Poliziotto aggredito a Torino: riflessioni tra propaganda e ipocrisie

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poliziotto totrino

Per scrivere del poliziotto circondato e aggredito da un gruppo di antagonisti durante gli scontri vicino al Campus universitario Einaudi di Torino al termine del corteo pro Askatasuna è necessario fare una premessa. Nessuna persona dovrebbe essere aggredita, mai in alcun caso.

Ed è comprensibile che all’indirizzo dell’agente 29enne siano arrivate numerosi attestazioni di solidarietà, tanto da destra quanto da sinistra.

Detto questo, sarebbe il caso di riflettere sulla vicenda a 360 gradi, sul trattamento riservato al fatto a fini di propaganda, ma anche sula percezione, sempre più parziale, che abbiamo dei fatti. Fatti che poi influenzano le nostre opinioni, con tutte le conseguenze che vediamo.

Per farlo, partiamo da come il 99% di noi ha appreso della vicenda, inquadrandola nel suo immaginario: una decina di manifestanti hanno accerchiato e picchiato un poliziotto con calci, pugni e percuotendolo con un martello.

Un fatto che “solletica” immediatamente le reazioni politiche dell’attuale maggioranza di Governo che non sembra aver mai fatto mistero di voler imprimere più di un giro di vite sulla manifestazione del dissenso, come su temi quali sicurezza e controllo.

Cercando di essere breve, ecco un rapido campionario di reazioni. Meloni: “A Torino non manifestanti, ma nemici dello Stato”. Cirio (Governatore Piemonte): “Gli esponenti di Askatasuna sono i nuovi fascisti”. Bignami e Malan: “Sconvolgenti immagini linciaggio poliziotto. Basta impunità”. Lollobrigida: “Da Torino immagini agghiaccianti, chi giustifica è complice”.

Ma si potrebbe andare avanti a lungo. Il tutto, nel giro di un paio d’ore, subito dopo il lancio della prima agenzia di stampa, ripresa poi dai media nazionali.

Ma poi, se si allarga un po’ lo sguardo si aggiungono elementi. Ad esempio, leggendo quel che ha scritto Rita Rapisardi, giornalista de Il Manifesto, che afferma di essere stata lì mentre tutto avveniva, di essere dunque stata testimone oculare per lavoro.

La cronista racconta il prologo a quelle immagini che tanta indignazione hanno generato: “Vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini (si riferisce a un drappello di manifestanti dei quali non precisa se avessero partecipato agli scontri, ndr), ormai deboli di numero.

Sono pronta ad urlare ‘stampa’, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi. Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano.

Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello). Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, ‘basta, basta, lasciamolo stare’. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via”.

Il racconto, del quale non ritengo ci sia da dubitare, fornisce un elemento in più. Un poliziotto è stato accerchiato e aggredito da alcuni manifestanti, dopo che l’agente aveva manganellato alcuni di loro. Volendo (e spero non si voglia) si potrebbe andare avanti a colpi di ricostruzioni, aggiungendo quello che era successo ancor prima a Torino, magari proprio ad opera di quei manifestanti manganellati dal poliziotto a sua volta aggredito (che al mercato mio padre comprò…).

Sarebbe solo una spirale in cui persone picchiano altre persone e nella quale nessuno ha ragione, tutti hanno torto. Piuttosto, faccio miei gli interrogativi della cronista: “Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte”?

Di certo sbaglia chi, invece, approfitta di un singolo fatto, isolandolo dal contesto per battere con forza sul tamburo dei propri obbiettivi e lo fa con una strategia vigliacca: creare una “emergenza” che da una parte giustifichi la rinuncia a una parte di libertà e diritti (manifestare il dissenso) e dall’altra crei distrazione da altri problemi che probabilmente non si è in grado di risolvere.

Nel primo caso, recentemente, Associazione Antigone ha sottolineato che “un capitolo centrale del pacchetto Sicurezza riguarda la limitazione della libertà di protesta. Sono previste perquisizioni straordinarie e fermi di polizia fino a dodici ore, senza controllo dell’autorità giudiziaria, solo per il fatto di essere una persona sospettata di costituire pericolo. Misure che superano per gravità anche le normative emergenziali adottate negli Anni Settanta e che colpiscono direttamente il diritto costituzionale di manifestare” (puoi approfondire qui).

Quanto al secondo caso, la distrazione da altri problemi reca con sé una matrice ipocrita. Coloro che oggi chiedono maggiore protezione per le forze dell’ordine e, come la Meloni, corrono al capezzale del poliziotto rimasto ferito a Torino, sono gli stessi che siedono al Governo e che nulla dicono sui problemi che proprio le forze dell’ordine segnalano da tempo: blocco delle assunzioni, carenze degli organici, equipaggiamenti obsoleti, turni massacranti, paga da miseria.

A questi validi servitori dello Stato, lo Stato stesso sta dicendo che li proteggeranno dai manifestanti cattivi senza risolvere nemmeno uno dei problemi prima elencati. E Vicenza ne sa qualcosa.

Ai cittadini, parallelamente, oggi lo Stato dice che servono soluzioni forti, una maggiore libertà d’azione da parte delle forze dell’ordine, meno controlli sul loro operato da parte dell’autorità giudiziaria e, a furia di suonare con insistenza il tam tam dell’emergenza, capita che in giro si leggano e si sentano frasi come queste: “Finché non gli darete la possibilità di sganciare la pistola e atterrarli, di queste scene ne vedremo parecchie“. 

Da qui, all’Immigration and Customs Enforcement (ICE) a stelle e strisce, il passo è breve.