Disabilità a Venezia, Massimo Lorusso: «Le parole possono diventare barriere prima dei gradini»

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accessibilità a Venezia

Nel racconto di Massimo Lorusso, una giornata a Venezia mostra come l’accessibilità a Venezia non dipenda soltanto dall’assenza di gradini: anche le parole, i controlli ripetuti e i percorsi che si interrompono possono diventare barriere.

Massimo Lorusso, autore e persona con disabilità motoria, affida a ViPiù una testimonianza in prima persona sulla visita a Venezia e alla Basilica di San Marco. Il suo punto di partenza è linguistico: essere indicato da un addetto come “un invalido”, scrive, lo ha fatto sentire ridotto a una condizione invece che riconosciuto come persona.

Il tema non riguarda soltanto una parola infelice. Lorusso racconta di avere dovuto mostrare più volte la documentazione per ottenere l’accesso previsto, in una sequenza di verifiche vissuta come un continuo obbligo a dimostrare il proprio diritto a partecipare. È un’esperienza che richiama il più ampio dibattito sull’accessibilità dei servizi alle persone con disabilità, dove l’organizzazione e il comportamento degli operatori contano quanto le soluzioni materiali.

All’interno della Basilica il percorso accessibile ha funzionato e gli ha permesso di vedere uno dei luoghi simbolo della città. All’uscita, però, la continuità si è spezzata: il tragitto successivo non era più praticabile e la visita ha dovuto fermarsi. Da qui nasce la domanda centrale del suo intervento: che valore ha un ingresso accessibile se subito dopo il percorso torna a escludere?

Accessibilità a Venezia, oltre le barriere architettoniche

Per Lorusso l’accessibilità a Venezia deve essere letta come un sistema composto da trasporti, informazioni, procedure, linguaggio e continuità degli itinerari. Una rampa o un accesso dedicato risolvono solo una parte del problema se restano passaggi non praticabili oppure se l’accoglienza trasmette diffidenza e distanza.

Il racconto non vuole negare ciò che ha funzionato: la visita alla Basilica è stata possibile e significativa. Proprio questa possibilità, tuttavia, rende più evidente il limite di un’esperienza accessibile soltanto a tratti. L’autonomia non può dipendere da una serie di eccezioni, dalla disponibilità occasionale di qualcuno o dalla necessità di giustificarsi a ogni passaggio.

La conclusione di Lorusso è un invito a considerare le parole come parte concreta dell’inclusione. Una città può abbattere ostacoli fisici e conservare, nello stesso tempo, barriere fatte di etichette, procedure poco chiare e percorsi discontinui. Per questo progettare accessibilità significa anche formare chi accoglie, coordinare i servizi e garantire che il viaggio non si interrompa proprio dopo aver superato il primo gradino.

Testimonianza di Massimo Lorusso.