E 100… i morti sul lavoro

- Pubblicità -

Sono 100 i morti per infortunio nei luoghi di lavoro da inizio anno. Se si considerano i decessi con i mezzi di trasporto il numero deve essere raddoppiato. Duecento persone che, troppo spesso, sono morte in un assordante silenzio. Durante la campagna elettorale pochissimi hanno detto qualcosa su questa continua carneficina. Gli esponenti delle forze politiche che sono entrate in parlamento ogni tanto si mostrano “indignati” parlano di “fenomeno da affrontare”, di “tragica fatalità”. Poi, si girano da un’altra parte e continuano nei loro giochi di potere.
Parlare di lavoro dalla parte dei lavoratori, di sfruttamento, non è più “di moda”. Bisogna parlare di altro fomentando paure e odio verso il diverso che ci appare “strano”. Da questi ci dobbiamo difendere anche con la violenza e le armi. Morire di lavoro è diventato normale. Fa parte del sistema e di come questo considera chi vive del proprio lavoro.
Bisogna rendersi conto che, in questa società capitalista e iperliberista, lavoratrici e lavoratori non sono più considerati “persone”. Sono diventati “capitale umano”, “esuberi”, “risorse umane” e valgono meno, molto meno, del profitto che deve andare nelle tasche di “lorpadroni”, degli sfruttatori del lavoro altrui.
La situazione è, purtroppo, desolante e disperata. Centinaia di morti ogni anno, l’indifferenza delle forze politiche che siedono in parlamento, l’annullamento di qualsiasi diritto per chi vive del proprio lavoro. Del resto, secondo “lorpadroni”, la sicurezza nel lavoro è qualcosa che può ostacolare la competitività. E, così, abbattono i costi (sicurezza e salar in primis), aumentano l’orario per addetto, creano competizione tra lavoratori con il ricatto occupazionale. Riducono persone in carne ed ossa, sentimenti e intelligenza al ruolo di automi, di macchine o pezzi di queste.
Cambiare non solo si può. Si deve. Ricominciando a pretendere il diritto al lavoro sicuro, a tempo indeterminato e giustamente retribuito. Quello previsto dalla nostra Costituzione.

-Pubblicità-
Giorgio Langella è nato il 12 dicembre 1954 a Vicenza. Figlio e nipote di partigiani, ha vissuto l'infanzia tra Cosenza, Catanzaro e Trieste. Nel 1968 il padre Antonio, funzionario di banca, fu trasferito a Lima e lì trascorse l'adolescenza con la famiglia. Nell'ottobre del 1968 un colpo di stato instaurò un governo militare, rivoluzionario e progressista presieduto dal generale Juan Velasco Alvarado. La nazionalizzazione dei pozzi petroliferi (che erano sfruttati da aziende nordamericane), la legge di riforma agraria, la legge di riforma dell'industria, così come il devastante terremoto del maggio 1970, furono tappe fondamentali nella sua formazione umana, ideale e politica. Tornato in Italia, a Padova negli anni della contestazione si iscrisse alla sezione Portello del PCI seguendo una logica evoluzione delle proprie convinzioni ideali. È stato eletto nel consiglio provinciale di Vicenza nel 2002 con la lista del PdCI. È laureato in ingegneria elettronica e lavora nel settore informatico. Sposato e padre di due figlie oggi vive a Creazzo (Vicenza). Ha scritto per Vicenza Papers, la collana di VicenzaPiù, "Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante" e ha curato "Quirino Traforti. Il partigiano dei lavoratori". Ha mantenuto i suoi ideali e la passione politica ed è ancora "ostinatamente e coerentemente un militante del PCI" di cui è segretario regionale del Veneto oltre che una cultore della musica e del bello.