
In attesa che la Regione Veneto discuta delle aree di salvaguardia, la preoccupazione dei cittadini verso i PFAS, e in particolare i PFBA, aumenta. La situazione acque a Vicenza è stata al centro di un convegno, che si è tenuto questa mattina presso l’auditorium comunale di Marano Vicentino (Via G. Marconi, 7), dal titolo “PFAS nelle acque e nel suolo pedemontano vicentino. Le gallerie della Superstrada Pedemontana Veneta e il loro impatto ambientale”.
L’evento ha avuto il patrocinio del comune di Marano Vicentino ed è stato organizzato da Acqua Bene Comune, in collaborazione con Rete Zero PFAS Veneto, Forum italiano dei Movimenti per l’acqua, Comitato consultivo utenti del Consiglio di Bacino Bacchiglione, Comitato Tuteliamo la Salute e Coordinamento Tutela Territorio Breganze.
A presentare i relatori fornendo una panoramica introduttiva sulla situazione, Filippo Canova dell’associazione Acqua Bene Comune. Dai lavori nelle gallerie per la costruzione della Pedemontana Veneta sono stati estratti 7 milioni di metri cubi di rocce da scavo e materiali di risulta; circa la metà sono stati usati per riempire le carreggiate dell’infrastruttura, una parte sono stati messi a dimora per riempire le ex cave di argilla, mentre un ultimo quantitativo è stato stoccato in cave dismesse o attive nel territorio che va da Sarcedo ad Arzignano. La roccia da scavo è stata contaminata dal materiale usato nella costruzione della galleria stessa, attraverso la tecnica spritz beton, quindi calcestruzzo e acceleranti.
125mila sono le persone parte della popolazione potenzialmente esposta ai PFBA – che sono stati rilevati nelle acque di dilavamento dalla galleria – secondo la relazione sull’impatto ambientale della Spv sull’ambiente che la Regione Veneto ha commissionato alla Sinergeo lo scorso anno.
Dopo i saluti istituzionali del sindaco di Marano Vicentino Marco Guzzonato, ha preso la parola Renzo Segato, presidente di Consiglio di Bacino Bacchiglione, il quale ha illustrato le aree di competenza e le mansioni dell’ente, costituito da 134 comuni, tra cui 57 comuni della provincia di Padova, 76 della provincia di Vicenza e 1 della provincia di Venezia. L’Autorità d’Ambito Bacchiglione ha affidato la gestione del servizio idrico integrato ai tre gestori – Acque venete S.p.A., AcegasApsAmga S.p.A. e Viacqua S.p.A. – stipulando con essi un contratto di servizio che li impegna a garantire adeguati standard qualitativi all’utente.
Il consorzio si impegna a tutelare la risorsa idrica a favore delle future generazioni, anche in correlazione all’impatto dei cambiamenti climatici in corso, attraverso interventi che mirano a garantire la sicurezza dell’acqua potabile e la sua qualità.

É intervenuto poi Francesco Corvetti, ingegnere e direttore generale di Consiglio di Bacino Bacchiglione, che ha illustrato il progetto triennale dedicato alle falde – creato sulla scorta dei dati raccolti negli anni dal Centro idrico di Novoledo – per conoscerle e prevenire possibili contaminazioni.
Il Bacino gestisce 100 pozzi e 300 sorgenti e sta lavorando per predisporre le aree di salvaguardia; parallelamente i gestori del servizio idrico hanno predisposto i piano di sicurezza delle acque, ovvero il tracciamento del percorso dell’acqua a partire dal punto di prelievo (pozzo o sorgente) fino ad arrivare al rubinetto di casa, segnalando eventuali criticità e mettendo in atto azioni di controllo e tutela.
L’ente che integra i tre gestori – Acque venete S.p.A., AcegasApsAmga S.p.A. e Viacqua S.p.A – prevede l’interconnessione acquedottistica e la differenziazione delle fonti, per evitare che il servizio idrico dipenda da un’unica fonte, al fine di poter intervenire su una di queste in caso di rotture o contaminazioni, mantenendo attive e funzionanti le altre.
Il punto di vista legislativo e giuridico è stato illustrato da Claudia Marcolungo, docente di Diritto Ambientale all’Università degli Studi di Padova, che ha iniziato sottolineando come la molecola PFBA non sia classificata come le altre sostanze ma sia in fase di “preregistrazione”. Questo non significa che il PFBA non sia preoccupante, perché come tutti i PFAS ha un carattere di persistenza.
