La Seconda guerra mondiale – almeno nelle aule dei tribunali civili – non è mai finita. La Germania, infatti, non ha mai risarcito le decine di migliaia di vittime civili dei crimini di guerra compiuti dai nazisti tra il 1939 e il 1945. Il conto – dopo la il voto del Parlamento greco che reclama il pagamento di 290 miliardi di euro e i 500 chiesti nel 2017 dalla Polonia – ha raggiunto i 1.000 miliardi e rischia di salire ancora.

Anche l’Italia – infatti – potrebbe avanzare la sua richiesta che, secondo le stime del giudice militare Luca Braida, raggiungerebbe i 100 miliardi di euro per i 23 mila italiani vittime dei rastrellamenti nazisti tra il 1943 e il 1945: “Si tratta – dichiara il magistrato – di una cifra congetturale che manca del calcolo dei risarcimenti per i deportati tornati vivi. L’abbiamo ipotizzata per difetto”. Il credito sarebbe superiore, se non fosse che la Germania non ha mai adempiuto alle sentenze emesse nel nostro Paese che le impongono il pagamento. Una situazione abbastanza critica, in cui è coinvolta anche l’avvocatura di Stato.

A partire dal vertice Italia-Germania, a Trieste nel 2008, gli accordi raggiunti hanno favorito Berlino. L’esito di quell’incontro tra l’ex premier Silvio Berlusconi e la cancelliera tedesca Angela Merkel ha portato il governo tedesco a finanziare monumenti, restauri ed eventi culturali. Nulla invece in merito ai risarcimenti dovuti agli eredi delle vittime. Ma i processi penali conclusi nel 2015 e civili (molti dei quali ancora in corso) li impongono.

L’avvocatura di Stato, a favore delle vittime nel penale, dopo quel vertice avrebbe cambiato rotta intervenendo spontaneamente nelle cause civili a favore del governo tedesco per conto della Presidenza del Consiglio e del ministero degli Esteri.

Il motivo di tale condotta è stato oggetto di una richiesta di accesso agli atti avanzata dal magistrato Luca Baiada, in qualità di cittadino. L’avvocatura però ha rigettato appellandosi al “segreto professionale”. Baiada, che ha emesso le sentenze per le stragi di Padule di Fucecchio e di Forlì, non ci sta.

La controversia è finita al Tar Lazio e l’8 maggio è fissata l’udienza. Anche l’ex presidente della Corte costituzionale Giuseppe Tesauro, che ribaltò la sentenza dell’Aia relativa all’immunità della Germania considerandola incostituzionale, ha recentemente affermato che in quel vertice del 2008 “l’Italia in ginocchio e con entusiasmo accettò” le richieste di Berlino di non risarcire nessuno. Deportazioni e fucilazioni di massa di civili, tra cui migliaia di donne e bambini, avvennero soprattutto in Toscana e in Emilia Romagna. Ma anche in Abruzzo e Campania.

Gli imputati condannati all’ergastolo non sono mai stati consegnati dalla Germania. In Italia ne sono finiti in carcere solo due, perché estromessi da Paesi terzi. Quelli che, allora bambini, sopravvissero vedendosi sottrarre con atroci violenze i familiari più cari non si sono mai arresi. Antonio, all’epoca, aveva poco più di un anno. Vittoria, otto. Tosca, sei.

Era il 23 agosto 1944 e nel Padule di Fucecchio quel giorno videro le persone ardere vive. Oggi reclamano ancora giustizia. Le sentenze emesse in loro favore sono rimaste inapplicate.

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