Ieri, 25 maggio, ricorreva il centenario della nascita di Enrico Berlinguer e tutti si affrettano a dichiarare a dire qualcosa. Molte autorità vogliono dire qualcosa in ricordo del segretario del P.C.I. Affermano che era comunista ma democratico, parlano della sua dichiarazione sull’ombrello della Nato per utilizzarla a proprio favore (da “buoni guerrieri atlantisti”) fuori da qualsiasi contesto storico.

Scrivono che era “timido ma capace di un moderno rapporto con il popolo” (fonte Huffingtonpost.it) sotto titoli del tipo  “Berlinguer, storia di uno sconfitto”  (lo affermano, forse, perché non si volle adeguare alla devastazione politica che iniziava a trionfare?).

Aveva fallito, dichiarano, “nel tentativo di riforma democratica del comunismo” lasciando il paese in mezzo al guado. Abbondano nell’uso di aggettivi che associano alla parola “comunismo”. E solo a margine di un ricordo di facciata si può trovare qualche accenno e nulla più sulla questione morale forse perché non possono farne a meno.

Molti vorrebbero fare capire di essere suoi eredi ma … sono gli stessi che hanno tradito gli ideali che Berlinguer era orgoglioso di aver mantenuto inalterati per tutti gli anni della sua vita … sono gli stessi che sono diventati tutt’altro, quelli che negano persino di essere stati comunisti (vi ricordate alcune dichiarazioni di Veltroni?), che si schierano dalla parte di Craxi e lo rivalutano (vi ricordate ciò che scrisse Fassino?).

Sono gli stessi che, oggi, si affrettano ad alzare il tono della voce nei talk show, in una gara a chi urla di più senza dire niente. L’esatto contrario, nello stile e nei contenuti, della persone e del pensiero di Enrico Berlinguer.

Ecco di fronte alla bramosia di farsi avanti (che, di fronte all’onestà intellettuale di Berlinguer, voglio definire una caratteristica a-morale emblematica dei tempi di degrado politico che stiamo vivendo) per essere ripresi in primo piano dalle televisioni e ripetere pappagallescamente slogan imparati a memoria sciorinando frasi di circostanza e di nessun peso, mi viene spontaneo affermare quella che considero una verità: Enrico Berlinguer non aveva e non ha niente a che fare né nulla a che vedere con chi oggi (e da troppo tempo) occupa le poltrone del governo e del parlamento perché fu, senza atteggiarsi ad altro e senza seguire le mode del momento, un COMUNISTA ITALIANO.

Punto.

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Giorgio Langella è nato il 12 dicembre 1954 a Vicenza. Figlio e nipote di partigiani, ha vissuto l'infanzia tra Cosenza, Catanzaro e Trieste. Nel 1968 il padre Antonio, funzionario di banca, fu trasferito a Lima e lì trascorse l'adolescenza con la famiglia. Nell'ottobre del 1968 un colpo di stato instaurò un governo militare, rivoluzionario e progressista presieduto dal generale Juan Velasco Alvarado. La nazionalizzazione dei pozzi petroliferi (che erano sfruttati da aziende nordamericane), la legge di riforma agraria, la legge di riforma dell'industria, così come il devastante terremoto del maggio 1970, furono tappe fondamentali nella sua formazione umana, ideale e politica. Tornato in Italia, a Padova negli anni della contestazione si iscrisse alla sezione Portello del PCI seguendo una logica evoluzione delle proprie convinzioni ideali. È stato eletto nel consiglio provinciale di Vicenza nel 2002 con la lista del PdCI. È laureato in ingegneria elettronica e lavora nel settore informatico. Sposato e padre di due figlie oggi vive a Creazzo (Vicenza). Ha scritto per Vicenza Papers, la collana di VicenzaPiù, "Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante" e ha curato "Quirino Traforti. Il partigiano dei lavoratori". Ha mantenuto i suoi ideali e la passione politica ed è ancora "ostinatamente e coerentemente un militante del PCI" di cui è segretario regionale del Veneto oltre che una cultore della musica e del bello.