Usa, il salasso dell’efficienza: i tagli del Doge sono finiti per costare il doppio

27

(Adnkronos) – Pagati per stare a casa, mentre le frequenze restano in silenzio da più di un anno e la propaganda avversaria di Paesi come la Cina e la Russia riempie il vuoto. C’è una cifra che, meglio di qualunque trattato di amministrazione pubblica, riassume la traiettoria e le contraddizioni del Department of Government Efficiency (Doge) nel secondo mandato di Donald Trump: 1,6 milioni di dollari a settimana. E’ quanto il governo federale si trova costretto a spendere per stipendiare più di 400 persone, tra giornalisti, tecnici e funzionari di Voice of America (Voa), poste in congedo retribuito forzato (paid administrative leave) dopo il tentativo dell’amministrazione di smantellare l’ente. Un paradosso contabile e politico. Il Doge era nato con la promessa messianica di “sventrare la burocrazia” per tagliare gli sprechi ed eliminare le ridondanze di spesa. 

Tuttavia, la scure calata da Elon Musk e i suoi uomini a colpi di decreti e licenziamenti sommari, ha urtato con violenza contro i limiti imposti dal diritto costituzionale americano, trasformando l’ostentato rigore fiscale in un salasso economico privo di strategia. Quando il governo ha mosso le sue pedine per azzerare la Us Agency for Global Media (Usagm) – l’agenzia madre che controlla Voice of America, Radio Free Europe e Radio Free Asia -, il piano prevedeva di risparmiare circa 153 milioni di dollari nell’anno fiscale. L’effetto reale è stato opposto. Senza l’approvazione del Congresso, al quale la Costituzione assegna in via esclusiva il “potere di spesa” (Power of the Purse), l’azzeramento d’imperio si è impantanato in decine di ricorsi e di ingiunzioni giudiziarie.  

In attesa del giudizio di merito, la legge vieta il licenziamento definitivo e impone il pagamento dei salari, pena sanzioni ancora più pesanti. Il risultato? Centinaia di professionisti di primo piano restano chiusi fuori dai propri uffici, stipendiati con i soldi dei contribuenti per il solo fatto di non produrre nulla. 

Nel frattempo, sia i repubblicani che i democratici a Capitol Hill hanno deciso di stanziare 643 milioni di dollari per quell’anno fiscale a favore della Usagm, affinché potesse proseguire le proprie attività; ora l’agenzia sta ricostruendo ciò che l’amministrazione aveva smantellato nei primi mesi del secondo mandato del presidente Donald Trump. Alcune divisioni sono state riattivate, sebbene siano un mero scheletro – solo 8 – di ciò che rappresentava Voice of America prima di marzo 2025, quando i servizi erano attivi in 49 lingue. Nel frattempo, il ripristino di contratti annullati, la riassunzione di personale e l’acquisto di nuove attrezzature costano ai contribuenti ulteriori milioni di dollari, secondo un nuovo rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento di Stato. 

“Non si può smantellare la radiodiffusione internazionale degli Stati Uniti senza un piano”, denuncia ad Adnkronos Patsy Widakuswara, caporedattrice del White House bureau di Voa, finita in congedo e tra i promotori delle azioni legali contro l’amministrazione. “L’amministrazione ha derubato sé stessa di una voce fidata che il mondo era abituato ad ascoltare”. Widakuswara sottolinea la miopia dello smantellamento: “I rivali strategici come Cina, Russia e Iran stanno già riempiendo il vuoto lasciato da Voa. Al nostro picco raggiungiamo 360 milioni di persone a settimana. Tutto questo è scomparso, rappresentando una perdita enorme non solo per il giornalismo, ma per il soft power americano”. 

Il caso di Voice of America non è, tuttavia, un incidente isolato, bensì la spia di un metodo di governance che ha mostrato i suoi limiti strutturali in altre agenzie fustigate dal Doge. Si parte con la United States Agency for International Development (Usaid), l’agenzia federale che gestiva gli aiuti esteri statunitensi nel mondo. Ora è stata praticamente smantellata dall’amministrazione Trump. Tuttavia, il congelamento di contratti d’impatto globale, di punto in bianco, ha comportato penali milionarie per la rottura involontaria delle clausole contrattuali. 

