Marcello Fois, vincitore del Premio Campiello: ‘Più leggiamo, più saremo civili’

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(Adnkronos) – “Più leggiamo, più saremo civili in questo Paese, più parole abbiamo e meno ci fregheranno le parole altrui”. E’ uno dei passaggi centrali dell’intervista che Marcello Fois ha rilasciato all’indomani della vittoria della 64esima edizione del Premio Campiello con il romanzo “L’immensa distrazione” (Einaudi), con la proclamazione avvenuta nella serata di sabato 3 ottobre al Palazzo del Cinema al Lido di Venezia. Lo scrittore nuorese ha affrontato i temi dell’istruzione, della memoria, del ruolo della letteratura, della lingua italiana e del rapporto con la Sardegna, fino al ricordo di Michela Murgia, della fotografa Daniela Zedda e della scrittrice Grazia Deledda, Premio Nobel della Letteratura 1926, tre donne sarde che ha citato pubblicamente a cui ha voluto dedicare la vittoria. 

Fois ha definito il titolo del suo romanzo anche come una metafora della condizione del Paese. “Questa è la distrazione di un Paese che forse non è abbastanza distratto da capire che istruirsi e leggere bene è un atto di civiltà”, ha detto. E ha insistito sul ruolo della scuola e dell’istruzione in una fase che considera particolarmente delicata. “Questo è un momento particolarmente difficile per l’insegnamento”, ha osservato, attribuendo una parte della responsabilità anche alle generazioni di genitori. A questo proposito ha ricordato un incontro avuto anni fa con il Premio Nobel della Medicina Rita Levi-Montalcini. “Ebbi il privilegio di fare un incontro con Rita Levi-Montalcini, che disse ai ragazzi in sala: ‘Voi siete molto informati ma poco formati’. Poi, rivolgendosi ai genitori, la scienziata aggiunse: ‘Non applaudite, perché voi siete la prima generazione di genitori governata dai vostri figli'”. Secondo Fois, quella riflessione conserva ancora oggi una sua attualità. “Forse un po’ di attenzione dei media su questa condizione potrebbe risolvere qualcosa in questo Paese”, ha affermato. “Basta far nascere geni. Chi lavora a scuola sa che la vera mutazione antropologica è che oggi nascono solo geni. Noi eravamo gli ultimi cretini della generazione passata”. 

Lo scrittore ha quindi collegato il tema dell’istruzione a quello più generale della capacità di comprendere la complessità. “L’esperienza letteraria è un’esperienza di collegamento”, ha spiegato. “E io penso che quella sia una fase di collegamento. Noi purtroppo ci siamo disabituati al collegamento”. Fois ha parlato di un Paese che, a suo giudizio, tende a confondere “la complicazione con la complessità”, mentre “la complessità è necessaria”. Un concetto che, secondo lo scrittore, riguarda anche il modo di usare le parole. 

Marcello Fois ha rivendicato infatti l’importanza della lingua italiana. “Questo è un premio letterario e quindi in un premio letterario bisogna essere anche pedanti nella lingua”, ha sottolineato. “Non si può dire nei primi dieci minuti di discorso ‘mission’, ‘location’, ‘sentiment’. Ci sono parole meravigliose in questa lingua. Oggi stiamo festeggiando la lingua, parliamo in questa lingua”. 

Una posizione che lo scrittore ha voluto distinguere da una polemica contro gli anglicismi. “Non vorrei che fosse una polemica contro gli anglismi, non c’entra”, ha precisato Fois. “Esistono strutture dove queste cose sono necessarie. Nel consiglio di amministrazione è possibile che questo sia necessario, ma questo è il Campiello, è un premio letterario di letteratura italiana”. 

