
Gli undici manager della Miteni di Trissino, condannati in primo grado nel giugno dello scorso anno dalla Corte d’Assise di Vicenza, hanno deciso di impugnare la sentenza e fare ricorso in appello.
Una mossa ampiamente prevista, che arriva a pochi mesi dal deposito delle motivazioni di una sentenza storica che ha inflitto pene pesantissime, comprese tra i 2 e i 17 anni di reclusione, oltre a maxi risarcimenti che includono 58 milioni di euro destinati al Ministero dell’Ambiente.
La decisione dei giudici di primo grado poggia su un pilastro argomentativo granitico: la consapevolezza. Secondo la Corte d’Assise, la Miteni era pienamente a conoscenza della contaminazione dei suoli e delle acque, ma scelse deliberatamente di non comunicare l’inquinamento alle istituzioni.
Per oltre un decennio, la società ha continuato a operare mossa dalla volontà di massimizzare i profitti, ignorando le proporzioni angoscianti di un disastro ambientale che ha coinvolto circa 350mila persone tra le province di Vicenza, Verona e Padova. La fabbrica di Trissino, fallita nel 2018, ha così compromesso irrimediabilmente le falde acquifere attraverso la produzione di composti fluorurati.
La battaglia legale, durata quattro anni, affonda le sue radici nel 2013, anno in cui il Ministero dell’Ambiente lanciò l’allarme sulle concentrazioni “preoccupanti” di Pfas nelle acque potabili. Da lì nacque la mobilitazione delle “Mamme No Pfas”, diventate simbolo della lotta civile. La sentenza di primo grado ha riconosciuto a queste famiglie e alle singole persone coinvolte risarcimenti simbolici compresi tra i 15 e i 20mila euro, un segnale del danno subito dalla comunità.
Mentre sul fronte penale si attende il secondo grado di giudizio, la partita dei risarcimenti civili si sposta sul piano della class action. Sono già oltre 7.000 le persone — tra residenti dell’area limitrofa e ex lavoratori — che hanno aderito a un’azione legale collettiva promossa da una società bresciana specializzata, la “Finanziamento del Contenzioso”.
L’obiettivo è ottenere indennizzi certi per i danni legati alla contaminazione. L’iniziativa, nata sulla scia delle condanne ai manager, ha fissato un tetto massimo di 15.000 adesioni, segno di quanto la ferita dei Pfas sia ancora aperta e di quanto sia alta la richiesta di giustizia riparativa nel vicentino. Questa iniziativa, tuttavia, ha suscitato critiche nella galassia No Pfas.




































