Reddito di cittadinanza, sul Fatto i dati e l’intervista alla prof. Elena Granaglia: “ha funzionato”

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da Il Fatto Quotidiano

Il Reddito di cittadinanza è finito (di nuovo) nelle ultime ore davanti al plotone di esecuzione. E finché a scagliarsi contro la misura anti-povertà è la ministra renziana Teresa Bellanova, abituata a far proprie le critiche piovute da destra, poco cambia. Ma questa volta sembra che a volerci mettere mano sia direttamente il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. In realtà, più che cambiarne i connotati, pare che l’intenzione del premier sia iniziare a fare sul serio con le sanzioni per chi rifiuta offerte di lavoro, già previste dalle norme ma scarsamente applicate nella sostanza per la lentezza con cui si sono messi in moto i centri per l’impiego. Così è stato concepito lo strumento voluto dal Movimento Cinque Stelle. Finora è finito nelle tasche di oltre tre milioni di persone, contribuendo nel 2019 a ridurre del 9% la povertà in Italia. Ma ha una seconda – e forse troppo ambiziosa – missione: trovare un lavoro a chi lo prende. Questa è ancora in alto mare e tanto basta ad agitare i detrattori che parlano di flop. Non è mai stato comunicato né dall’Anpal né dalle Regioni il numero di offerte lavorative proposte ai beneficiari né tantomeno il numero di posti creati dalla misura. L’unica certezza è che i sanzionati per non aver firmato il patto del lavoro sono 21 mila.

Quanto ai posti creati, sappiamo che 196 mila percettori del reddito hanno firmato un contratto dopo aver iniziato a percepire l’assegno mensile. Cifra che va inserita nel contesto: il mercato del lavoro è stato piatto nella seconda parte del 2019 e – a causa del lockdown – dopo marzo è crollato, segnando a luglio quasi 500 mila occupati in meno rispetto al pre-Covid. I 200 mila assistiti dal Reddito che si sono attivati e sono riusciti a ritagliarsi qualche opportunità – sebbene quasi sempre precaria – non indicano che il sussidio sia un disincentivo al lavoro. A oggi non è chiaro quanti di questi posti siano nati esclusivamente grazie ai centri per l’impiego e ai navigator e quanti no. Guardando alle poche Regioni in grado di dirlo, sembra che un quarto, o al massimo un terzo dei rapporti di lavoro sottoscritti da chi riceve il Reddito sia da intestare all’opera degli ex uffici di collocamento. In Abruzzo 4.893 fruitori hanno trovato lavoro, ma solo 1.362 sono stati avviati dai centri per l’impiego. In Liguria 1.618 su 4.054, in Friuli Venezia Giulia 782 su 2.124. Negli altri casi è il disoccupato a trovarsi da solo un’opportunità. Si tratta, come detto, di dati parziali perché non esiste un monitoraggio complessivo.

La cosiddetta Fase 2 ha avuto un iter molto travagliato. È iniziata a settembre con l’inserimento dei 3 mila navigator, ma a marzo – vista l’emergenza Covid – è stata sospesa la condizionalità, cioè il meccanismo che fa perdere il sussidio a chi rifiuta un lavoro. La chiusura dei centri per l’impiego ha rallentato le convocazioni e i colloqui. Basti pensare che in alcune Regioni solo il 10% dei beneficiari ha un proprio pc, quindi l’assistenza a distanza è stata impossibile. Oggi, su oltre un milione di persone tenute al patto del lavoro, 318 mila lo hanno firmato. I navigator hanno reperito 220 mila opportunità tra le offerte di lavoro e i corsi di formazione.

Al momento, dunque, il reddito ha fornito più ossigeno che opportunità per il milione e 300 mila famiglie coinvolte. Da quel punto di vista, il successo è stato rapido: all’inizio del 2020 aveva già aiutato 2,5 milioni di persone. Sembrava il target definitivo, ma poi la crisi Covid ha portato a una rapida crescita fino alle cifre attuali. Sarebbe stato molto più difficile gestire le conseguenze sociali del lockdown senza uno strumento già operativo.

