Di fronte alle “non prese di posizione chiare”, a partire dall’affermazione, oggi così in voga, “non sono né di destra né di sinistra”, fino ad arrivare alle posizioni ambigue di tanti, troppi, riguardo al colpo di stato in atto in Venezuela, penso sia necessario fare qualche considerazione. Un tentativo di capire il significato reale, vero, profondo di cosa significhi non prendere posizione. Di restare alla finestra e diventare quel “qualcosa” di fronte al quale mio padre, partigiano, provava ribrezzo e definiva imboscato.

Juan Guaidò si è autoproclamato presidente pro tempore del Venezuela
Juan Guaidò si è autoproclamato presidente pro tempore del Venezuela

Pensiamo a cosa sta succedendo in Venezuela in questi giorni, in questi mesi, in questi anni. Un continuo attacco, spesso violento e brutale, contro il tentativo di costruire una società diversa dalla precedente, più giusta. Una società nella quale i diseredati, i “miserabili”, chi è considerato una “scoria”, una “cosa inutile”, potessero avere i diritti necessari per poter vivere dignitosamente. Una società nella quale i privilegi dei ricchi e di chi si sente proprietario della vita degli altri, possano essere cancellati e sparire. Diventare il ricordo di un’epoca antica e ingiusta che non può tornare.

Mi direte “ma questa è una utopia, una fantasia, non potrà mai essere”. Forse sarà così, ma la domanda che ci dobbiamo fare è “perché non provare, perché non lottare per questa utopia?”. Questa “utopia” è la stessa che Chavez ha tentato di costruire nel suo paese, il Venezuela. Un’utopia per troppo tempo rincorsa e sognata da tanti rivoluzionari anche in Sudamerica, un continente dominato dal colonialismo, dall’imperialismo più crudele, da una (sedicente) “democrazia” ingombrante come quella statunitense. Ricordiamo Tupac Amaru II, Sandino, Fidel Castro, Torrijos, Velasco Alvarado, Torres, Allende, Evo Morales … tantissimi “sognatori” che avevano quella fantasia che non è esclusiva dei bambini ma propria anche dei rivoluzionari.

Chiediamoci se questi “ribelli” abbiano agito sempre in maniera “democratica” (e in questi casi ci si riferisce sempre alla nostra democrazia occidentale), se siano riusciti nel loro intento, se abbiano realizzato quello che speravano. La risposta è facilmente “no”. Certamente potevano fare di più e meglio, essere, forse, più tolleranti, meno “violenti” … ma non è questo il punto. Si sono trovati a contrastare interessi e potenze inimmaginabili e hanno tentato di sconfiggere le forze reazionarie. Sono stati definiti “dittatori”. Hanno combattuto contro il terrorismo scatenato da chi li voleva distruggere in guerre cruente ed economiche che hanno fiaccato la loro resistenza. Non si sono arresi spesso a costo della loro vita.

Oggi in Venezuela sta succedendo quello che per troppo tempo è successo in quello che i “padroni del pianeta” chiamano “terzomondo”. Quando i popoli tentano di alzare la testa, se cercano di non subire il volere del più forte e vogliono diventare indipendenti, conquistare dignità, essere sovrani del proprio futuro, presto vengono strozzati dalle sanzioni, dal blocco economico, da attacchi spesso cruenti, da atti ostili di ogni genere. Perché, si abbia coscienza, quando una nazione, un popolo, viene umiliato e impoverito, quando lo si costringe alla fanno, è più facile “domarlo”. Ed è “naturale” riuscire a rubare le sue ricchezze e affermare che, queste, non sono sue ma di quel padrone che lo ha affamato.

 

A questo punto bisogna scegliere. Pur con tutti i difetti propri degli esperimenti si parteggia per chi ha la fantasia di cambiare il mondo, per chi lotta per conquistare questa “utopia” o si va a rimpolpare le fila di chi vuole mettergli il cappio al collo? Di fronte a quello che sta succedendo in Venezuela, oggi, è un dovere scegliere da che parte stare perché non siamo di fronte a un esercizio di stile. Siamo di fronte, infatti, a un vero e proprio colpo di stato foraggiato e finanziato dalla più grande potenza imperiale del nostro pianeta.

Siamo di fronte a un presidente che certamente avrà fatto anche errori ma che è stato legittimamente eletto che viene chiamato dittatore e viene “esautorato” da un giovane “signore” che si autoproclama presidente pro tempore. Una situazione che mi sembra essere molto chiara e che mi fa parteggiare per il presidente legittimamente eletto e cioè per Nicolás Maduro.

Ma anche questa decisione personale non credo possa essere “importante”. È importante, invece, prendere posizione e non restare nel limbo del “né con questo né con quello”. Una posizione pilatesca e facile. Sappiate, comunque, che con una “non decisione” di questo tipo, tentennante e pavida, non sempre si vince in ogni caso. Quasi sempre si perde e, comunque, si sconfigge la propria coscienza, la propria dignità. Si diventa, appunto, “imboscati”.

A tutti coloro che sono soddisfatti quando non decidono da che parte stare, a chi non ha il coraggio di esporsi, chiedo di leggere quanto scriveva Antonio Gramsci, un grande italiano, un grande comunista, un grande uomo. Leggete questo articolo pubblicato un 11 febbraio di 102 anni fa. E decidete, una volta per tutte, da che parte stare.

Giorgio Langella, segretario regionale del Pci

 

ODIO GLI INDIFFERENTI

Brano tratto da “La città futura” (1917) di Antonio Gramsci.

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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Giorgio Langella è nato il 12 dicembre 1954 a Vicenza. Figlio e nipote di partigiani, ha vissuto l'infanzia tra Cosenza, Catanzaro e Trieste. Nel 1968 il padre Antonio, funzionario di banca, fu trasferito a Lima e lì trascorse l'adolescenza con la famiglia. Nell'ottobre del 1968 un colpo di stato instaurò un governo militare, rivoluzionario e progressista presieduto dal generale Juan Velasco Alvarado. La nazionalizzazione dei pozzi petroliferi (che erano sfruttati da aziende nordamericane), la legge di riforma agraria, la legge di riforma dell'industria, così come il devastante terremoto del maggio 1970, furono tappe fondamentali nella sua formazione umana, ideale e politica. Tornato in Italia, a Padova negli anni della contestazione si iscrisse alla sezione Portello del PCI seguendo una logica evoluzione delle proprie convinzioni ideali. È stato eletto nel consiglio provinciale di Vicenza nel 2002 con la lista del PdCI. È laureato in ingegneria elettronica e lavora nel settore informatico. Sposato e padre di due figlie oggi vive a Creazzo (Vicenza). Ha scritto per Vicenza Papers, la collana di VicenzaPiù, "Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante" e ha curato "Quirino Traforti. Il partigiano dei lavoratori". Ha mantenuto i suoi ideali e la passione politica ed è ancora "ostinatamente e coerentemente un militante del PCI" di cui è segretario regionale del Veneto oltre che una cultore della musica e del bello.