Cogoleto e l’ipocrisia della memoria, Agorà. La Filosofia in piazza: dopo il 27 gennaio possiamo anche dimenticare

Saluto fascista a Cogoleto
Saluto fascista a Cogoleto
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Anche per questa ricorrenza, come per i 100 anni dalla fondazione del PCI, mi accorgo di arrivare decisamente e colpevolmente in ritardo. Il fatto è che per questioni di carattere, preferisco sempre stare fuori dal mainstream e dalle strade larghe nelle quali tutti s’incamminano in gran confusione e con il terreno battuto, da altri. Sarà che quella frase di Gesù «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione» (Mt 7, 13) mi ronza sempre nella testa dai tempi del catechismo o forse per quel monito di Spinoza, il quale con prudenza avvertiva «Nec ridere, nec lugere, neque deterstari, sed intelligere» (Non bisogna ridere, né piangere, né disprezzare, ma comprendere).

E così per il Giorno della Memoria abbiamo dato spazio alle citazioni: in una classifica empirica e provvisoria che ho stilato personalmente a partire dagli stati di WhatsApp e Facebook, ho potuto constatare che Primo Levi ha vinto, poi dopo segue Liliana Segre, che, fino a quando resta viva, è sempre una bella testimonianza, ma resistono anche Anna Frank e Hannah Arendt, se proprio vogliamo dare un tono un po’ più filosofico alla nostra compartecipazione celebrativa. Inoltre, un mio amico mi ha riferito che nella giornata del 27 gennaio Auschwitz di Guccini ha avuto un boom di streaming, mentre un altro amico mi ha fatto notare che anche in TV imperversava il solito corredo di film, ma con qualche variazioni sul palinsesto, giacché il film Eichmann sull’ultima confessione del gerarca nazista è andato in onda su La7 non prima che Mentana avesse commentato i dati politici dell’ultima crisi di Governo, cioè alle 23.10, meglio di niente.

Ma è davvero questo ciò che sappiamo fare per sentirci partecipi della storia? È questo il senso di appartenenza che sentiamo al genere umano? Basta una citazione per sentirci vicini ad una delle tragedie della storia recente, – non l’unica (basti pensare al genocidio di dieci milioni di persone nel Congo da parte dei coloni belgi) – che noi umani e occidentali abbiamo contribuito ad alimentare?

È davvero un peccato che, dopo la ricorrenza del 27 gennaio tutti quei personaggi delle citazioni, insieme ad un corredo di immagini più o meno toccanti, molte delle quali sapientemente ri-toccate per essere più efficaci, ritornino all’interno di uno sterile contenitore, chiuso ermeticamente e riposto tra le cose che si dovevano riesumare, per poi essere rivangato il prossimo anno.

Nel frattempo, in questi 363 giorni che ci separano dal 27 gennaio 2022, possiamo bellamente fottercene del prossimo, possiamo colpevolmente spegnere i riflettori sulla questione palestinese, che non è affatto risolta; possiamo degnamente fregarcene, per chi non incoccia nei servizi di Nello Scavo sull’«Avvenire», dell’orda di migranti che via terra preme sui Balcani, dove sedicenti poliziotti croati in divisa li stanno massacrando e respingendo; così come possiamo continuare a ignorare che esistono uomini, donne e bambini che muoiono nel mar Adriatico, il mare nostrum, dove tra qualche mese riprenderemo a fare i bagni, checché ne dica Crisanti, perché l’estate senza mare non è estate.

Eppure, speravamo di aspettare almeno un giorno prima di dimenticare, invece già in serata nel consiglio comunale di Cogoleto in Liguria va in scena l’aberrazione più infima di cui solo noi umani siamo capaci, esseri meschini, in grado di trasformare anche l’occasione di silenzio e costernazione in scherno, beffa, burla, in plateali dimostrazioni di becera ideologia.

Dovremmo vergognarci di lasciare sedimentare il nostro passato in compartimenti stagni da rivangare una volta all’anno, insieme alle scarpe rosse, al nastro arcobaleno, e ad una simbologia spicciola da racchiudere in uno stato social. I diritti non sono reperti storici da celebrare, commemorare e rivangare una volta l’anno. Vi è decisamente un errore di metodo nel concepire la storia in questo modo ed è ciò che ci rende tutti colpevoli, dai giornalisti agli storici; ogni singolo essere umano è responsabile di questa forma superficiale di partecipazione una tantum.

Il senso della storia sta nel guardare al presente, per far sì che ogni giorno sia il Giorno della Memoria per le vittime dell’olocausto, del terrorismo, della mafia o del Ricordo delle vittime delle foibe; affinché ogni giorno sia il Giorno della Donna, per i Diritti dell’Infanzia, per i Diritti dei Disabili, contro l’Omofobia, il Femminicidio, perché non possiamo separare queste condizioni dall’umanità, altrimenti rischiamo di fare come quei sedicenti cristiani che vanno a messa solo nel dì di festa o, peggio, rischiamo di diventare come i “cristiani non praticanti”, cioè degli “umani non praticanti”.


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a cura di Michele Lucivero

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Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari e poi in Forme e Storia dei Saperi Filosofici presso l’Università degli Studi del Salento, dove ha conseguito anche il Dottorato di Ricerca in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione. Ha conseguito anche il Diploma di Scienze Religiose presso l’Istituto “Italo Mancini” dell’Università degli Studi di Urbino. Abilitato all’insegnamento di Filosofia e Storia e specializzato nella Didattica per le Attività di Sostegno presso l’Università di Padova, attualmente è docente di ruolo nella scuola pubblica. Dirige con Michele Di Cintio la collana Pratiche Didattiche e Percorsi Interculturali presso la casa editrice Aracne di Roma, all’interno della quale ha pubblicato e curato diversi volumi di taglio didattico su argomenti storici, filosofici, antropologici e sociologici. Dopo aver trascorso gli ultimi dieci anni a respirare il profumo del muschio montano vicentino dal 2018 è tornato a bearsi dell’aroma della salsedine pugliese. Giornalista pubblicista da giugno 2021