Il successo veneziano non ha attenuato il forte legame di Fois con la Sardegna, anche se “L’immensa distrazione” è profondamente legato anche all’Emilia-Romagna, terra nella quale Fois vive con la moglie e i figli dello scrittore. Alla domanda sul fatto che abbia lasciato la Sardegna per l’Emilia-Romagna, stabilendosi a Bologna, Fois ha risposto con una battuta: “Mi ha portato fortuna. L’avessi saputo prima, un romanzo in Emilia-Romagna lo facevo prima”. Poi, però, ha chiarito il significato più profondo di questo rapporto. “Questo è un romanzo apicale perché è anche davvero un omaggio a una terra meravigliosa. I miei figli sono emiliani, mia moglie è emiliana, quindi un pezzo di me è anche lì”. E ha aggiunto: “La fortuna di essere sardi è che si può essere sardi dappertutto”. 

La Sardegna è rimasta protagonista anche attraverso le figure femminili ricordate dallo scrittore. Fois ha spiegato di aver dedicato il libro “nell’ordine a Michela e a Daniela”, riferendosi alla scrittrice Michela Murgia e alla fotografa Daniela Zedda, due donne alle quali ha riconosciuto un ruolo importante nella propria vita e nel proprio percorso. “Sono due donne meravigliose, che mi hanno accompagnato e che tutti dicono siano morte, ma io non ci credo”, ha detto. Poi ha ricordato Daniela Zedda, definendola “una delle fotografe più straordinarie che questo Paese abbia avuto”. E su Michela Murgia ha voluto insistere anche sul suo aspetto personale. “Era bellissima, bellissima. Lo ripeto, vorrei che fosse chiara questa cosa, perché Michela era bella. Punto”.  

Il ricordo di Murgia si è intrecciato con quello di Grazia Deledda, l’altra grande figura sarda evocata durante la serata. “Michela credo sia stata una delle intellettuali più influenti di questo Paese”, ha affermato Fois. “Se ancora oggi, da morta, preoccupa, procura dibattiti, credo che questa cosa debba far pensare”. Quanto a Grazia Deledda, Fois ha parlato senza esitazioni: “Deledda, signori, è il premio Nobel di questo Paese per la letteratura, l’unica donna che l’abbia preso. Io mi sorprendo che debba spiegarla”.  

Per lo scrittore, Deledda dovrebbe essere studiata di più scuola: “Deledda dovrebbe essere studiata a scuola, punto. Come fanno tutti quelli che hanno un premio Nobel”. Fois ha poi ricordato anche i giudizi ricevuti dalla scrittrice sarda nel corso della storia letteraria italiana, citando Luigi Pirandello. “Forse perché Pirandello a suo tempo disse che era troppo brutta per scrivere bene. Quindi, come si vede, le questioni ritornano”. E ha aggiunto una riflessione più generale: “Non è detto che essere grandi scrittori, e Pirandello era davvero un genio, significhi anche essere grandi persone. Qualche volta le due cose non coincidono”. 

Uno dei nuclei centrali dell’intervento di Fois è stato il rapporto tra letteratura e memoria storica. “L’immensa distrazione”, ha spiegato, è anche un romanzo “sull’importanza della memoria”. “La letteratura è importante come i libri di storia”, ha affermato. «Perché la letteratura mette le persone dentro i libri di storia». Per spiegare il concetto, Fois ha fatto riferimento alla battaglia di Waterloo e alla Shoah: la letteratura, ha detto, non si limita a raccontare che ci furono dei morti, ma restituisce loro un’identità, un nome, una storia individuale. “La letteratura ti dice come si chiama il morto nel campo di battaglia di Waterloo. Non ti dice semplicemente che ci sono morti, ti dice che si chiama X, Y, che hanno i nomi. Ti dice come si chiamano i deportati della Shoah. Questo ti dice la letteratura ed è un compito non da poco”. Da qui anche una considerazione sul ruolo dei lettori nella società. “I lettori non piacciono in questo Paese, perché i lettori conoscono i nomi, non conoscono solo i fatti”, ha detto. “La letteratura mette le persone dentro la storia”. 

