Per il Primo Maggio dedicato alle tragedie del lavoro, troppe per citarle tutte … Eternit, Ilva, Marlane Marzotto, ThyssenKrupp, Breda …

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Il 28 aprile è la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro. In particolare, molti organi di informazione, fanno notare come, in questa giornata si ricordano le vittime a causa dell’amianto. A pensarci bene, fa specie che ci sia bisogno di una giornata dedicata a questo massacro che continua, anno dopo anno, ogni giorno (anche se l’amianto è stato messo al bando quasi trent’anni fa nonostante, da tempo, si conoscesse la sua pericolosità) a falciare migliaia di vite. Lavoratrici e lavoratori, cittadini che abitavano vicino ai siti pericolosi, bambini, giovani, adulti, anziani … siamo tutti coinvolti in quella che è un esempio di come viene considerata la vita di fronte ad altre cose, al profitto, per esempio, all’incuria, alle mancate bonifiche perché costano.

Proviamo a pensare, in Italia, nel 2020, i decessi a causa dell’amianto sono stati stimati in oltre 7.000 (fonte Osservatorio nazionale sull’amianto). Una cifra impressionante che evidenzia come sia pericoloso lavorare e vivere a contatto con materiali di questo tipo. Un numero che si dilata a dismisura se si considerano i morti per malattie professionali e infortuni nel lavoro. Tragedie che crescono al passare degli anni e che vengono silenziate, censurate, ignorate dall’indifferenza di politicanti e mezzi di informazione. Così ci si aggrappa a una giornata dedicata ai morti per amianto e sul lavoro. Esce qualche notizia, si sprecano alcuni millilitri di inchiostro (per carità, meglio risparmiare su queste cose, altrimenti si “fa piangere il re”), ci si mette a posto con la coscienza e, poi, si ritorna all’indifferenza e all’oblio.

Il problema della salute e della sicurezza nel lavoro e sul lavoro, così come quello dell’inquinamento, è talmente “sottovalutato” da scomparire, di fatto, nel più che famoso PNRR (o Recovery Plan) che dovrebbe indicare dove investire i miliardi che sono destinati al nostro paese. Nelle oltre 300 pagine del documento si parla di “rimozione di eternit/amianto sui tetti” (pag. 167). La parola “sicurezza” è, sì, molto usata ma, riferita alle questioni di inquinamento, si trova solo a pag. 19 questa frase “Intervenire per ridurre le emissioni inquinanti, prevenire e contrastare il dissesto del territorio, minimizzare l’impatto delle attività produttive sull’ambiente è necessario per migliorare la qualità della vita e la sicurezza ambientale, oltre che per lasciare un Paese più verde e una economia più sostenibile alle generazioni future.” Più che altro una promessa e nulla più.

Per quanto riguarda la salute e la sicurezza sul lavoro sembra proprio che non ci sia la consapevolezza del problema, dal momento che ci si focalizza su quantità e qualità (cioè sostanzialmente formazione) ma non delle condizioni che vivono lavoratrici e lavoratori.

Sul problema della salute e della sicurezza nel lavoro bisognerebbe spendersi molto e lottare per soluzioni che riconducano il lavoro ad essere quel diritto inalienabile di ogni cittadino sancito nella Costituzione e non quella “condanna” che è diventato.

Combattere la fatica, l’alienazione, lo sfruttamento prodotti dalle nuove forme di lavoro (dallo smart working, per esempio, o dalle azioni ripetitive e sempre più veloci imposte a chi lavora nella logistica) dovrebbe essere una priorità, non solamente qualcosa di etereo che appare in questa giornata dedicata, sostanzialmente, alla rassegnazione di quello che sta avvenendo per poi scomparire. È necessario chiedere, anzi esigere, consapevolezza e coscienza che chi lavora non è un numero ma una persona e che l’ambiente non può essere sfruttato in nome del profitto, ma deve essere curato e protetto. Lavoro e ambiente non possono sono in conflitto tra loro. Il vero conflitto che bisogna affrontare e risolvere è quello tra ambiente e capitale, tra lavoro (salute e sicurezza) e profitto.

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Giorgio Langella è nato il 12 dicembre 1954 a Vicenza. Figlio e nipote di partigiani, ha vissuto l'infanzia tra Cosenza, Catanzaro e Trieste. Nel 1968 il padre Antonio, funzionario di banca, fu trasferito a Lima e lì trascorse l'adolescenza con la famiglia. Nell'ottobre del 1968 un colpo di stato instaurò un governo militare, rivoluzionario e progressista presieduto dal generale Juan Velasco Alvarado. La nazionalizzazione dei pozzi petroliferi (che erano sfruttati da aziende nordamericane), la legge di riforma agraria, la legge di riforma dell'industria, così come il devastante terremoto del maggio 1970, furono tappe fondamentali nella sua formazione umana, ideale e politica. Tornato in Italia, a Padova negli anni della contestazione si iscrisse alla sezione Portello del PCI seguendo una logica evoluzione delle proprie convinzioni ideali. È stato eletto nel consiglio provinciale di Vicenza nel 2002 con la lista del PdCI. È laureato in ingegneria elettronica e lavora nel settore informatico. Sposato e padre di due figlie oggi vive a Creazzo (Vicenza). Ha scritto per Vicenza Papers, la collana di VicenzaPiù, "Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante" e ha curato "Quirino Traforti. Il partigiano dei lavoratori". Ha mantenuto i suoi ideali e la passione politica ed è ancora "ostinatamente e coerentemente un militante del PCI" di cui è segretario regionale del Veneto oltre che una cultore della musica e del bello.