Inoltre, l’intervento dei tribunali per violazione delle direttive congressuali – l’Usaid, come la Usagm, esiste per volontà del Congresso – ha costretto il governo a riassumere consulenti esterni a tariffe maggiorate per ripristinare la continuità amministrativa. Ci sono poi i drastici tagli agli istituti di ricerca, come i National Institutes of Health (Nih) e i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc): lo smantellamento precipitoso di team scientifici e laboratori ha provocato l’interruzione coatta di studi pluriennali. Oltre ai costi derivanti dalle vertenze sindacali dei dipendenti statali, la perdita di dati e di infrastrutture ha costretto il governo americano a ricorrere a contratti d’urgenza con enti privati per ricostruire le capacità tecniche perdute. L’operato del Doge ha colpito anche il Consumer Financial Protection Bureau (Cfpb), dove il tentativo di prosciugare le risorse operative ha congelato l’agenzia in mesi di stallo normativo, costringendo il Congresso a garantire stanziamenti straordinari per far fronte alle spese di contenzioso e alla manutenzione minima dell’infrastruttura. 

Il Doge non è riuscito a ridurre la spesa pubblica complessiva, che invece è aumentata, mancando l’obiettivo iniziale di tagliare 2 trilioni di dollari. Analisi indipendenti di testate come Politico e Cbs News hanno dimostrato che l’agenzia ha fortemente esagerato i suoi risparmi, dichiarando cifre prive di prove o legate a contratti mai effettivamente annullati. Sebbene il Doge abbia ridotto il personale federale del 9% eliminando piccoli programmi, l’80% dei tagli ha riguardato contratti minori che non hanno intaccato le principali voci di spesa strutturale. Al termine delle sue attività, nel luglio 2026, i tagli affrettati hanno persino generato circa 165 miliardi di dollari di costi aggiuntivi dovuti a controversie legali, liquidazioni e interruzioni amministrative. Gli esperti di finanza pubblica e di diritto amministrativo parlano apertamente di un vero e proprio “effetto boomerang” fiscale e istituzionale. 

Gordon Adams, professore all’American University con un passato come responsabile del bilancio per la sicurezza nazionale ai tempi di Bill Clinton, spiega ad Adnkronos il vero problema di questa strategia dei tagli: “Il Doge ha scambiato l’efficienza per la semplice cancellazione. Nell’amministrazione pubblica, smantellare un ente istituito per legge senza coordinarsi con la magistratura e il Congresso non fa risparmiare un dollaro: al contrario, moltiplica le voci di spesa. Ci si ritrova a pagare due volte: prima le penali di recesso, le parcelle legali e i saldi dei congedi forzati, e poi — quando la realtà o i giudici impongono il ripristino — i costi di riassunzione e di ricostruzione delle strutture. È il paradosso di un’austerità che finisce per costare più dello status quo”. Aggiunge Adams: “L’efficienza ostentata si converte in un debito passivo che il contribuente pagherà con gli interessi al momento del fisiologico ripristino delle attività”. L’illusione di Donald Trump e dei suoi funzionari di poter curare l’ipertrofia burocratica a colpi di accetta esecutiva, a quasi due anni dall’inizio della sua presidenza, ha finalmente mostrato la sua contraddizione di fondo. Quando il Congresso – come accaduto nel caso dell’Usagm – riassegna per legge centinaia di milioni di dollari per mantenere operative le agenzie, il tentativo di smantellamento si traduce soltanto in una stasi costosa. Un’amministrazione che spende 1,6 milioni a settimana per non trasmettere notizie non sta eliminando lo spreco: lo sta semplicemente istituzionalizzando. (Di Iacopo Luzi) 

—

internazionale/esteri

webinfo@adnkronos.com (Web Info)