Psicologia e intelligenza artificiale, Gulino: “Non deleghiamo alle macchine il dubbio”

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La presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi interviene sul confine tra strumenti tecnologici e responsabilità professionale. In dieci anni gli iscritti ai corsi dell’area psicologica sono aumentati del 90%.

Psicologia e intelligenza artificiale possono incontrarsi nella ricerca e nella sanità, ma la responsabilità della relazione non può essere trasferita a una macchina. Maria Antonietta Gulino, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi, lo ha affermato durante la Giornata nazionale della Psicologia in corso a Roma, dedicata al tema “Intelligenza artificiale, quo vadis?”.

Gulino descrive una trasformazione più rapida della capacità collettiva di comprenderne tutte le conseguenze. L’intelligenza artificiale è già presente nel lavoro, nell’educazione e nei percorsi sanitari, ma la psicologia opera con storie personali, ambivalenze, silenzi e contesti che non possono essere ridotti alla previsione statistica delle parole.

Il rapporto tra nuove tecnologie, professioni e formazione ricorre anche negli approfondimenti di ViPiù sull’intelligenza artificiale. Per la presidente del CNOP, l’IA può restituire tempo alla cura nei sistemi sanitari sottoposti a una pressione crescente, purché rimanga uno strumento governato dai professionisti.

Psicologia e intelligenza artificiale, crescita degli studenti e responsabilità

La riflessione è accompagnata dai dati sulla formazione. Gli iscritti al primo anno dei corsi dell’area psicologica sono passati in dieci anni da poco più di 18 mila a oltre 34 mila, con un aumento del 90%. Nello stesso periodo l’intero sistema universitario è cresciuto del 39%.

Nel 2024, secondo i numeri presentati dal CNOP, l’Italia ha formato 25.732 laureati in psicologia, pari a 3,6 per ogni laureato in informatica. Gulino interpreta questa scelta come un segnale del bisogno di comprendere persona, mente, relazioni, sofferenza e cura proprio mentre le tecnologie assumono un ruolo più ampio nella vita quotidiana.

Il rischio più insidioso, nella sua analisi, non è delegare soltanto alcune funzioni, ma affidare alla macchina anche il dubbio. Un sistema può usare parole empatiche, individuare nel linguaggio segnali di sofferenza e simulare una conversazione accogliente; non può però assumersi la responsabilità clinica e umana della relazione. La questione centrale diventa quindi stabilire quali attività affidare all’IA e quali continuare a pensare, scegliere e svolgere direttamente.