Gaeta, la leggenda sull’origine della Montagna Spaccata

Gaeta, la Montagna Spaccata; credits: prolocoroma
La Montagna Spaccata di Gaeta; credits: prolocoroma

Gaeta è una città che ha vissuto tante vite, anzi, in cui tanta vita è confluita nel corso del tempo: Ducato, Repubblica Marinara, porto commerciale, è stata fieramente indipendente per ben un secolo e mezzo.

Ma Gaeta è anche un centro urbano che ha tanto da offrire e che ingloba, all’interno del suo perimetro, bellezze naturalistiche che, forse, sono ancora troppo poco conosciute. Una di queste fa parte del Parco Regionale di Monte Orlando, un territorio fiabesco a picco sul mare che coincide con l’ultimo, estremo promontorio dei Monti Aurunci. La peculiarità risiede non solo nelle caratteristiche climatiche generate dalla posizione e dalle particolari specie vegetali ospitate, ma anche nell’aspetto geologico: l’acqua salata ha eroso e scavato, creando insenature, grotte e cavità dove i giochi di luce ricreano atmosfere incredibilmente suggestive. E così ci si può ritrovare al cospetto della “Montagna Spaccata“, una faglia che ha diviso in due la roccia calcarea del promontorio la cui origine sarebbe addirittura, secondo il mito, legata alla morte di Cristo.

Verso la Grotta del Turco; credits: latinamipiace
Verso la Grotta del Turco; credits: latinamipiace.

La Grotta del Turco – Visitare la Montagna Spaccata significa anche passare letteralmente attraverso il Santuario della SS. Trinità, edificato dai monaci benedettini nell’XI secolo e architettonicamente ripensato alla fine del XVII secolo, nelle sembianze odierne, a riprendere elementi del barocco napoletano e spagnolo. È un santuario importante, legato a diversi pontefici e santi tra cui Papa Pio IX, Ignazio di Loyola e San Filippo Neri. Proprio quest’ultimo, secondo una leggenda, avrebbe trovato rifugio tra i costoni della montagna, sistemandosi su un giaciglio di pietra oggi detto, infatti, “letto di San Filippo Neri“.

Le pareti della roccia ospitano una Via Crucis in maiolica (1849, San Bernardino da Siena) e su un macigno staccatosi dai costoni durante il terremoto del Quattrocento, finendo incastrato nella fenditura, è stata costruita una piccola cappella dedicata al Crocifisso. Insomma, un luogo davvero unico nel suo genere. Ma il sito regala alcune sorprese se visitato ancor più in profondità.

Ci sono tanti altri sentieri da esplorare che portano a rovine romane, ad una struttura militare di origine borbonica e persino ai resti dell’antica cinta muraria voluta da Ferdinando II d’Aragona e terminata da Carlo V per rendere il promontoro inespugnabile. Ma proprio nei pressi dell’uscita, si può svoltare in una viuzza che, a sua volta, porta ad una scalinata di ben 300 gradini che si inabissano al livello del mare, conducendo alla famosa Grotta del Turco, l’antro che si ritrova al centro del mito.

Continuando a scendere nelle viscere della terra, infatti, si nota un’iscrizione latina e una sorta di mano impressa nella roccia che viene definita, appunto, la Mano del Turco.

Improba mens verû renuit quod fam fatetu
credere, at hoc digitis saxa liquata probant.

Un incredulo si rifiutò di credere ciò che la tradizione riferisce, lo prova questa roccia rammollitasi al tocco delle sue dita“.

La storia sarebbe questa.

Secondo la leggenda, quando Gesù morì sulla croce, il velo del Tempio di Gerusalemme si squarciò con un’energia che, attraversando la terra, arrivò fino al promontorio di Gaeta, spaccandolo in tre parti.

Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: ‘Padre, nelle tue mani affido il mio spirito’. Detto questo spirò.

Luca 23,44-46
La Mano del Turco, Gaeta; credits: PortMobilityCivitavecchia
La Mano del Turco, Gaeta; credits: PortMobilityCivitavecchia.

Un’altra iscrizione moderna, posta accanto a quella latina, spiega che un visitatore miscredente, probabilmente un marinaio turco – da cui il nome del sito – si rifiutò di credere al legame tra la montagna e la morte di Gesù Cristo, al punto da poggiare, per disprezzo, la mano sulla roccia. Inspiegabilmente e miracolosamente, però, la pietra sarebbe improvvisamente diventata soffice al suo tatto, imprimendo per sempre la sua impronta sulla parete.

Naturalmente, esiste anche una spiegazione scientifica per questa meraviglia naturale: una serie di fenomeni carsici che, nel tempo, si sono sovrapposti combinati al passaggio continuo dei fedeli che, da secoli, toccano quella superficie ritenuta sacra, sfiorandone il contorno con le dita e, paradossalmente, continuando a definirlo sempre di più.

Napoletana. Con il magma sotto i piedi e in fermentazione dal 1981. Freelance per vocazione, smart worker da prima che diventasse "cool", trasversale, multitasking e impermeabile alla noia. Ho sempre le mani in pasta, ma non in cucina: SEO copywriter, editor, traduttrice e redattrice, sono anche un tutor di matematica e fisica sin dai primi anni trascorsi all'Università Federico II di Napoli. Uso le parole come fossero numeri e i numeri come fossero parole.