La prima direttiva europea in tema di PFAS/PFOS è la n°122 del 2006 in cui si parla di restrizioni all’immissione sul mercato e di uso di talune sostanze e preparati pericolosi (perfluoroottano sulfonati); si tratta di una prima attenzione giuridica verso la necessità di salvaguardia delle acque. La situazione di gravità emerge chiaramente nel 2013 con l’auto-denuncia della Miteni.
Le azioni da mettere in atto secondo Marcolungo sono:
- analisi dinamiche di diffusione
- monitoraggio corsi d’acqua e irriguo
- assessment siti deposito e matrici
- riduzione fonti di pressione
- tracciabilità TRS e rifiuti
- capitolati più rigorosi per PFAS
- riesami e rinnovi AlA ad hoc
- maggior carico di dati per le imprese
- politica eco-industriale e bonifiche
- potenziamento risorse per controllo
- messa a regime sistemi di tutela e AdS
- assunzione di responsabilità
- centralità e rilevanza del focus territoriale.
“Se vogliamo davvero pensare a una transizione ecologica, dobbiamo ragionare ridefinendo i paradigmi: serve analizzare quali sono le dinamiche di diffusione delle sostanze, quindi sono necessarie risorse, competenze e personale, in particolare ARPAV che protegge l’ambiente” conclude Marcolungo.
Lorenzo Altissimo, ex dirigente del centro idrico di Novoledo, ha esordito ricordando come il 90% delle acque potabili in Veneto provenga da acque sotterranee: il 67,1% da pozzi e il 23,5% da sorgenti. Le falde della media alta pianura veneta sono una fonte non sostituibile per l’approvvigionamento della Regione, perché forniscono acqua ai territori delle province di Vicenza e di Padova.
Episodi di inquinamento delle acque si sono verificati anche in passato, sono 22 i casi segnalati fino ad oggi nel vicentino, secondo Altissimo è necessario che sia cambiata la politica di gestione del territorio per poter evitare ulteriori casi in futuro.

Dopo gli episodi di inquinamento in passato, sono stati installati impianti di filtrazione a carbone attivo, alcuni pozzi di acquedotto sono stati abbandonati a favore della realizzazione di nuovi.
“Alle future generazioni rischiamo di lasciare problemi quantitativi e qualitativi: da un lato gli acquiferi vicentini sono sottoposti a intenso sfruttamento, i livelli della falda sono in calo. Dall’altro la falda a ovest della provincia è già compromessa e l’uso degli acceleranti di presa nelle galleria della SPV ha provocato un’ulteriore fonte di contaminazione con i PFBA” ha dichiarato Altissimo.
Intanto, martedì 10 febbraio, durante il Consiglio regionale del Veneto, verrà discussa la mozione sulla tutela delle aree di salvaguardia e sulla sicurezza dell’acqua potabile, presentata dai consiglieri del PD Chiara Luisetto e Antonio Dalla Pozza e rimandata dal 29 gennaio. “Il tema è accelerare la questione delle aree di salvaguardia e non aspettare la decisione della Provincia” ha affermato Chiara Luisetto. Ricordiamo che non è ancora stata stabilita la data per la Conferenza dei Servizi della provincia di Vicenza in cui verrà presa una decisione definitiva sul progetto presentato da Silva srl.
Nel pubblico, tra i presenti anche i rappresentanti di alcuni Comuni coinvolti, tra cui Monticello Conte Otto e Dueville, ma anche Sara Baldinato, assessore all’Ambiente del comune di Vicenza, che ha ricordato l’importanza di rendere consapevoli le giovani generazioni del problema legato all’acqua in Veneto. Assente Cristina Guarda, onorevole e vicepresidente della Commissione per le Petizioni presso il Parlamento Europeo, che ha inviato un videomessaggio di saluto.
In conclusione, relatori e platea sono concordi nel definire il territorio veneto come fortemente antropizzato e industrializzato, la necessità è quindi quella di “farlo respirare”; il monito unanime è quello di cambiare rotta favorendo una politica economica e di gestione del territorio più sostenibile.


