Marcello Fois, 66 anni, ha definito “L’immensa distrazione” il “romanzo della maturità”. Una definizione che lega direttamente l’opera alla sua esperienza personale e professionale. “Perché sono maturo, penso, un po’ più maturo”, ha scherzato. Ma subito dopo ha spiegato: “A un certo punto della vita capisci che le cose si allineano”. 

Per Fois, questa consapevolezza rappresenta anche un passaggio nel proprio percorso di scrittore. “Sono sempre stato un autore perennemente esordiente nella mia testa”, ha raccontato. “Ogni volta mi sembra di esordire”. Una sensazione che arriva fino alla vita quotidiana: “Sono uno di quelli che, se fa una presentazione a casa, dice alla moglie: ‘Ma chi cavolo viene alla mia presentazione?'” La vittoria al Campiello sembra aver modificato, almeno in parte, questa percezione. “Oggi credo finalmente di meritarmi di essere uno scrittore”, ha detto. 

Fois ha dedicato parole particolarmente calorose anche agli altri finalisti, raccontando il rapporto nato durante il percorso verso la finale del Campiello. “Non è certamente uno spettacolo. Noi siamo stati davvero molto bene, ma davvero molto bene tra di noi”, ha detto. “È stato stupendo stare con queste persone”. Ha ricordato in particolare il rapporto con Ermanno Cavazzoni, che conosceva già di vista e con il quale condivide la città di Bologna. “Mi ha dato l’occasione di avere un rapporto migliore e più profondo con Ermanno”. Poi ha definito Cavazzoni “un bambino meraviglioso”. Con Valeria Parrella, ha raccontato, c’è persino una coincidenza anagrafica: “Siamo davvero gemellini, siamo nati tutti e due il 20 gennaio, quindi festeggiamo il compleanno insieme”. 

Il rapporto con Elena Varvello era invece iniziato molti anni prima, quando Fois insegnava alla Scuola Holden. “La conosco da quando insegnavo alla scuola Holden, perché lei era con Fabio Geda, erano i miei assistenti”. E poi Alcide Pierantozzi, nei confronti del quale Fois ha avuto parole particolarmente significative: “Penso di averlo un pochino allevato. Alcide è uno di cui bisogna stare attenti perché è uno scrittore strepitoso, strepitoso”. Il clima di amicizia, ha sottolineato, è stato autentico e non costruito per la cerimonia. “Siamo stati davvero molto bene”.  

E ora, cosa farà Marcello Fois? La risposta è arrivata senza esitazioni: “Scriverò. Credo che scriverò”. Prima, però, ci sarà bisogno di recuperare le energie: “Adesso mi riprendo, faccio un mese di cura del sonno, vado a dormire e poi…”  

Infine, un ultimo capitolo della cerimonia finale ha riguardato gli abiti e gli accessori indossati sul palco del Premio Campiello. Fois ha mostrato con orgoglio gli occhiali, un paio di Armani del 1984 regalati dalla madre. “Costavano seicentomila lire a suo tempo”, ha raccontato. “Oggi ho detto: me li metto perché così vediamo cosa succede”. Il fiore sulla giacca era invece dello stilista Antonio Marras, così come l’abito. “Antonio mi ha telefonato e mi ha detto: ‘Guarda Marcello, io ho fatto l’abito di Michela e devo fare anche il tuo’. Quindi ha ragione Antonio”. E dopo la vittoria, il messaggio allo stilista sardo è già pronto: “Adesso lo chiamo e gli dico: ‘Ce l’abbiamo fatta’. Antonio, grazie”. Una frase che riassume, in qualche modo, il tono della serata di Fois: la celebrazione di un successo personale che diventa anche un omaggio alla lingua italiana, alla memoria, alla scuola, alla Sardegna e alle persone che hanno accompagnato il suo percorso. (di Paolo Martini) 

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