
Il Coordinamento nazionale dei docenti della disciplina Diritti umani interviene sul dibattito scolastico: le percentuali non descrivono da sole i bisogni degli studenti.
Nel dibattito sugli studenti con background migratorio e sull’ipotesi di limiti numerici nelle classi, il Coordinamento nazionale dei docenti della disciplina Diritti umani propone di spostare l’attenzione dalle sole percentuali alla capacità educativa concreta di ogni classe. Per il CNDDU, la cittadinanza è un dato amministrativo e non basta a misurare competenza linguistica, scolarizzazione, conoscenze disciplinari, età di arrivo o continuità del percorso formativo.
La posizione si inserisce in un confronto nazionale che ha già prodotto reazioni anche in Veneto. ViPiù aveva riportato la contestazione degli studenti veneti al tetto del 30 per cento previsto nel dibattito sul decreto scuola. Il Coordinamento guidato dal professor Romano Pesavento sostiene ora che una soglia generale rischi di trattare allo stesso modo situazioni educative profondamente diverse.
Una classe con molti alunni di cittadinanza non italiana pienamente italofoni, osserva il CNDDU, non presenta necessariamente le stesse esigenze di un gruppo con meno studenti neoarrivati, chiamati ad apprendere contemporaneamente la lingua della comunicazione quotidiana, quella dello studio e i codici del nuovo sistema scolastico. Il criterio proposto è perciò il rapporto tra complessità dei bisogni e risorse professionali, linguistiche, didattiche e organizzative disponibili.
Studenti con background migratorio, dalla percentuale alla capacità educativa
Il documento distingue inoltre la lingua usata nelle conversazioni dalla lingua cognitivo-accademica richiesta per comprendere un problema matematico, interpretare un testo storico, formulare un’ipotesi scientifica o costruire un’argomentazione. Uno studente può quindi comunicare con fluidità in italiano e incontrare ancora difficoltà nello studio, senza che questo significhi assenza di competenze disciplinari.
Secondo il CNDDU, maggiore eterogeneità dovrebbe tradursi in maggiore intensità educativa. Tra gli strumenti indicati figurano la valutazione iniziale delle competenze, l’insegnamento dell’italiano come seconda lingua, l’attenzione alla dimensione linguistica delle singole discipline, interventi temporanei in piccoli gruppi e una formazione specifica per gli insegnanti.
Un altro punto riguarda la valutazione. La difficoltà nell’esprimere un contenuto nella lingua di scolarizzazione non dimostra necessariamente che quella conoscenza non esista. Confondere i due piani può generare sottovalutazione cognitiva, aspettative più basse e percorsi didattici eccessivamente semplificati. Le lingue conosciute, le esperienze scolastiche precedenti e i saperi maturati in famiglia dovrebbero invece essere considerati risorse sulle quali costruire nuovi apprendimenti.
Il Coordinamento riconosce che percorsi linguistici intensivi, inserimenti graduali e dispositivi preparatori possono essere utili, purché restino temporanei e conducano alla piena partecipazione alla classe ordinaria. L’apprendimento linguistico, infatti, si sviluppa anche attraverso interazione, cooperazione e appartenenza alla comunità scolastica.
La richiesta conclusiva è di distribuire risorse e competenze in base ai bisogni rilevati. Dove aumentano i nuovi inserimenti e la complessità linguistica, secondo il CNDDU, devono crescere anche il sostegno all’italiano per lo studio e la capacità di progettazione didattica. Il nodo non è soltanto quanti studenti con background migratorio siano presenti in aula, ma se la scuola disponga degli strumenti necessari per accompagnarne realmente il percorso.

































