nelle ore in cui loro lavoravano. Ricordo poi come fosse oggi i tantissimi ragazzini che, nelle calde sere di luglio, quando le famiglie non avevano abbastanza denaro per portarli al mare (i più facoltosi se ne andavano a Sottomarina a respirare il leggendario iodio) si riversavano nelle piazzette vicentine per giocare a scalone, a ciupascondere o gli adolescenti fermi, con i loro Ciao, Bravo, Califfone che fossero, davanti alla casa della toxa per cullare le loro innocenti cotte o fatui amorazzi, come amava dire il mio vecchio professore di diritto tributario dell’università.

il cinema Corso
Il cinema Corso

Ottobre era comunque il mese che odiavo più degli altri, perché aprivano le scuole (il primo del mese), le giornate si accorciavano terribilmente ed il tempo da passare con Umberto (oggi allenatore delle Fiamme Oro), Andrea (il tipografo comunale), Clemente un operaio oggi in pensione), Giampietro (un immobiliarista vicentino), Francesco (l’elettricista) e gli altri si riduceva a poche ore, se si toglieva la domenica ed il sabato pomeriggio.
Per me lo stare con loro rappresentava lo spazio vitale, un bisogno primario, sociologicamente parlando, secondo solo alla fame ed alla sete, forse anche primo rispetto a quest’ultimi. Era una compagnia la nostra, si diceva così nei primi anni ’80 della Vicenza giovanile. Ma ce n’erano ovunque: a San Pio X, a San Lazzaro (famosa quella “ringhiera”), a Sant’Agostino, e comunque ove la concentrazione di ragazze era maggiore. Non so se i ragazzi d’oggi usano chiamare così il loro stare insieme, considerato che le opportunità
offerte dalla multimedialità e dai social network appaiono avere superato la necessità dell’incontro fisico tra i giovani.
La messa pertanto significava potere incontrare i toxi anche al mattino della domenica per poi condividere assieme pure il pomeriggio. E quale poteva essere il divertimento la domenica pomeriggio per i ragazzi vicentini degli anni 80 (oggi sessantenni)? Il cinema o la discoteca. Il primo, il cinema. Quanto ho amato il cinema di allora e quanto non riesco ad accettare il multisala di oggi, così anonimo e così poco intimo, con le poltrone mirabolanti che si possono trasformare in letti ad una piazza e mezzo, facendo addormentare chi, come il sottoscritto, ha obtorto collo portato la propria figlia a vedere Mario Bros. Vicenza poteva contare su di una miriade di cinematografi (che bello chiamarli così) e tutti bellissimi.
Per conoscere la loro programmazione bastava andare a fianco del Palazzo Uffici Comunale in Piazza Signori/Biade, ove ora insiste un fototessere automatico, e lì si trovavano delle bacheche di vetro con al loro interno le locandine oppure al termine di Viale Mazzini, quasi in corrispondenza della odierna rotatoria con Viale Milano e Corso San Felice, dove sul muro dell’edificio terminale venivano attaccati manifesti giganti di ogni singola proiezione.
L’Astra, ancora oggi funzionante come teatro, l’Odeon (il cinema d’essai cittadino o per i comuni mortali il cineforum), il Roma (in Corso Palladio) trasformato in Multisala e chiuso recentemente, l’Arlecchino (a ridosso della loggia del Loghena ai giardini Salvi), il Palladio (l’ultimo, il più avveniristico per quei tempi, con le poltrone in similpelle e il sistema dolby
surround), il Settebello (ai Ferrovieri), l’Arcobaleno (Viale della Pace) ed il Kursall (in Via Soccorso Soccorsetto) dedicati entrambi ai maggiori di età, il Corso con il suo tetto apribile
quasi come fosse una stazione di lancio missilistico e che comunque d’estate consentiva di poter rimirare il cielo (Corso Fogazzaro), l’Italia con le sue proiezioni natalizie dei film di
Disney. E quanto lunghe erano le file per arrivare al botteghino quando proiettavano i film più belli ed attesi.

il cinema Berico
Il cinema Berico

Ricordo ancora oggi la coda al cinema Corso che quasi raggiungeva il negozio di Papà Aldo (oggi con mio grandissimo dispiacere chiuso per raggiunti limiti di età del buon Batù Meneguzzo, il bassista della mitica Anonima Magnagati) quando hanno dato Grease (1978). La sala stracolma. Allora si entrava, non come oggi che vengono indicati fila e numero della
poltrona, ma fino a che la maschera non riteneva (lui) fosse abbastanza. Perciò ci si sedeva per terra sugli scalini che portavano alla galleria o alla parte superiore, sulle corsie d’accesso o si restava in piedi (il biglietto però costava eguale), in barba a tutte le Commissioni di Vigilanza (se ed in quanto esistevano).
E per chi avesse voluto (come noi) rivedere lo stesso film bastava buttarsi sotto le poltrone ed attendere la successiva proiezione … tanto i posti non erano numerati!
Unitamente ai parrocchiali: il Patronato, il Primavera, l’Araceli, il Primavera, il Santa Chiara (un cinema enorme dotato di platea e galleria, gestito dalle Suore Poverelle. Bellissimo).
Ma quello che rammento con maggiore affetto è il cinema Berico ubicato dietro all’oratorio dei Servi (oggi edificio residenziale di pregio) vicino al vecchio tabacchino Libero e limitrofo alla gloriosa trattoria Buffalo Bill ed al Panificio Primon. Quel cinema, che proiettava solo film western e storie di gladiatori (Ulisse, Maciste, Spartaco e molti altri), era una autentica
nuvola di fumo, con le sedie in legno e un affresco su uno dei suoi muri perimetrali rappresentante Biancaneve e i sette nani ma ha costituito per molti ragazzi il cinema più accessibile, considerato che il biglietto di ingresso costava molto meno rispetto agli altri.
Le sue porte di sicurezza, rigorosamente lignee, davano sull’oratorio. Le pallonate di noi ragazzini che giocavamo a calcio nello spiazzo dello stesso, durante le proiezioni, si infrangevano sulle medesime, facendo sobbalzare gli spettatori ed arrabbiare il botteghino che puntualmente, girava l’angolo e veniva a rimbrottarci.

I prezzi dei biglietti
I prezzi dei biglietti al Cinema Berico.

E al film andavano associate le sole caramelle (le Dufour, le Elah che ti si attaccavano sui molari e serviva un ravanamento con l’indice per poterle togliere) o la liquirizia, non come oggi che all’interno del multisala si pranza lucullianamente, alla stregua di un baccanale di Tiberio, con popcorn, bibite, dolci, muffin ed ogni altro bendidio. Caramelle che, poste sul bancone della biglietteria all’interno di una piccola struttura metallica a scalare (in scala ridotta assomigliante ad una gradinata del Glorioso Menti), facevano luccicare i nostri occhi, venire l’acquolina in bocca ed assicurarci in futuro (come poi è stato) un tasso glicemico fuori range.
Un suggerimento: ricordiamo i nostri cinema con delle semplici targhe poste accanto ai locali che li ospitavano. Servirebbero a rammentare la giovinezza per molti vicentini oltre che a scrivere una parte di storia della nostra Vicenza: Città Bellissima.