Pfas Veneto: la Regione replica alle accuse di scarsa trasparenza mosse attraverso Il Fatto Quotidiano da una cittadina, ma da Palazzo Balbi non si accorgono che la pensa così anche l’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Sul quotidiano diretto da Peter Gomez, viene riportato che la signora Elisabetta Donadello, residente della zona ovest di Vicenza, dette davanti al tribunale, all’ultima udienza del Processo Pfas contro i vertici di Miteni, la società vicentina che è alla sbarra per aver causato l’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche.

“I miei figli hanno valori Pfas nel sangue fuori dai limiti, ma la Regione mi nega analisi e non risponde. Ricordatelo il 25 settembre”, ha detto ai cronisti presenti.

Sempre Il Fatto Quotidiano approfondisce la vicenda ricordano i contenuti della relazione redatta per il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite sull’inquinamento da Pfas in Veneto e in altre aree italiane.

Un documento che accusa la Regione Veneto di non aver effettuato screening sulla popolazione di tutte le località dove è stata o viene ancora oggi attinta acqua dalla falda contenente le sostanze perfluoroalchiliche. Inoltre, per scarsa trasparenza, i cittadini non avrebbero ricevuto informazioni adeguate per evitare l’utilizzo dell’acqua contaminata. Ad interessare l’Onu erano state Pfas.land e le Mamme No Pfas.

Anche l’ONU sostiene, al pari di altre voci critiche, che gli strumenti adottati dalla Regione Veneto siano troppo limitati alle sole cosiddette “Zone Rosse”, ovvero quelle aree delle province di Vicenza, Verona e Padova dove l’inquinamento è superiore. Eppure quelli invece ricadenti in “Zona Arancione”, hanno problemi e tumori simili ma, solo per fare un esempio, non hanno diritto all’autorizzazione da parte della Regione a svolgere esami, e la sanità territoriale, medici di base e Uls, è impotente causa accentramento a livello regionale.

Come dicevamo, oggi la Regione reagisce a queste accuse ma nel comunicato diffuso prende in considerazione le parole della cittadina vicentina, ma non quanto sollevato dall’ONU.

Il Dipartimento Prevenzione fa sapere che sin dalla scoperta della contaminazione delle acque, nel 2013, la Regione ha adottato “un approccio di massima tutela della salute pubblica”, oltre a pubblicare documenti sul proprio sito internet ed organizzare incontri formativi ha ordinato già nel 2013 alle Ulss e ai Comuni una ricognizione dei pozzi privati per interdire quelli a uso potabile.

Quanto alle zone in Area Arancione “la rete acquedottistica pubblica – dice il dipartimento Prevenzione – non è stata interessata dalla contaminazione da Pfas, a differenza di quanto avvenuto nell’area Rossa.

Questa differenza sostanziale ha determinato una marcata sovraesposizione dell’area Rossa sia rispetto all’area di controllo sia rispetto all’area Arancione, come dimostrato anche dallo studio di biomonitoraggio coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità nel 2015-2016.

In ragione di ciò, la Regione del Veneto ha predisposto un piano di sorveglianza sanitaria sulla popolazione esposta dell’area Rossa, includendo anche le analisi del sangue per la determinazione del carico corporeo di PFAS, in quanto popolazione maggiormente esposta.

Tale elemento è confermato anche dalla diversa concentrazione di tali sostanze nell’organismo degli abitanti dei comuni vicini alla fonte di principale emissione rispetto a quelli più distanti.

La Regione ha sempre tenuto in considerazione qualsiasi evidenza scientifica utile all’ampliamento dell’area di presa in carico della popolazione, come avvenuto di recente per il comune di Trissino, appartenente all’area Arancione, per cui è stato effettuato uno studio di prossima pubblicazione.

Infine la Regione ha disposto un piano di sorveglianza degli alimenti anche dell’area Arancione, DGRV n. 1490/2019, che si propone di accertare ulteriori elementi circa la definizione di esposizione di rischio questa area”.