Oggi, primo maggio, è la festa dei lavoratori ma c’è ben poco da festeggiare. La salute e la sicurezza nel lavoro è sempre meno garantita (da inizio anno sono 429 i lavoratori morti di cui 210 per infortunio nei luoghi di lavoro e 219 deceduti in itinere, al 18 aprile erano 365 di cui 189 sui luoghi di lavoro – fonte Osservatorio Nazionale morti sul lavoro), le retribuzioni diventano sempre più basse, le condizioni di lavoro sempre peggiori, il precariato è ormai la forma di lavoro più diffusa.

Di lavoro si muore
Di lavoro si muore

I lavoratori vengono messi in competizione tra loro e si aggravano le malattie professionali, la stanchezza fisica e mentale. La forbice tra ricchi e poveri si allarga.
E se si pensa che tra un paio di giorni ricorre il primo anniversario della morte di Luana D’Orazio e che, nonostante le promesse e i proclami, nulla è stato fatto per cambiare una situazione disastrosa,  c’è veramente poco da festeggiare il primo maggio.
Ci sarebbe, invece, molto da fare, lottare e sforzarsi di prendere coscienza che non si può e non si deve accettare tutto, rassegnarsi o restare indifferenti.

Così oggi, primo maggio, mi è tornato in mano un brevissimo racconto che ho scritto qualche anno fa e che vorrei dedicare a chi non c’è più e a chi non accetta di vivere dimenticando.

SALVATORE

(che in un istante perse le ali)

Nel preciso istante in cui perse l’appoggio e cadde come un mattone verso il basso, lo prese la voglia di saper volare.

Fu un istante soltanto.

Un battito di ciglia (ah se fossero, invece, ali d’aquila tanto potenti da scuotere l’aria) che non riuscì a trasformare la sua caduta in volo leggero. Così da compiere un’ampia curva nel cielo e dirigersi verso il sole, che era, quel giorno, così splendente. E, infine, raggiungere un approdo sicuro.

Cadde senza rimedio. E fu uno schianto che non lasciò spazio, né tempo, a speranza alcuna.

Un istante soltanto.

Rimase immobile, le gambe spezzate. Le mani serrate, chiuse a pugno. Ma gli occhi, quelli si, ben aperti. Spalancati a vedere il buio che lo accolse. E le speranze, tutte le idee che si portava dentro, che svanivano in quel nulla.

Morì, così, lui, assieme a quel giorno che era iniziato con un sorriso. Un saluto a quella signora ormai anziana che vestiva di scuro, non ancora rassegnata alla morte del suo amore. Era successo tanto tempo prima gli raccontava lei quando si incontravano in quella bottega a comprare e odorare il profumo del pane appena sfornato.

Lui prendeva la pagnotta e la apriva con il coltello a serramanico che teneva in tasca. Tagliava qualche pomodoro e, così, senz’altro condimento confezionava il suo pasto. Pane e pomodoro che consumava quasi religiosamente seduto sullo scalino della chiesa, vicino al cantiere dove lavorava come manovale.

Una breve sosta a metà mattina, dopo ore di lavoro iniziato all’alba. Per recuperare le forze e risalire sull’impalcatura e continuare a costruire le case degli altri. Per poter sopravvivere e portare a casa qualcosa per moglie e figli.

I miei figli, assicurava alla signora, diventeranno grandi e studieranno. Saranno dottori, mica come me che dopo la seconda ho dovuto lavorare e, adesso, non mi ricordo più come si scrivono le parole. Solo il mio nome, Salvatore. Sì, loro sapranno leggere e scrivere. E insegnare agli altri. Perché, solo così, il mondo può andare avanti. Noi dobbiamo crescere e conquistarlo. E se non ci sono riuscito io, loro sì, sapranno conquistare il loro futuro. Perché avranno gli strumenti per farlo. E la coscienza. Quella che io stesso ho ma che non riesco a spiegare.

Così, anche quel maledetto giorno, sorrise alla signora, si sedette sulla scalinata della chiesa, mangiò con lentezza la pagnotta condita col pomodoro.

Poi salì sull’impalcatura assieme ai suoi pensieri.

Riprese a lavorare.

Ricominciò a trasportare la malta da un punto all’altro del ponteggio. Canticchiava le canzonette di moda o quei vecchi ritornelli che gli sussurrava sua mamma tanto tempo prima.

E infine, in un istante, cadde.

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Giorgio Langella è nato il 12 dicembre 1954 a Vicenza. Figlio e nipote di partigiani, ha vissuto l'infanzia tra Cosenza, Catanzaro e Trieste. Nel 1968 il padre Antonio, funzionario di banca, fu trasferito a Lima e lì trascorse l'adolescenza con la famiglia. Nell'ottobre del 1968 un colpo di stato instaurò un governo militare, rivoluzionario e progressista presieduto dal generale Juan Velasco Alvarado. La nazionalizzazione dei pozzi petroliferi (che erano sfruttati da aziende nordamericane), la legge di riforma agraria, la legge di riforma dell'industria, così come il devastante terremoto del maggio 1970, furono tappe fondamentali nella sua formazione umana, ideale e politica. Tornato in Italia, a Padova negli anni della contestazione si iscrisse alla sezione Portello del PCI seguendo una logica evoluzione delle proprie convinzioni ideali. È stato eletto nel consiglio provinciale di Vicenza nel 2002 con la lista del PdCI. È laureato in ingegneria elettronica e lavora nel settore informatico. Sposato e padre di due figlie oggi vive a Creazzo (Vicenza). Ha scritto per Vicenza Papers, la collana di VicenzaPiù, "Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante" e ha curato "Quirino Traforti. Il partigiano dei lavoratori". Ha mantenuto i suoi ideali e la passione politica ed è ancora "ostinatamente e coerentemente un militante del PCI" di cui è segretario regionale del Veneto oltre che una cultore della musica e del bello.