Non si fermano comunque gli attacchi di chi – facendo leva su singoli casi di cronaca – sostiene che il Reddito spinga al lavoro nero e all’evasione. Per il momento non abbiamo dati che lo confermino. L’Ispettorato del Lavoro, però, conosce i nomi dei beneficiari del sussidio di cittadinanza – a differenza di quelli interessati da altre misure assistenziali – e può svolgere i controlli con una certa efficacia. Nel 2019 ha beccato 599 fruitori occupati in nero, ma il tasso di irregolarità riscontrato nelle aziende non è cresciuto rispetto al 2018, quando il reddito di cittadinanza non esisteva. C’è poi la continua lamentela degli imprenditori, secondo i quali i disoccupati sono diventati dei fannulloni. Un ritornello che soprattutto i titolari del turismo avevano inaugurato già negli anni precedenti.


Elena Granaglia, docente di Scienza delle Finanze a Roma Tre e membro del Coordinamento del Forum Disuguaglianze. È in corso un assalto al Reddito di cittadinanza, secondo lei è una misura perfettibile?

Sì, ma non va snaturato. La misura ha funzionato, ci sono tre milioni di beneficiari, la povertà si è ridotta. In Italia mancava: esiste in tutti i Paesi d’Europa.

Prima critica: la soglia è troppo alta.

Quella del Reddito di inclusione era 187 euro, non dignitosa. La soglia del Rdc, 780 euro individuali, è quella della povertà relativa indicata da Eurostat, non l’hanno inventata i 5Stelle. Oggi il Rdc penalizza moltissimo le famiglie numerose e non va bene, ma si può risolvere con più risorse o abbassando un po’ la soglia.

Seconda critica: va anche agli evasori.

Può essere, ma il problema è il Rdc o l’evasione? Come diceva il sociologo Albert Hirschman, quando vari una misura, devi decidere da che parte sbagliare. Basta migliorare i controlli. O aboliamo il Servizio sanitario perché lo usano pure gli evasori?

Mezzo arco politico ritiene che sia troppo assistenziale e che non aiuti a trovare il lavoro.

Fioccano articoli che dicono che è un flop perché non attiva abbastanza persone al lavoro, che al Nord le imprese non trovano ingegneri qualificati… Ma hanno idea di chi sono i percettori del Rdc? Se il lavoro è decoroso, difficile che vi rinuncino. Ma forse dobbiamo intenderci su cosa sia decoroso…

Cito il governatore emiliano Stefano Bonaccini: “Serve dare un assegno per poco e poi farli alzare dal divano e farli andare a lavorare”.

È una narrazione che si basa sull’aneddotica, non ha nulla a che fare con i dati. Quelli europei dicono che i poveri vogliono lavorare e comunque è sbagliato valutare il successo di queste misure solo dal lato del lavoro.

Perché?

In tutta Europa il successo di queste misure dal lato delle politiche attive è molto basso rispetto al contrasto alla povertà. Anche in Germania se le dovessimo valutare sotto questo profilo sono degli insuccessi. L’obiettivo è prima di tutto il sostegno al reddito, a questo servono le misure anti-povertà. Che, peraltro, sono solo l’ultimo passo. Non si può contrastare la povertà solo con trasferimenti monetari, ma nel processo economico che la genera. Dobbiamo pensare a come produciamo e distribuiamo il valore aggiunto e creiamo occupazione di qualità. Oggi questa manca, non è un problema del Rdc.

Perché c’è tanta ostilità verso questa misura?

È una conseguenza della cultura lavorista, l’idea che solo il lavoro ti definisca. E anche dell’impoverimento del Paese, meno disposto a misure anti-povertà. La politica è ostile al Rdc, siamo stati gli ultimi in Europa ad averlo introdotto.

Il Rdc ha troppe condizionalità?

In parte sì. Vanno ridotte quelle patrimoniali: abbiamo 10 milioni di persone che hanno risparmi per un mese. Anche quella di fare lavori socialmente utili la trovo ingiusta: se non c’è lavoro, perché obbligarti a quello gratuito solo perché la collettività ti aiuta? La collettività siamo noi: se ci va bene finanziamo con imposte programmi anti povertà e se ci va male ne godremo. E così che funziona il welfare.

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